Elliott Smith e Brad Mehldau hanno molto più in comune di quello che si può pensare: un cantautore simbolo dell’indie-rock degli anni ’90 e primi 2000 da un lato e uno dei più amati pianisti jazz degli ultimi 30 anni dall’altro. “Musicalmente non era un semplice cantautore: mi piacciono in particolare le sue armonie – è qualcosa che mi ha sempre commosso immediatamente fin dalla prima volta che l’ho sentito”, mi ha raccontato Mehldau quando l’ho intervistato qualche settimana fa. "Ha un modo di suonare la chitarra unico, come Neil Young, o come Nick Drake o Joni Mitchell. C’è un approccio quasi orchestrale, c’è una profondità nelle sue canzoni che è più di tre semplici accordi”. E poi c’è la depressione, quella che ha portato Smith al suicidio nel 2003 e che Mehldau ha attraversato anche recentemente.
Il risultato di queste affinità è “Ride into the sun”: un album interamente dedicato a Smith in cui Mehldau sposta il percorso di rielaborazione della canzone pop-rock in chiave jazz su un terreno nuovo e personale. Smith viene celebrato non solo con reinterpretazioni ma anche con nuove composizioni che ne rielaborano l’eredità musicale.Un disco dalle molte anime
In scaletta ci sono alcuni dei brani più celebri di Smith, da “Better Be Quiet Now” a “Between the Bars”, accanto a “Thirteen” dei Big Star (che lo stesso Smith aveva inciso) e a “Sunday” di Nick Drake, nume tutelare della sua poetica. A questi si affiancano brani originali di Mehldau, come “Sweet Adeline Fantasy” e i due movimenti di “Ride into the sun”: il titolo del disco arriva da una frase di “Colorbars” (“è un messaggio meravigliosamente ambivalente tra l’amore e la tristezza: non è chiaro se si parla di salvarsi o di morire. È in questo spazio che è vissuta la sua musica”, spiega Mehldau). Scelte che ampliano il linguaggio di Smith fino a trasformarlo in maniera orchestrale e pianistica e ampliano quello di Mehldau, avvicinandolo anche alla forma-canzone compiuta, grazie alla presenza di una band e di voci cantanti: con lui ci sono Chris Thile al mandolino e voce, Daniel Rossen (Grizzly Bear) a chitarra e voce, Matt Chamberlain alla batteria, i bassisti Felix Moseholm e John Davis. Una formazione che amplia lo spettro sonoro e gli arrangiamenti, porta le canzoni di Smith in spazi inediti e recupera le varie anime della musica di Mehldau, che non è solo un bravissimo interprete di standard, ma un grande compositore e arrangiatore.
Un nuovo standard?
Se negli anni passati Mehldau ha mostrato come il pop-rock potesse diventare materiale da standard, con “Ride into the sun” compie un passo ulteriore. Qui convivono almeno tre anime: la cover, la canzone e la scrittura originale. È un disco che invita a riscoprire Elliott Smith, ma che allo stesso tempo riafferma Mehldau come uno dei musicisti più capaci di abbattere i confini tra generi, trasformando il jazz in un linguaggio che ingloba e rilancia la musica del nostro tempo.