La prima volta che vi abbiamo parlato di prima stanza a destra è stato nel dicembre del 2024. Da allora il progetto si è evoluto nel tempo, mantenendo però chiara la propria identità: una musica fatta di atmosfere sospese, guidata dalla voce in falsetto di questo artista misterioso napoletano, poco più che ventenne. Prima stanza a destra è un luogo. Un luogo dove si possono provare emozioni, rivivere il passato, viaggiare con la mente. È uno spazio in cui guardarsi dentro, ma allo stesso tempo è anche un altrove: una stanza, appunto. Fa tornare in mente “Camere separate” di Pier Vittorio Tondelli, un libro sofferto, duro, profondamente emozionale. Anche lì la camera è insieme oggetto e simbolo: uno spazio in cui vivere intensamente i sentimenti, ma anche un luogo separato dal mondo reale, quasi una dimensione altra. È uscito il nuovo ep, “la ragazza che suonava il piano” (lo presenterà in tour). Dentro ci sono l’elettronica e le suggestioni dream pop che richiamano i M83, insieme a echi di James Blake e Fred Again, artisti che il giovane cantautore ha avuto modo di aprire dal vivo. L’unica voce ospite è quella di Drast degli Psicologi. Parliamo con prima stanza a destra via Zoom.
In questo lavoro, rispetto al passato, c’è un filo rosso?
In primis c’è quello della ricerca, una ricerca infinita da parte mia. La musica è la mia passione principale, la cosa che mi manda avanti ogni giorno. L’ho sempre vissuta nel modo che piace a me: scavando dentro le canzoni, cercandole, provando a trovarle. Ed è una cosa difficilissima. Però la soddisfazione arriva quando finalmente riesci a fare una canzone che ti emoziona nel modo in cui cercavi da tanto tempo. Soprattutto quando produci da un po’, diventa sempre più difficile emozionarsi.Cercare di generare emozioni è un altro tratto distintivo del tuo modo di concepire le canzoni.
Per me conta riuscire a trovare modi nuovi per farlo: una progressione armonica che ti entra dentro, una batteria che ti fa dire “oddio che ritmo”, un basso o un riff di synth che ti colpisce.Quindi dentro questo disco suoni un po’ tutto?
Diciamo di sì. Sono sempre dentro alle produzioni in un modo o nell’altro. Ci sono tracce nate in camera mia a Napoli che ho prodotto completamente da solo, altre sorte negli studi di altre persone. Però io ero sempre lì a mettere mano, a dare idee. Mi piace stare dentro quel processo.
Si sente anche nel suono degli strumenti.
Principalmente suono il piano. In realtà non da tantissimo tempo, ma ne sono proprio appassionato. Sto iniziando anche a studiare un po’ di armonia, anche se spesso vado molto a orecchio. Non ho il tempo materiale per applicarmi come vorrei, ma è un mondo che mi affascina troppo. Mi interessa molto tutto ciò che riguarda il suono: guardo tanti video, scopro nuovi plugin, gioco con i synth. Per me è quasi come un videogioco.E vuoi salire di livello?
Per forza, da qui l’importanza dello studio.
L’ep ruota attorno alla figura femminile. In qualche modo provi anche a darle un volto, penso alla copertina: questa ragazza un po’ mistica, quasi una strega, con il gatto nero. Esplori la figura femminile in tanti modi: la persona che si ama, un’amica, una consigliera. A volte mi sembra quasi che tu stia dialogando anche con una tua parte femminile. È una lettura corretta?
Sì, la figura femminile credo sia per tutti un punto di riferimento nella vita, probabilmente fin dall’infanzia, anche attraverso il rapporto con nostra madre. È sempre fonte di tantissime emozioni. Credo anche che la nostra parte più femminile, che tutti abbiamo, sia legata alla sfera emotiva: la sensibilità, la fragilità. C’è chi la vive in modo più evidente. In questo senso sì, questa musica parla molto alla mia parte femminile, perché nasce tutta dalla mia sensibilità. Ed è un’arma a doppio taglio: a volte non aiuta, altre volte invece diventa quasi un piccolo superpotere. Nella mia vita la figura femminile è stata causa di tantissime cose: insicurezze, ricordi, speranza, malinconia, ma anche sensazioni meravigliose. E non parlo solo di una persona che si ama, è qualcosa di più ampio. Adesso che ci penso mentre ti rispondo, forse è così presente nella mia musica proprio perché va a parlare con la pancia. E io vivo di questo tipo di musica. Non riesco ad ascoltare musica che non sia emotiva: proprio non mi prende.La copertina che hai scelto… è una tua amica, oppure è un’immagine che hai trovato e hai sentito che rappresentava esattamente quello che volevi?
