“Blooom”. Un titolo che rimanda contemporaneamente a un’esplosione e a una rinascita (dall’inglese bloom, “fioritura”). È l’espressione del dolore per la perdita di due membri del gruppo, Sergio Della Monica e Domenico Gigi Canu, perché il dolore è questo: uno scoppio che ti getta a terra e da cui cerchi di rialzarti, di rinascere. La dedica di “Blooom”, il nuovo disco dei Planet Funk, è proprio per Sergio e Domenico: “La musica è dove ci siamo incontrati e dove ci incontreremo ancora”.
È un disco che arriva in un momento difficile.
Abbiamo passato, ed è, un momento difficile, perché è ancora recente la scomparsa (anche) di Gigi. La cosa più importante è che siamo consapevoli – anche perché lo stiamo purtroppo vivendo – che la musica rimane, quindi quello che è stato fatto con loro è anche nostro compito portarlo avanti. Nell'album nuovo ci sono diversi brani che avevamo scritto insieme a loro, anche con Sergio, più diverse cose nuove. È un momento di rinascita, di crescita, di trasformazione che spesso nella vita passa anche attraverso delle fasi complicate - e bisogna avere il coraggio di accettarle, di andare avanti. Siamo felici di poter continuare a fare musica, di esserci in qualche modo uniti, forse anche in maniera più forte, e questo è ciò che portiamo avanti, anche quando siamo sul palco: quando ci esibiamo partiamo dal presupposto che siamo felici di esserci, di farlo, di dare qualcosa di di originale, la nostra visione artistica. Cerchiamo di creare un contatto con il pubblico. Ci capita di sentire storie di persone che in vari momenti della vita, sia difficili sia gioiosi, vengono affiancate dalla musica: la musica si fa per essere condivisa, per essere ascoltata, ballata. Entriamo nella vita delle persone, è una cosa speciale che cerchiamo di fare nel modo migliore.
Show me that you care that I lost my way, Two lost souls, Nowhere nowhere… dai testi emerge un senso di smarrimento.
C'è anche quella componente. Come si diceva prima, nella vita per andare in una fase successiva si passa attraverso un cambiamento, che può anche spaventare: ci si sente un po' persi, o semplicemente a volte le cose cambiano così rapidamente che non riesci più a identificare i meccanismi ai quali sei abituato. Si cerca di ritornare al proprio centro, al proprio sentire, alle proprie emozioni; all’aspirazione di guardare fuori, di essere connessi, ma anche di non essere soltanto in balia degli eventi, per cercare di mantenere un collegamento tra quello che vorresti fare e quello che succede intorno a te. Ognuno di noi nella vita se vuole cambiare qualcosa lo deve fare da sé: che sia un contributo piccolo o grande non importa. Piuttosto che stare lì a lamentarsi, a volte è meglio agire e creare qualcosa. Il perdersi a volte serve per ritrovarsi.
Di cambiamenti, anche nella musica, ce ne sono tanti. Si parla molto di intelligenza artificiale, per esempio: c’è chi la demonizza e chi ne è entusiasta.
Ne parliamo ovviamente anche tra noi. È chiaro che è una cosa che è un po' al di fuori di tutto quello che c'è stato prima, perché prima arrivavano degli strumenti, dei mezzi, dei software che ti permettevano di fare cose nuove o di farle più velocemente; qui siamo oltre. Abbiamo provato a fare delle cose. Puoi scrivere una canzone semplicemente mettendo quello che tu vorresti e poi ascolti, scegli. Alla fine è uno strumento che già tutti noi usiamo: ormai per qualsiasi cosa ora si chiede a ChatGPT o ad altre applicazioni. Ci si parla pure, è diventato un amico virtuale quasi. Nella musica, però, in tanti aspetti penso che rimanga interessante sentire l'opera, l'idea di un essere umano piuttosto che di un software. Personalmente, l'esito può essere anche molto bello, ma la creatività umana si deve mettere un po' alla prova e provare a spingerla dove l'intelligenza artificiale non può arrivare. La si può utilizzare in parte, tirando fuori però la propria identità. Non sarà facile, ma credo ancora che sia più interessante un concerto di umani.
