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Mister Festival

17.08.2025 Scritto da Eddy Anselmi

A Eddy Anselmi, collega e amico, storico della musica leggera e del costume, massimo esperto di Festival di Sanremo e di Eurovision Song Contest (e autore nel 2020 per DeAgostini di “Il festival di Sanremo. 70 anni di storie, canzoni, cantanti e serate”, recensito qui), abbiamo chiesto un contributo su Pippo Baudo e il Festival di Sanremo. Ecco il suo autorevole saggio.

Mister Festival

Mister Festival, si è detto. Quella di Pippo Baudo a Sanremo è stata un’avventura lunga quarant’anni, dalla prima volta nel 1968 all’ultima, nel 2008.

La sua storia sanremese, in verità, era partita qualche anno prima, : a 27 anni, nel 1963, aveva presentato il Festival di Castrocaro, che quando a organizzare Sanremo era Gianni Ravera qualificava i vincitori al Festival successivo. A qualificarsi, insieme a Bruno Filippini, fu l’ancora quindicenne Gigliola Cinquetti.

1968

Perché Pippo Baudo arrivasse al Festival sarebbero dovuto passare 4 anni: Il Festival del 1968 deve essere all’insegna del rinnovamento: l’intenzione degli organizzatori, dopo la scomparsa di Luigi Tenco, è di trasformarla in una manifestazione di qualità.

L’obiettivo è centrato e il cast della diciottesima edizione è probabilmente uno dei migliori di sempre per lo spessore artistico di interpreti e brani. È prevista la partecipazione di Louis Armstrong e SarahVaughan (sarà sostituita da EarthaKitt); il jazzista Lionel Hampton ha il compito di ripetere i motivi in gara con l’ausilio del suo vibrafono. Si fanno i nomi, tra gli altri, di Mireille Mathieu, TomJones, Sacha Distel e Shirley Bassey: arriveranno solo gli ultimi due.

A celebrare un’edizione che si vuole dinamica e al passo con i tempi, la Rai chiama il giovane PippoBaudo, sull’onda del successo dello show domenicale Settevoci, giunto alla sua terza stagione: «Abbiamo bisogno di te e della tua faccia da 12 milioni di telespettatori», gli dicono.

Baudo è giovane, meccanico e compassato, ma già si trova al centro di una situazione che diventerà storica. Sul palco c’è Louis Armstrong, il mito assoluto del jazz mondiale. Ha appena terminato il brano che gli era stato assegnato per la gara e la sala esplode in un’ovazione: applausi, piedi che battono, pubblico in piedi. Armstrong, divertito e grato, scambia un’occhiata con i suoi musicisti e attacca a sorpresa con la tromba le prime note di “When the Saints Go Marchin’ In”. L’orchestra lo segue entusiasta – perché quando hai l’occasione con Louis Armstrong non ti tiri certo indietro – e l’Ariston diventa all’improvviso una sala da jazz di New Orleans. Ma la festa dura un battito di ciglia. Dagli organizzatori arriva un segnale secco: i tempi sono tiranni, lo spettacolo deve correre. Pippo, ligio al dovere, prende il microfono e, con garbo ma decisione, interrompe Armstrong e lo congeda. «Please Mr. Satchmo…» Il pubblico rimane spiazzato, i musicisti amareggiati, Armstrong abbozza un sorriso cortese, ma l’occasione è sfumata.

Dopo proclamazione dei vincitori, Pippo Baudo sente il bisogno di ravvivare un po’ il ritmo.

Le premiazioni, allora, sono lente e cerimoniose, quasi notarili: nomi scanditi, fiori consegnati, pochi sorrisi. Con la naturalezza che diventerà il suo marchio di fabbrica, Baudo rompe il protocollo e scambia qualche battuta con gli artisti premiati. È un piccolo gesto, ma introduce per la prima volta la sua idea di Festival: meno statico, più dialogato, con il conduttore non semplice cerimoniere, ma regista del ritmo emotivo della serata.

