"She was freedom and that was her only crime”. Su un tappeto musicale etereo e spettrale, tutte e tre le musiciste raggiungono l’estremità del palco verso il pubblico disponendosi in riga. È una parentesi potente del set che le Witch Club Satan portano in scena all’Alcatraz di Milano la sera del 3 marzo in apertura agli Avatar.
Il black metal per la causa femminista
Dopo aver dato foga al loro black metal primitivo e rituale con il brano simbolo “Fresh blood, fresh pussy” e “Salvation”, il trio femminile e femminista colpisce il pubblico con solennità nel momento meno chiassoso del concerto ma forse più rumoroso per la sua tematica. Sulle note della loro “Mother sea”, la band esterna con fierezza la propria essenza sacrificale attraverso testi semplici ma intensi proclamando:
Anche all’interno di un universo musicale abituato a spingersi costantemente oltre il limite come quello del black metal, le Witch Club Satan riescono comunque a spostare l’asticella un po’ più in là. Il loro suono nasce da una materia sonora primitiva e tumultuosa, ma è guidato da una visione molto precisa. Al centro c’è la rabbia delle donne, trasformata in linguaggio artistico. Le tre musiciste scavano nelle ferite della storia e recuperano termini che per secoli sono stati usati per denigrare e marginalizzare, parole come strega, isterica o puttana che nel loro immaginario vengono ribaltate e trasformate in simboli di potere e autodeterminazione.
Il nome della band è già una dichiarazione di intenti, composto da tre parole cariche di simboli: Witch, Club, Satan. "Satan per noi è una sorta di figura jolly", aveva spiegato Nikoline Spjelkavik a Loudersound: "Rappresenta la ribellione e la libertà".
La ritualità delle Witch Club Satan
In scena appaiono come sacerdotesse di un rito arcaico, più che delle streghe. Il trio norvegese sale sul palco avvolto dal fumo con un passo lento e solenne, indossando abiti di lana tagliati in modo da lasciare il seno scoperto e copricapi rituali che evocano corna primitive, mentre sul volto portano il tradizionale trucco cadaverico del black metal, il cosiddetto corpse paint, quella maschera bianca e nera che trasforma i lineamenti in qualcosa di spettrale e ultraterreno.
Con lo sguardo fisso e febbrile e il corpo mostrato come un segno rituale più che come una provocazione, le tre musiciste norvegesi trasformano il concerto in qualcosa che sta a metà tra un rito performativo e un’esibizione di black metal. Il loro suono è ruvido, primordiale, talvolta quasi respingente, e non è immediato da accogliere, ma sul piano scenico la loro presenza è magnetica e difficilmente lascia indifferenti. I movimenti sembrano parte di una liturgia pagana, una sequenza di gesti che oscillano tra il teatro sperimentale e la trance rituale. C’è qualcosa di ipnotico quando i musicisti sembrano dissolversi dentro la propria musica, ma nel caso delle Witch Club Satan la sensazione è ancora più radicale, come se le tre musiciste fossero attraversate da una forza che va oltre la semplice esecuzione. Dietro la batteria Johanna Holt Kleive colpisce i tamburi con una furia quasi rituale, mentre la chitarrista Nikoline Spjelkavik e la bassista Hedda Gray Lægreid, subentrata temporaneamente a Victoria F. S. Røising dopo la nascita dei suoi gemelli, si muovono sul palco come creature uscite da una saga nordica. Le loro composizioni non cercano l’immediatezza; sono costruite su blast beat serrati e riff gelidi, strutture volutamente disordinate che sembrano fatte più per evocare una tempesta emotiva che per risultare facilmente assimilabili. Anche sul piano visivo la band sfugge a una definizione semplice. In certi momenti sembra voler disturbare, in altri provocare o semplicemente costringere chi guarda a reagire. Ma tutto rientra nella visione che il gruppo ha scelto per sé, quella di un black metal apertamente femminista. In un presente in cui l’arte si intreccia sempre più con le questioni sociali e politiche, le Witch Club Satan incarnano una versione particolarmente radicale di questo intreccio. Nei loro concerti non mancano interventi su temi geopolitici e dichiarazioni contro i sistemi di oppressione, segno di una generazione che non immagina più la musica come un territorio separato dalla realtà che la circonda.
La storia delle Witch Club Satan
"Sento che il black metal è un genere davvero femminile", ha spiegato la batterista Johanna Kleive a Loudersound. "Perché le donne hanno urlato nel corso di tutta la storia. Molte persone che ci hanno visto esibirci dicono che sembra che noi urliamo non solo l’urlo di una donna ma l’urlo di tutte le donne."
L’origine del progetto risale al 2022, quando le tre fondatrici - Johanna Holt Kleive, Nikoline Spjelkavik e Victoria Røising - si incontrano durante gli studi in una scuola di teatro. In principio non pensavano a una band nel senso tradizionale del termine e l’idea era piuttosto quella di creare qualcosa che mettesse insieme musica, performance e gesto scenico. "Sapevamo che nell’energia tra noi tre c’era qualcosa", ha raccontato la bassista Victoria Røising: "Dopo due anni di lockdown avevamo un’esplosione dentro che doveva uscire. Abbiamo capito che c’era un solo modo per farlo, ed era il black metal". Come raccontato dal trio all'origine della sua avventura, l'ostacolo iniziale per le tre musiciste è che non sapevano suonare. Johanna, Nikoline e Victoria hanno quindi deciso di imparare da sole a suonare gli strumenti. "Anche questo è un atto femminista", aveva spiegato Røising: "Fare qualcosa che non sai fare, non essere davvero brava e avere comunque fiducia in te stessa".
Non a caso, il primo album della band, semplicemente intitolato con il suo nome, "Witch Club Satan", è arrivato l’8 marzo 2024, una data scelta tutt’altro che casualmente perché coincide con la Giornata internazionale della donna. Il disco è stato co-prodotto da Anders Odden dei Cadaver ed ex Satyricon ed è stato pubblicato in totale autonomia, senza etichetta né management, una decisione che riflette il desiderio della band di mantenere il controllo totale sulla propria identità artistica. "Era importante che fosse completamente nostro", ha spiegato il gruppo: "Volevamo definire chi siamo senza influenze esterne".
Musicalmente il risultato è un flusso denso e stratificato che alterna black metal brutale, passaggi spoken word e momenti sospesi, muovendosi tra immagini di nascita e morte, natura e isteria, magia e liberazione. Una parte importante dell’ispirazione arriva anche dalla storia reale dei processi alle streghe che hanno segnato la Norvegia nei secoli passati. "Sentiamo che gli spiriti di quelle donne siano arrivati fino a noi", ha raccontato Victoria Røising: "Raccontano le loro storie attraverso i nostri testi." La dimensione artistica delle Witch Club Satan è inevitabilmente anche politica. I loro brani toccano temi come l’ambientalismo, il razzismo e i conflitti contemporanei e la band non ha mai mostrato esitazione nel prendere posizione pubblicamente. "L’idea che la musica debba essere apolitica per me è impossibile", ha detto Nikoline Spjelkavik: "Se hai un microfono e degli amplificatori hai potere. Il black metal alla sua radice è punk".
Come emerge dalle recensioni online al disco o ai concerti, la posizione e la radicalità delle Witch Club Satan ha attirato critiche, polemiche e attacchi, ma loro sembrano sempre accettare il conflitto come parte integrante del loro percorso: "Questo è un progetto di liberazione", aveva sottolineato Spjelkavik: "E dev’essere la libertà di tutti, quella per cui combattiamo".
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