Vi piace sperimentare. Di recente avete collaborato con Alfa, Manu Chao e Francesca Michielin.
Ci siamo sempre considerati aperti a collaborazioni anche con artisti diversi come generazione, come stile. Ovviamente ci deve essere qualcosa in comune, un link, un rispetto artistico. Non hanno influito più di tanto sul disco, che era già in corso di svolgimento, ma è stato comunque piacevole.
L’artista con cui non avete ancora collaborato ma con cui sognate di collaborare?
Billie Eilish.
Nei brani “Rolling Dice” e “Family Reunion” c’è la voce di Sabina Sciubba.
È una storia un po' particolare. Stavamo registrando in uno studio, dove eravamo anche residenti, sulle colline fiorentine. Una domenica stavamo registrando mentre nella villa si teneva un pranzo. Non conoscevamo nessuno, non eravamo neanche invitati, eravamo lì solo per lavorare. Sabina era tra gli invitati. Ci ha visto uscire dallo studio e ci ha guardato un po' incuriosita: "Ah, state registrando?". Ci siamo conosciuti così. La sera abbiamo approfondito e scoperto tutto quello che aveva fatto e ci siamo detti: cavolo, però. L'abbiamo invitata a venire a trovarci, le abbiamo fatto sentire quello su cui stavamo lavorando e appena è entrata in studio è subito partita a cantare spontaneamente. Ci siamo emozionati tantissimo, perché sono quei momenti speciali dove le cose vengono fuori velocemente, quando c'è feeling. Ci siamo lasciati trasportare completamente e sono venute fuori quelle canzoni che ci piacciono tantissimo. Siamo felici di averle fatte con lei: è un’artista molto in gamba, ha fatto anche l'attrice. È stata una bella combinazione.
Da “Non Zero Sumness” a “Blooom”: il cambiamento di cui andate più orgogliosi?
“Non Zero Sumness” è stato un album con un tempo di elaborazione molto lungo. È vero che dal nostro ultimo album sono passati secoli, ma se penso ai brani nuovi – quelli con Sabina o altri come "Feel everything", "You are not alone" o "There’s a stranger" – sono brani che abbiamo composto non dico velocemente, però… abbiamo imparato ad andare al sodo in maniera meno dispendiosa. Dopo che hai scritto una canzone, la fase in cui cominci a produrla, ad arrangiarla, a definirla meglio, può essere lunga; ora siamo un pochino più sicuri di lasciarci trasportare dalle nostre sensazioni, dalle nostre emozioni. Siamo forse più consapevoli di avere un'identità. Non ci sforziamo più di tanto di seguire o di essere qualcosa che non siamo. Questo non lo abbiamo fatto neanche prima, a dir la verità, però magari in “Non Zero Sumness” stavamo ancora cercando di definire il nostro territorio musicale, c'era molta sperimentazione, tante cose da mettere dentro al calderone per vedere che cosa usciva fuori. Ora abbiamo elementi più essenziali che ci rappresentano forse anche di più.
Se una volta era la voglia di sperimentare, oggi qual è l'urgenza comunicativa che vi spinge ad andare in studio?
Cercare di avere un impatto che sia al tempo stesso diretto e profondo. Tornare alle basi, agli elementi di base che sono la melodia, il ritmo, le armonie: cercare di creare delle situazioni che arrivano a definire una canzone in maniera chiara, velocemente.
Come sarà “Blooom” dal vivo?
Non abbiamo ancora iniziato l'allestimento del nuovo tour, ma la “solita” formazione – i due Alex, Dan e io – ci permette di intenderci bene con strumenti, chitarre, tastiere, elettronica e quant'altro. Poi il contenuto visual è molto importante, ci piace molto. Questo sarà l’impianto di base, poi ragioneremo a brevissimo su alcuni dettagli, magari per portare qualcosa di inedito per noi come strumentazione, come modo di interagire. Anche se facciamo una musica con una forte connotazione elettronica, rispetto a prima secondo me siamo più connessi sul palco e c'è più interazione tra di noi. È un aspetto che sta venendo fuori ed è bello, da vivere e da vedere. Quando si suona insieme quel legame è fondamentale, e siccome ce l'abbiamo bello forte, lo vogliamo amplificare.
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