“Non dico addio”, dopo l’esordio “In memoria di”, è il secondo disco di Lamante, scritto interamente da lei e prodotto insieme a Taketo Gohara. La cantautrice racconta che, dopo la pubblicazione di quel primo album uscito nel 2024, qualcosa si rompe: le parole smettono di essere sufficienti. Allora emergono immagini, visioni, simboli ricorrenti che abitano i sogni. È proprio Gohara a riconoscere il filo rosso che legherà poi tutto il materiale nato da quelle visioni: un lutto vissuto e mai realmente affrontato. Un lutto che è al centro di questo disco, insieme a temi come la maternità, la memoria e il futuro. Non è un lavoro che trascina l’ascoltatore dentro un abisso di dolore, ma che si colloca un passo oltre quell’abisso. Ed è proprio per questo che risulta così prezioso, figlio libero e audace di una delle penne di nuova generazione che più sanno scuotere.
Qualche giorno fa, parlando con Francesco Motta, si discuteva sull’importanza, per un artista, di stare un passo dopo il dolore. Di non trascinare l’ascoltatore in un abisso, ma di permettergli di gettare lo sguardo oltre. Il disco nasce così?
Sì. Non so se ci sono riuscita in modo totale a stare un passo “dopo”. Motta è uno dei miei grandi consiglieri. Ho fatto ascoltare il disco anche a Capovilla, è stato uno dei primi a scoprirmi quando avevo 16anni, e lui, partendo dalla title track, mi ha detto: “il popolo con la musica deve essere elevato, non affondato”. E ha ragione. L’arte può avere una funzione grande non solo per chi la realizza. Io con questo disco ho cercato di mettermi di lato per tentare di risolvere il mio dolore, ma anche per permettere agli altri di risolvere il proprio.Capovilla che cos’altro ti ha detto?
Che avrei dovuto chiamare questo disco “Mamma”. Sono fiera che lo abbia detto, vuol dire che ha capito tutto, ma lo sono altrettanto di non averlo fatto (sorride, ndr).Hai sempre detto di essere cresciuta con i CCCP. Sei andata a trovare Giovanni Lindo Ferretti?
Non c’è stata l’occasione. Ma quando l’ho incontrato a Torino, non troppo tempo fa, mi ha dato un consiglio meraviglioso: “slegati da quello che vuoi”. Mi stavo lamentando del fatto che nelle nuove canzoni non svettasse più la chitarra elettrica. E mi chiedevo: ma perché? E lui mi ha risposto così.Nel disco racconti un lutto personale, ma non scadi mai nel didascalico. Chiunque può entrare in questo album, anche senza conoscere le tue ferite personali?
Per me è fondamentale che le canzoni abbiano più linee di lettura. Quando ho iniziato a far ascoltare il disco, prima dell’uscita, alcuni mi hanno detto che i pezzi sembrano canzoni d’amore. E questo per me è stato un grande sollievo. Una canzone è riuscita quando custodisce un mistero.Hai dovuto togliere elementi troppo riconducibili a te?
No, anzi. In più frangenti Taketo mi ha detto di essere più diretta, che per me significa esprimersi, non esporsi.Il primo disco “In memoria di” è stato una sorta di prequel?
Il primo album è stato un tuffo dentro l’archivio famigliare, un ripercorrere le esistenze delle donne della mia famiglia. Con questo album, nel racconto, sono arrivata io.C’è stata un’ulteriore ricerca sugli strumenti, come l’organo, l’harmonium e un’intera sezione d’archi.
Sono strumenti che richiamano alla figura della madre, intorno a cui ruota tutto il disco. Gli strumenti richiamano la donna. L’organo per me rappresenta proprio un utero. La viola è il corpo di una donna. Nel primo album ci sono tanti fiati, che evocano la guerra, sono strumenti fallici. A questo giro avevo bisogno di andare altrove.Come è stato registrare nella chiesa sconsacrata di Schio?
È consacrata.Consacrata?
Sì, non è stato facile a livello di autorizzazioni. Ci sono voluti mesi di burocrazia e il Vaticano ha dovuto prima leggere i testi. Prima di arrivare in quella chiesa, avevamo registrato in studio, ma io ero incazzata nera con tutti, non soddisfatta del risultato. A quel punto Taketo ha capito di che cosa parlasse il disco e mi ha detto: “dobbiamo registrare in un luogo in cui prende forma il ciclo della vita, dal battesimo al funerale: una chiesa”. Così abbiamo cercato chiese in giro per il Veneto, senza renderci conto che quella giusta, quella legata alla mia famiglia, l’avevo sotto casa.Perché dici: “a quel punto Taketo ha capito di che cosa parlasse il disco”. Non sei stata diretta? Non gli hai parlato subito del tuo lutto?
