Rachelle Ferrell è approdata alla scena jazz contemporanea, ma la
sua visibilità ottenuta sulla scena pop/urban contemporaneo ha di
certo accresciuto l'interesse del pubblico per la sua nuova avventura
artistica. Incomincia a cantare a 6 anni, il che sicuramente ha influito
sullo sviluppo della sua giovane voce.
Dopo gli studi classici di violino, Rachelle decidi di cominciare a
testare le sue capacità di autrice, oltre che di strumentista: sono gli
stessi anni nei quali il padre decide di comprarle un piano, convinto
dalla voglia della figlia di suonare a livelli professionistici. In neanche
sei mesi viene ingaggiata per il suo primo concerto piano – voce.
Quindi già a 13 anni si esibisce come violinista, pianista e cantante; a
18 frequenta il Berklee College of Music a Boston studiando
arrangiamento e composizione, dove conosce Jeff Watts, Donald
Harrison e Kevin Eubanks.
Termina gli studi in un anno e incomincia per un breve periodo ad
insegnare musica con Dizzy Gillespie per la New Jersey State
Council of the Arts.
Attraverso gli anni '80 ed i primi '90 ha collaborato con i maggiori
nomi del jazz, tra cui, appunto Dizzy Gillespie, Quincy Jones, George
Benson e George Duke.
Il suo debutto 'First Instrument' è stato pubblicato solo in Giappone,
con un cast stellare di strumentisti tra cui Tyrone Brown, Eddie
Green, e Duog Nally. Le sue ‘You send me', What is This Thing
Called Love' e ‘My Funny Valentine' hanno catturato il cuore e
l'anima degli amanti del jazz giapponesi.
Nel 1995, dopo il suo album pop/urban uscito con la Capitol Records
nel 1992, la Blue Note/ Capitol ha pubblicato il suo debutto
giapponese per il mercato americano con un discreto successo,
È un caso decisamente affascinante: un'artista con un contratto con
due etichette, la Capitol Records per i suoi lavori pop/urban e la Blue
Note Records per il suo repertorio jazz. Per i seguenti 4 anni nei primi
'90 Rachelle ha fatto parte del Festival Jazz di Montreaux.
Nello stesso tempo nel quale la Ferrel è riuscita a catturare
l'attenzione del pubblico jazz come cantante, ha continuato a
comporre per piano e violino; gli sforzi non furono vani, in quanto
riuscì ad ottenere la stima di Gillespie, la quale la aiutò ulteriormente
nel diventare un punto fermo dell'industria jazz.
Le sue prolifiche abilità come autrice e come musicista non fecero
altro che aiutarla a far maturare più in fretta il suo naturale talento
come cantante; "alcuni cantano le canzoni come se stessero
vestendo abiti, le mettono e le tolgono" spiega nelle sue note
biografiche contenute in ‘First Instrument'. "Ma se fai 4 concerti a
notte, sei giorni alla settimana, quest'esperienza ti da la possibilità di
presentare le canzoni proprio da dentro, rivelandone l'essenza. In
questo modo un cantante esprime le canzoni proprio con lo spirito
con il quale sono state scritte: l'autore traduce le emozioni in parole, il
lavoro del cantante, invece, è quello di rimandare dalle parole di
nuovo alle emozioni".