Il giorno seguente, parlando con i giornalisti, Baudo non resiste a una battuta affettuosa ma un po’ vanitosa. A proposito di Marisa Sannia, la giovane cantante sarda che si è classificata seconda con Casa Bianca, reduce dal successo di Settevoci, il programma che Baudo aveva lanciato e condotto con intuito da talent scout esclama:

«Questa ragazzina sarda posso dire di averla creata io».

. Un’uscita che racconta molto del Baudo degli esordi: padre-padrone del palcoscenico, ma anche talent-scout. Tra bonomia e autocelebrazione, Pippo comincia a scolpire la sua immagine di “inventore di artisti”, destinata ad accompagnarlo per i decenni successivi. Alla vigilia del suo primo Sanremo, Pippo Baudo non è ancora il “Mister Festival” che diverrò. Al contraro, nelle interviste si lascia sfuggire un pizzico di incertezza. «Mi consola il fatto che dopotutto ho nel cassetto una bella laurea in Legge», confida, quasi a prepararsi una via di fuga nel caso l’esperienza dovesse rivelarsi un fiasco. Nel 1968 il ruolo del presentatore non ha ancora il peso che assumerà negli anni successivi: più che protagonista, è un funzionario elegante che deve garantire l’ordine.

Il giovane Baudo dimostra subito di avere stoffa. Con le sue movenze sincopate e meccanichje l’ironia sottile e la capacità di rispondere a tono, supera la prova con disinvoltura. In una corrispondenza per Il Giorno, rivela perfino la sua simpatia personale: ha fatto il tifo per Shirley Bassey, ospite internazionale di quell’edizione.

A Festival concluso, risponde con sincerità:

«Avevo pensato che questo Festival sarebbe stato il primo e l’ultimo. Invece credo che se mi chiameranno tornerò molto volentieri».

1984

Quando Baudo torna a presentare il Festival (non ancora a “condurre”, ma ci torneremo) siamo nel 1984: sono anni che è titolare assoluto di Domenica In, presenza settimanale e istituzionale nelle case degli Italiani. la televisione pubblica non è più l’unico polo dell’intrattenimento, le reti commerciali crescono e insidiano l’egemonia della Rai. Riportare Baudo sul palco dell’Ariston equivale ad affermare un’idea di Sanremo come evento istituzionale, un appuntamento che deve incarnare la tradizione ma anche mostrare solidità di fronte al nuovo panorama mediatico.

Quell’anno, a Genova, lo stabilimento Oscar Sinigaglia dell’Italsider di Cornigliano rischia la chiusura, e gli operai decidono di portare la loro protesta là dove l’Italia intera è incollata: sul palcoscenico dell’Ariston. Quella sera, sei rappresentanti sindacali ottengono di poter salire sul palco in diretta tv. Guidati dal capodelegazione Claudio Peirassi, parlano con voce rotta dall’emozione: non sono artisti, non sono personaggi televisivi, ma uomini preoccupati per il futuro proprio e delle loro famiglie. L’Italia ascolta, ammutolita. A fare da mediatore, inevitabilmente, era stato Pippo Baudo. Non evita la protesta, non la riduce a incidente di percorso, ma la affronta con la sua naturale autorevolezza. Esce dal teatro assediato, dialoga con i delegati, li invita sul palco, li fa parlare e, al tempo stesso, riesce a ottenere una sorta di tregua: il messaggio è stato lanciato, ma lo spettacolo può proseguire. In quel momento Baudo non è solo presentatore, ma custode del rito collettivo, capace di trasformare l’Ariston. È uno dei passaggi che consacrano il Festival come «specchio del Paese», e Baudo come cerimoniere non solo di una gara di canzoni, ma dell’Italia intera. Il successo del 1984 è tale che la Rai non ha dubbi: l’anno dopo, Pippo Baudo dev’essere di nuovo al timone.

1985

Il Sanremo 1985 non replica la magia: l’edizione appare meno brillante, meno incisiva, quasi schiacciata dal confronto con quella precedente. Il presentatore stesso avverte il limite della formula:

«Non è giusto concentrare in tre giorni tutti quegli artisti, gli ospiti, le canzoni, ma soprattutto le emozioni, le ansie, le tensioni. Offrono materia per uno spettacolo che potrebbe durare molto di più, settimane, mesi forse».

