La musica, per Rossana De Pace, è un atto di riappropriazione identitaria. Pugliese di origine ma cittadina di una geografia musicale che mescola folk, elettronica, pop e cantautorato, Rossana incarna quella "rivoluzione gentile" che non ha bisogno di gridare per essere ascoltata. Attraverso i suoi brani, la donna smette di essere oggetto per tornare a essere soggetto, politico ed emotivo.
Qui abbiamo recensito il suo “Diatomee”: un disco che rappresenta bene la visione artistica di De Pace, che unisce musica e campionamenti on field, sperimentazione sonora e tradizione cantautorale. Senza cliché e senza paletti, come dovrebbe essere ogni riflessione nata in seno all’8 marzo.
Che significato ha per te la Giornata internazionale della donna?
È sempre un po' strano che debbano esserci delle date specifiche per ricordare dei diritti che dovrebbero essere perpetuati quotidianamente. Faccio parte di un collettivo transfemminista di cantautrici, “Canta fino a dieci”, e noi, a volte, come provocazione, evitiamo di fare eventi l'8 marzo. È una provocazione proprio perché il nostro impegno è quotidiano. Però è anche vero che evidentemente ce n'è ancora bisogno. Avere un giorno in particolare in cui si ricordano i diritti, quelli conquistati e quelli ancora da conquistare, probabilmente è ancora utile perché siamo in una fase di passaggio in cui nulla si può dare per scontato. Quindi tutto quello che può servire ad aprire un dibattito è positivo.
In che cosa consiste il tuo impegno con il collettivo?
Il collettivo nasce dal dissenso. Durante il periodo di pandemia, quando hanno iniziato a riaprire un po' di luoghi di lavoro tranne quelli dello spettacolo, abbiamo deciso di fare questa manifestazione, suonando in metro. Era un'azione artistica che si chiamava “Fuoriposto” e nasceva dal paradosso per cui il sedile di una metro sembrava più sicuro di un posto a sedere al cinema. Dagli articoli di giornale, ci siamo rese conto che la cosa che generava più stupore non era tanto il fatto che lo stessimo facendo in un luogo in cui non avremmo potuto suonare, ma il fatto che fossimo delle donne, cioè che delle donne si mettessero insieme per una causa, e che fossero delle cantautrici. Facciamo quello che sappiamo fare, cioè suonare, ma lo facciamo insieme. La nostra idea è molto semplice: normalizzare la presenza di donne nell'ambito dello spettacolo, far vedere che siamo tante, che sappiamo fare il nostro mestiere, che sappiamo collaborare tra di noi. Non è un'eccezione, è possibile e lo dimostriamo con l'esempio. L'esempio è la cosa più rivoluzionaria: è utile far vedere anche ad altre ragazze che è possibile. Il fatto che ci siano così pochi spazi per le donne non significa che dobbiamo pestarci i piedi, ma che quegli spazi li possiamo occupare insieme.
Le difficoltà più grandi che incontri come giovane donna emergente nel mondo della musica?
È difficile essere presa sul serio ed essere vista con gli stessi occhi con cui vengono visti gli uomini, soprattutto nell'ambito tecnico, anche in un banale soundcheck. Molto spesso si dà per scontato il fatto che una ragazza non sia molto pratica con tutto quello che è l'apparato tecnico intorno a un concerto. Un problema di genere nella musica riguarda anche gli altri lavori, dove i professionisti sono per la maggior parte uomini, da chi ha potere decisionale fino a chi è in studio. Anche se ci sono sempre più donne che fanno le produttrici, l’ambito tecnico è ancora dominato dagli uomini. Nel nostro collettivo purtroppo ci sono storie di cantautrici che si sono trovate in situazioni di disagio, dove non capisci se uno ti sta trattando in maniera diversa perché sei una ragazza, o perché ci sta provando. Se sei sempre circondata da uomini, è inevitabile che l'atteggiamento che hanno verso di te sia diverso. Non sono neanche abituati a vedere tante donne in certi ruoli.
Ci sono figure femminili a cui ti ispiri?