È un’immagine che ho trovato e ho detto: “Questa rappresenta al meglio quello che voglio”.Inizi il progetto con un titolo, ma anche con un mantra: “Ho paura del futuro”. Tu fai una musica emotiva, a volte onirica, che porta altrove, ma allo stesso tempo resta ancorata alla realtà.
La paura del futuro, sia a livello personale che per quello che sta succedendo nel mondo, è più che lecita e va palesata, anche attraverso la musica. Ci tenevo a fare una traccia personale. Di solito, quando scrivo, preferisco astrarmi, un po’ sognare, idealizzare le cose che succedono e costruirci una narrazione. Ma inevitabilmente, soprattutto alla mia età, ho quasi 23 anni, la paura del futuro è costante. Soprattutto oggi, con tutti gli stimoli dei social, ci confrontiamo sempre con gli altri. Ci sono dinamiche che secondo me pesano molto sui ragazzi della mia età. Io sto lavorando personalmente per trovare un equilibrio e vivere di più il presente. Non voglio perdere di vista le cose semplici della giornata. E poi, chiaramente, la musica è il posto migliore dove sfogare tutto questo.Il tuo progetto ha un’identità forte: il sound e il falsetto. Ma con il tempo tutto ciò potrebbe diventare anche un recinto artistico. Pensi che collaborazioni o altre voci possano essere un’evoluzione del progetto?
Quando ho iniziato questo progetto, mi sono promesso di non mettermi confini. L’emotività sarebbe sempre stata al centro di tutto. In futuro non escludo nulla: cantare con la voce normale, fare musica strumentale, coinvolgere altri come ho fatto a questo giro con Drast, qualsiasi cosa.
L’anonimato fa parte del “videogioco” che racconti o è una scelta?
È una necessità personale. Sono una persona abbastanza insicura di base, anche se lo ero molto di più in passato. I social non mi piacciono: non mi piace il sistema che si crea attorno agli artisti, dove sembra che i fan siano più interessati alla loro persona che alla musica. Non giudico chi fa diversamente, ma per me, adesso, sarebbe fonte di pensieri inutili e mi distoglierebbe dalla musica. Voglio concentrarmi al 100% su quella.
Come è nato il progetto "prima stanza a destra"?
In modo totalmente casuale. Ero con un mio amico a Napoli, ai giardinetti, nel luglio 2023. Stavamo chiacchierando, io attraversavo un periodo particolare, anche a livello personale e musicale. A un certo punto mi è venuta questa idea: iniziare a cantare su dei beat in falsetto. In passato avevo già usato il falsetto in cori o piccole parti di canzoni, e sentivo sempre un’emozione particolare quando lo facevo. Così ho pensato: se mi emoziona così tanto, è la scelta giusta. Volevo anche un nome astratto, che non richiamasse nessuno. Inizialmente pensavo di pubblicare cinque demo con solo un paesaggio, senza mostrare me stesso. Alla fine è nato il nome “Prima Stanza a destra”: un’idea che mi è venuta dall’inconscio, collegata anche alla mia stanza a casa, la prima a destra, dove faccio musica. Tutto è avvenuto in modo molto naturale.
Hai anche avuto l’occasione di aprire artisti come James Blake e Fred Again..che sensazioni ti ha dato?
È stato incredibile. Da un lato ero un po’ auto-sabotatore: pensavo “com’è possibile che io sia qui?”. Ma è stata un’esperienza assurda e fantastica. Salutarli, sapere che conoscono e hanno ascoltato la mia musica, è stata una benedizione. Non fanno aprire i live ad artisti che non abbiano scelto e ascoltato. Entrambi mi hanno trasmesso tantissima ispirazione. Ricordo che Fred mi ha detto che metà del suo team pensava fossi un uomo e metà una donna (ride, ndr).Vedi una scena interessante in Italia?
okgiorgio, nayt, Marracash, Brunori, Lucio Corsi, Andrea Laszlo De Simone e altri: ci sono tanti artisti e tante artiste che stanno mettendo le emozioni, quelle più sincere, al centro. Questo approccio non può che far bene.
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