Una dichiarazione che rivela già la sua idea di Festival come serial televisivo, una lunga saga, non un semplice appuntamento compresso.

Il patron Gianni Ravera riflette: il 1984 ha funzionato, il 1985 molto meno. Forse occorre voltare pagina, cambiare registro, ripensare i meccanismi. E nel frattempo, per Baudo, c’è spazio anche per la vita privata: nel 1986 sposa la soprano Katia Ricciarelli e durante il Festival sarà in viaggio di nozze. A Sanremo lo sostituisce per un anno Loretta Goggi, mentre sparisce il play-back totale e si torna a cantare dal vivo, pur sulle basi musicali.

1987

Alla vigilia del Sanremo 1987, Pippo Baudo sembra ai ferri corti con la Rai. Durante l’ultima puntata di Fantastico, il 6 gennaio, rispondendo a una domanda di Gigi Vesigna, direttore di Tv Sorrisi e Canzoni, si lascia andare a un attacco frontale al presidente dell’ente pubblico, Enrico Manca. Questi, citando Gramsci, aveva definito il suo stile «nazional-popolare». Baudo, punto sul vivo, ribatte ironico ma velenoso:

«Vorrà dire che cercherò di fare programmi regionali e impopolari».

Sono parole che lasciano il segno. Con il contratto in scadenza a marzo e le televisioni private pronte a corteggiarlo, il clima si fa teso: la Rai dice di volerlo trattenere, ma le pressioni del gruppo editoriale che fa capo a Silvio Berlusconi si fanno insistenti. Pippo, cresciuto e consacrato nella TV di Stato, non è mai stato così vicino a un bivio.

Incidentalmente, da quel momento l’aggettivo «nazional-popolare» inizia, per i giornalisti e per il pubblico, a designare il tipo di televisione proposta da Pippo Baudo, dimenticando o quasi che la definizione era di Antonio Gramsci.

Nel 1987 Sanremo passa da tre a quattro serate. La sera del 4 febbraio 1987, Pippo Baudo apre la prima serata con un pensiero per Claudio Villa, ricoverato all’ospedale di Padova a 61 anni:

«Mi piace segnalarvi un cantante caro a tutti, che ha battuto tutti i record e che speriamo torni al più presto fra di noi come partecipante attivo e combattivo».

Il 5 febbraio 1987, seconda serata del Festival, Pippo Baudo prosegue con lo schema che lo ha reso popolare in tv: ricalca il canovaccio dell’ultima edizione di Fantastico e dialoga con ciascun artista prima che presenti la propria canzone. Un gesto semplice, ma che rompe la ritualità notarile del Festival: il presentatore non è più solo cerimoniere, ma compagno di viaggio degli interpreti.

La sera del 7 febbraio, dedicata in teoria alle Nuove Proposte, si apre invece con un segmento che diventa subito emblematico. Sul palco Baudo introduce un dibattito televisivo che mischia musica, costume e spettacolo: partecipano Loredana Bertè, Renato Zero, Mino Reitano, Dario Argento, Gianni Minà, Giucas Casella, Ramona Dell’Abate e Czaba Della Zorba. È un talk improvvisato e surreale, quasi un prototipo di televisione ibrida tra intrattenimento e discussione culturale.

Non mancano le assenze eccellenti: fra i “big” si nota quella di Patty Pravo, che evita di esporsi perché la sua Pigramente signora viene sospettosamente accostata a To the Morning di Dan Fogelberg. Baudo gestisce la tensione con la sua consueta ironia.

Sul palco c’è spazio anche per episodi laterali ma gustosi: Umberto Marzotto, figlio del noto industriale tessile Pietro, alla domanda sul perché non abbia seguito l’azienda di famiglia, risponde con autoironia: «Meglio un cattivo cantante che un cattivo manager». E Pippo, senza perdere un colpo, lo argina con garbo e familiarità: «Non parlare male di papà che è un amico mio.

Il pomeriggio di sabato 7 febbraio 1987, a poche ore dalla finale del Festival, arriva la notizia che nessuno avrebbe voluto sentire: Claudio Villa muore a 61 anni, dopo complicazioni seguite a un intervento chirurgico.