Penso che la nostra generazione di cantautrici si ispiri tantissimo a Levante, che a sua volta si è ispirata a Carmen Consoli, ed è molto significativo il fatto che poi alla fine queste muse ispiratrici siano sempre le stesse. Ci fa capire che sono poche. Non sono poche quelle che lo fanno, ma quelle che riescono ad arrivare nel mainstream. E quindi il nostro esempio è Levante, perché lei è una di quelle che partendo dal basso ci è riuscita. È stata un'emozione vederla a Sanremo negli anni. Ricordo benissimo che il suo primo Festival lo sentivo come se fosse il mio, perché era una sorella che faceva un percorso simile a quello che stiamo facendo noi. Con le sue canzoni non è solo arrivata a Sanremo, ma è stata l'unica a firmare la canzone con soltanto il suo nome. Ed è stata una cosa molto rivoluzionaria, un simbolo potentissimo in quanto donna.
Quale vorresti che fosse la tua rivoluzione?
Il mio sogno reale è riuscire a costruire un percorso graduale come quello che sto cercando di fare, quindi prendere delle decisioni sempre coerenti con me stessa. Che sia un percorso anche più lento, ma che mi rappresenti il più possibile, che sia coerente con quello in cui credo, che sia sostenibile e che non abbia la fretta di consumarsi, di arrivare chissà dove. Vorrei godermi il percorso, e devo dire che quest'anno ho già fatto diverse scelte in questa direzione, in cui avrei potuto accelerare dei tempi e ho deciso invece di coltivare piano piano e di raccogliere quello che ho fatto crescere in questi anni. Mi piacerebbe creare un percorso alternativo ai talent o alle dinamiche che velocizzano i processi, per dimostrare a me stessa e a chi vuole fare un percorso simile che può esserci un'alternativa.
Il transfemminismo mette al centro l'intersezionalità. In “Diatomee”, la tua musica fluttua tra generi diversi senza etichette. Vedi in questa libertà sonora un riflesso del tuo pensiero?
Sì, assolutamente. L'intersezionalità è bella in qualsiasi campo la si utilizzi. È anche un po' controtendenza, perché nel mercato è utile avere una direzione musicale estremamente specifica, per essere catalogati in un certo modo. Il lavoro che ho cercato di fare con questo album e che cercherò sempre di fare è quello di avere un filo conduttore tra tutte le cose, senza limitarmi musicalmente in un genere specifico, quanto piuttosto in un'ambientazione, in una poetica. E credo che questa cosa si possa fare con la ricerca, per evitare di somigliare sempre a sé stessi. Ho raccolto frequenze di piante per costruire gli arrangiamenti, ho campionato suoni d'ambiente, ho vissuto in luoghi in natura abitati da comunità differenti… è servito anche a me a livello personale fare una ricerca emotiva attraverso queste persone.
Da dove nasce il tuo interesse per la commistione non solo di generi, ma anche di culture diverse?
Sono una persona molto irrequieta e molto curiosa, quindi ho bisogno sempre di stimoli nuovi e la musica rappresenta proprio quello spazio libero di gioco. Mi piace ragionare un po' a “missioni”: che bello, adesso parto per quattro giorni, incontrerò un sacco di comunità diverse, raccoglierò suoni. Mi tiene proprio viva la ricerca, mi permette anche di crescere. La musica è sempre stata un modo per migliorarmi anche come persona. Amo questo lavoro perché ti costringe – almeno per come piace a me – a porti sempre delle domande e a fare un lavoro di crescita personale.
Hai scelto delle microalghe per dare il titolo al tuo disco, che infatti sembra voler porre attenzione su ciò che è piccolo, sui dettagli. Come ti trovi in una società in cui vince chi urla più forte?
Non voglio credere che sia così. Perlomeno non voglio credere che sia l'unico modo. Vince chi urla più forte fino a quando non ci rendiamo conto che se siamo insieme a urlare, poi sicuramente faremo più rumore di chiunque altro. Anzi, quando siamo insieme, quando tante persone credono nella stessa cosa ed esprimono dissenso, a quel punto non c'è neanche bisogno di urlare. Possiamo cantare.
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