No…due anni fa quando ho pubblicato il primo album ho perso tutte le parole che avevo…non avevo più nulla da dire. Poi è iniziato il tour legato a quel primo progetto. Avevo subito un lutto prima di pubblicare il primo disco, ma non lo avevo mai affrontato…questo secondo progetto mi ha costretto a guardare in faccia quelle immagini. Immagini, tra croci, uccelli rossi, muri di capelli e cordoni ombelicali, che ho ritrovato anche nei miei sogni e che poi hanno alimentato i video di queste nuove canzoni. Solo con il tempo ho messo in ordine tutto e ho capito di che cosa volessi davvero parlare in questi nuovi pezzi. Un ruolo fondamentale lo ha avuto il libro “Non dico addio” di Han Kang. Taketo ha iniziato a capire piano piano dove stessi andando, di che cosa parlassi nei brani e lo ha reso palese anche a me. Tra l’altro aveva perso sua madre da poco. Ma quando ci siamo visti in studio lui non aveva ascoltato nulla, non sapeva nulla. Per questo è stato necessario del tempo. E una chiesa.In “Governatevi” canti “La memoria è come un ventre che si svuota e si riempie”. E poi inviti a disarmarsi. È una canzone anti-bellica, ma anche di liberazione dalle paure nel raccontarsi?
Sì, ha una doppia accezione. L’ho scritta di notte, in mezzo ai miei sogni deliranti, sogni che provavo a governare con i suoni della mia tastiera, che mi riporta all’infanzia. Una volta mi dissero: “come possiamo fermare le guerre là fuori se non riusciamo a fermare quelle dentro casa?”. Ecco, quel “governatevi” è un invito a risolvere quelle guerre interne. E prima di farlo è necessario lasciarsi andare, “disarmarsi”.Sei pronta a parlare in modo diretto del tuo lutto?
Chi ascolta l’album, capirà. Per il resto non voglio aggiungere altro. Quando sarò pronta, lo farò. Ho parlato con Appino. Gli ho chiesto: tu come hai fatto a comunicare il perché hai scritto “Il testamento”? Mi ha risposto che all’inizio diceva che il pezzo era solo dedicato alla figura di Mario Monicelli, al suo suicidio, senza svelare subito che riguardasse un suo famigliare. Ha deciso di farlo in un secondo momento.Hai paura della strumentalizzazione del dolore?
Non voglio titoli di sta minchia su questioni dolorose. Ho scritto questo album per me, e per chi magari vive o ha vissuto qualcosa di simile. Mi interessa questo.“Non dico addio” è il cuore del disco?
È il pezzo dello svelamento, è il pezzo con cui metto al centro i due grandi temi: maternità e lutto. È il pezzo che ho difficoltà a cantare, per cui mi ci sono volute tante prove.“Una magia più forte della morte”: sei un po’ strega?
Jodorowsky e il suo senso della magia sono le mie più forti fonti di ispirazione. Dopo aver letto "Quando Teresa si arrabbiò con Dio", in cui trasforma i drammi famigliari in miti, mi si è aperto un mondo. Mi sono salvata la vita.Hai fede?
Sì, ho fiducia. Ma non c’entra Dio. Amo la frase: “credo a quello che non vedo”. Che è l’opposto di quello che stiamo vivendo oggi.Abbiamo parlato di memoria e dolore. Ma questo disco mette al centro anche il futuro.
“Quando verrà l’uomo del futuro cancellerà l’ombra del passato”. Io sono sempre stata conservatrice di memoria, ma qui per la prima volta uso dei verbi al futuro. E poi si parla anche di figli, cioè di ciò che deve ancora venire, sono il domani.Lamante dove si colloca nell’industria musicale?
Mi pongo delle domande, ma non mi faccio condizionare. Quando è uscito “In memoria di” nel 2024 non c’era la scena cantautorale femminile che c’è oggi. E questo è interessante: oggi ci sono le prime veri reti tra artiste donne di nuova generazione. Succede perché c’è anche da parte del pubblico una richiesta in questo senso: si vuole ascoltare di più un punto di vista femminile. Al Premio Tenco ci siamo ritrovate io, Emma Nolde, Anna Castiglia, La Niña. Non si vedeva da un po’ una cosa del genere. Poi, sono anche conscia che questa corsa “alle donne cantautrici” va presa con le pinze perché è evidente che ci sono degli interessi a farsi vedere aperti a certi nuovi corsi. Quando si capitalizza su una lotta, quella lotta smette di esistere. Dobbiamo stare attente a non farci strumentalizzare.
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