La Rai decide di non annunciare la notizia nel telegiornale delle 20, per non turbare la serata finale. Così, in apertura di trasmissione, Baudo comunica soltanto l’aggravarsi delle condizioni del cantante. Ma alle 23.10, il momento non è più rinviabile. Pippo entra in scena con volto serio e voce grave, e si rivolge al pubblico dell’Ariston e a quello televisivo:

«Purtroppo, devo dare una brutta notizia. E mi sembra doveroso interrompere per un momento questo spettacolo che è fatto di festa, di gioia e di canzoni, per rivolgere l’ultimo applauso a Claudio Villa».

La sala si alza in piedi, l’Ariston diventa tribunale popolare e tributa al “reuccio” un’ultima, immensa standing ovation.

Poche settimane dopo, il 23 marzo 1987, Pippo Baudo annuncia il suo addio alla Rai per assumere la carica di direttore artistico delle tre reti Fininvest. Non funzionerà.

1992

Dopo la parentesi Fininvest e il ritorno in Rai, Pippo Baudo viene richiamato a Sanremo nel 1992, quasi a sorpresa, quando il nome che circolava più insistentemente è quello di Renzo Arbore. L’iniziale prudenza lascia spazio all’entusiasmo.

Nel frattempo il Festival è cambiato: c’è stato un nuovo patron, Adriano Aragozzini, è tornata l’orchestra dal vivo, ci sono state vittorie prestigiose come quelle dei Pooh e di Riccardo Cocciante.

«Dopo trent’anni di spettacolo, questo Sanremo è una delle cose più belle che mi potevano capitare».

È una rivincita personale e professionale. Con quell’edizione, la Rai ottiene ascolti più che soddisfacenti, mentre i patron – Aragozzini e i soci Bixio-Ravera, rientrati in gioco in una collaborazione forzosa - restano in secondo piano. Da quel momento cambia il modo in cui i media rappresentano Sanremo: se negli anni precedenti i presentatori erano rimasti defilati e lo spazio era stato tutto per le canzoni, la forte personalità di Baudo sposta l’attenzione tutta su di lui, che da presentatore-cerimoniere diventa conduttore-protagonista assoluto e dichiarato. .

L’aspetto televisivo diventa sempre più centrale: i dati Auditel cominciano a dettare legge, e il Festival si piega alle logiche dello share. Marco Mangiarotti, critico attento, avverte dei rischi:

«L’abbraccio mortale della televisione al Festival è la carezza pericolosa di una piovra».

Nessuno come Baudo pare intercettare lo spirito del tempo. Ogni apparizione di ospiti mediatici come Brigitte Nielsen diventa motivo di discussione familiare: la tv si fa “interattiva” prima ancora del digitale, stimolando il dibattito nel Paese. È un dibattito neutralizzato, lontano dal paese, ma è un dibattito.

La vera invenzione di Baudo è il Dopofestival. Dopo gli esperimenti del 1987 e del 1988, Baudo riporta il format nel 1992, facendolo diventare una tradizione stabile. Si svolge al Teatro Centrale di Sanremo e viene condotto da Sandro Ciotti insieme a Vincenzo Mollica, Luciano De Crescenzo, Gianni Ippoliti e lo stesso Baudo. Il presentatore si dichiara entusiasta:

«È la cosa che mi eccita di più; non ci avrei mai rinunciato».

E spiega con chiarezza la sua filosofia:

«La funzione della televisione è quella di stimolare il dibattito nelle famiglie».

1993

Dopo il trionfo del 1992, l’edizione successiva conferma in blocco la formula baudiana. Il Sanremo 1993 è meno memorabile, se non fosse per l’esplosione di una diciottenne di Solarolo: Laura Pausini, che con La solitudine inaugura la parabola del suo successo italiano e internazionale. Per il resto, la kermesse, organizzata per l’ultima volta dai privati ha il carattere di un’ edizione di fine gestione: i patron privati ormai stanno per perdere il controllo, la Rai è pronta a riappropriarsi definitivamente del Festival.

