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Tori Amos mette in musica i suoi "castelli interiori"

07.05.2026 Scritto da Lucia Mora

In Times of Dragons si presenta come l'opera più ambiziosa e stratificata di Tori Amos dagli anni d'oro di Scarlet's Walk. Con 17 tracce e una narrazione allegorica che intreccia la crisi della democrazia americana con mitologie di "demoni lucertola" e trasformazioni draconiane, il diciottesimo album in studio della sacerdotessa del Bosendorfer è un ritorno alla complessità tecnica e alla visceralità emotiva.

Tra clavicembali e synth

Dal punto di vista della produzione, curata come di consueto da Amos e Mark Hawley, il disco segna un punto di svolta rispetto al minimalismo "domestico" degli ultimi lavori. La vera sorpresa è il ritorno prepotente del clavicembalo, che non sentivamo così centrale dai tempi di Boys for Pele. A questo si aggiungono synth retrofuturisti curati da John Philip Shenale, che spaziano da atmosfere brian-eniane a pulsazioni dark wave.

Un plauso va alla sezione ritmica, che funziona divinamente, grazie alla chimica tra Matt Chamberlain (batteria) e Jon Evans (basso). Tori invece sceglie di non forzare il registro acuto, giustamente consapevole della propria attuale estensione (più scura e ricca), come in Blue Lotus, una delle tracce più riuscite del disco. Le voci non sono eccessivamente stratificate e lasciano spazio a un'intimità teatrale.

I tanti (troppi?) temi del disco

Il brano di apertura, Shush, stabilisce immediatamente il tono politico del disco. Con un pianoforte martellante in registro basso, Tori racconta la lotta contro un "marito miliardario demone lucertola", una metafora non troppo velata dell'attuale deriva autoritaria globale.

Provincetown è un brano panoramico, caratterizzato dalle linee di basso e un arrangiamento di archi che richiama la Ninth Wave (in Hounds of Love) di Kate Bush, con il contrasto acido e brillante del clavicembalo che si spinge verso la Teardrop dei Massive AttackSt. Teresa ruota attorno alla mistica santa Teresa d'Avila, un pretesto per parlare di estasi, di desiderio e di "castelli interiori".

Tutti i pezzi nascono dalla penna di Amos, con tre eccezioni: Veins, Strawberry Moon e Song of Sorrow, scritti insieme alla figlia Natashya Hawley. Il finale, composto dai quasi sette minuti di 23 Peaks, parla di ferite, di rinascite, del desiderio di diventare "una regina dei draghi". Se dovessimo riassumere l'anima lirica di questo disco, infatti, potremmo definirla un'esegesi del potere; politico, spirituale, ancestrale.

Come già fatto in passato (si pensi a Scarlet's Walk), Tori Amos non attacca i leader politici direttamente, ma li trasfigura in creature mitologiche. Il tema centrale è la trasformazione. Tori suggerisce che, per sopravvivere a questi "tempi di draghi", l'anima umana debba subire una mutazione, "farsi scaglia" per proteggersi, ma senza perdere il fuoco interiore. In definitiva, di carne al fuoco ce n'è parecchia, e In Times of Dragons è così denso da correre il rischio di sopraffare e disorientare chi si avventura in questo labirinto, ma non è detto che perdersi sia necessariamente un male.


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