Intanto, Sanremo diventa sempre più un grande affare televisivo, più che discografico. Con notevoli ecczioni, il concorso delle canzoni sembra quasi accessorio. Le melodie, con poche eccezioni, faticano a rispecchiare sia le logiche del mercato discografico che quelle della musica di qualità. È la televisione, sempre più, a fare da padrone.

1994

Il passo decisivo arriva nel 1994: dopo 37 anni, la Rai riprende in mano in prima persona l’organizzazione e la produzione del Festival, senza intermediari, impresari o patron. E al centro c’è sempre lui: Pippo Baudo, che si ritrova non solo conduttore, ma anche direttore artistico. È il coronamento della sua ambizione: avere in mano tutte le leve della macchina più imponente della televisione italiana.

Nonostante il prestigio del ruolo, gli ascolti Auditel non decollano. Baudo rilancia: dichiara apertamente di voler ampliare i suoi poteri fino a contrattare direttamente con le case discografiche la presenza degli artisti e la selezione dei brani.

«Non avrei paura, io non ho interessi personali, non ho edizioni musicali e, se fosse necessario, lo farei volentieri».

La sua visione è chiara: aumentare il numero dei cantanti e soprattutto i giorni del Festival, per evitare maratone notturne e rendere più sostenibile lo spettacolo. È l’anticipo di ciò che diventerà realtà nel 1995, quando Baudo sarà ancora una volta protagonista, pronto a scrivere alcune delle pagine più celebri — apparentemente anch drammatiche — della storia sanremese.

1995

Il Festival di Sanremo 1995 segna il trionfo assoluto di Pippo Baudo. La formula riprende il filo iniziato l’anno precedente: i finalisti delle Nuove Proposte 1994 vengono ammessi direttamente nella sezione Campioni, ottenendo una nuova chance di consolidare la loro carriera. È una scelta forte, che accentua il ruolo centrale del direttore artistico: non più semplice regista dello spettacolo, Baudo diventa plenipotenziario dell’intera manifestazione. Non c’è più una commissione a selezionare i brani: è lui stesso a invitare cantanti e canzoni, «con umiltà e senso di responsabilità», rivendicando la necessità di superare la vecchia “manfrina” delle esclusioni e ammissioni.

È in questo contesto che Baudo plasma il Festival moderno: le serate diventano definitivamene cinque, il conduttore diventa colui che sceglie le canzoni e scrive il regolamento, decide le linee artistiche, modella l’immaginario che uscirà da quel Festival.

Nel 1995 nasce lo slogan più famoso della storia del Festival:

«Perché Sanremo è Sanremo!».

Un motivetto che diventa inno, accompagnato dalla sigla di Pippo Caruso su testo di Sergio Bardotti, declamato in stile rap da Maurizio Lauzi:

«Fiumi di parole, sono tutte uguali, ma qualcuna di loro ha delle piccole ali e con loro, chissà, magari voleremo perché Sanremo è Sanremo!»

Una sigla che accompagnerà, con variazioni, tutte le successive edizioni baudiane.

Il Festival 1995 entra nella storia anche per un episodio drammatico. Nel corso della terza serata, pochi minuti prima delle 23, un uomo, Pino Pagano, minaccia di gettarsi dalla galleria dell’Ariston. È Baudo stesso a intervenire in diretta, parlando con lui, abbracciandolo convincendolo a desistere, salvandogli la vita. In quell’istante il conduttore si trasforma in salvatore, e il mito si scolpisce definitivamente nella memoria collettiva.

Sul palco, a completare la cornice, ci sono le due “vallette icona” volute da Baudo: Claudia Koll e Anna Falchi, ribattezzate “la mora e la bionda”. Un’altra trovata che fissa l’immaginario del Festival e definisce il rituale televisivo destinato a restare.

Gli ascolti Auditel spazzano via ogni critica: l’edizione è un successo clamoroso, concluso con la vittoria di Giorgia: anche grazie al cambio della formula, è nata una stella . Per Baudo, l’incoronazione è completa: viene nominato direttore artistico delle tre reti Rai.

1996

Il Festival 1996 si apre nel segno della continuità: Pippo Baudo porta ancora una volta sul palco la coppia “mora e bionda”, questa volta interpretata da Sabrina Ferilli e Valeria Mazza, riproponendo la formula che l’anno precedente aveva fatto scuola. Nella sua veste di direttore artistico delle tre reti Rai, Baudo sceglie personalmente i motivi in concorso tra i Campioni, e non si limita a selezionarli: si dice persino che apporti modifiche a qualche brano, come nel caso di Ron, a cui suggerirebbe di spostare alcune frasi melodiche “che arrivavano troppo tardi”.

L’edizione introduce una novità: il Festival non dura più soltanto cinque giorni. Lunedì19 febbraio viene trasmessa Arriva il Festival, una serata di presentazione in diretta dal Teatro dell’Opera del Casinò municipale, condotta dallo stesso Baudo. È un dibattito televisivo sull’edizione in partenza, che però lascia perplessi molti cronisti: discutere di canzoni non ancora ascoltate appare come un paradosso. La formula non verrà più ripetuta.

Dietro le quinte Baudo soffre: le corde vocali lo tormentano. Nonostante i consigli medici di riposare, riesce a condurre comunque, assistito dall’otorinolaringoiatra e sindaco di Sanremo, Giovenale Bottini. Solo dopo la conclusione entra in clinica per l’operazione.

I numeri non sorridono: tre milioni di spettatori in meno rispetto all’anno precedente. L’Auditel certifica il calo e i critici si accaniscono. Baudo offre le dimissioni alla Rai, poi ritirate. E la polemica si infittisce: il pubblico ministero milanese Giovanna Ichino invia i carabinieri nella sede della società Explorer, sollevando dubbi sull’esito della gara. A un riconteggio, pare che sarebbero stati davvero gli Elio e le Storie Tese ad aggiudicarsi la vittoria.

Il clima è pesante. Baudo decide di prendere una pausa dal Festival e dalla Rai.

Il quinquennio di Baudo

Le cinque edizioni di Sanremo condotte da Pippo Baudo e poi organizzate sotto la sua direzione anciscono in modo definitivo un modello festivaliero canonico, ripetuto e riconoscibile, ma sempre aperto a piccole varianti e aggiustamenti.

Nell’immaginario collettivo, il Baudo degli anni Novanta fissa alcuni elementi che diventeranno funzioni tipiche del Festival anche oltre la sua presenza: il Dopofestival come spazio di confronto e satira, il jingle “Perché Sanremo è Sanremo”, la coppia di vallette, non ancora definite co-conduttrici, “lamora e la bionda”.

Dal 1993 Baudo propizia una nuova introduzione al format le qualificazioni autunnali dette Sanremo Giovani trasmesse in tv. La selezione riflette i gusti di un pubblico tradizionale e più anziano della media dei fruitori di musica: a emergere sono interpreti di buona scuola vocale e repertorio melodico rassicurante, spesso a discapito di proposte artistiche più innovative.

Il Festival di Baudo, infatti, punta a un obiettivo preciso: accontentare tutti. Se a ogni spettatore piace almeno una canzone, allora la formula è vincente. Ne deriva un livello di preparazione alto, spesso versione italiana di un pop internazionale e moderno, che rinuncia a una rappresentazione critica o fedele delle nuove tendenze musicali del Paese in favore di quello che si chiama “tokenism” ovvero fare unicamente uno sforzo superficiale o simbolico per essere inclusivi, reclutando pocjhe persone provenienti da gruppi sottorappresentati al fine di dare l'apparenza di uguaglianza.

In questo equilibrio tra tradizione e rassicurazione, Baudo trasforma Sanremo non soltanto in un concorso canoro, ma in uno spettacolo totale, rito televisivo capace di riunire l’Italia davanti al piccolo schermo. Non è uno spettacolo per giovani, ma non gli è chiesto di farlo. Critici e osservatori parlano di un vero e proprio “mondo parallelo di Pippo Baudo”: un universo televisivo senza pericoli, popolato da giovani dall’aspetto acqua e sapone, con i maglioni portati sulle spalle come negli uno spot pubblicitario dei prodotti dolciari. Un mondo che rifugge i fermenti più dirompenti della società e della musica contemporanea: i giovani del Sanremo degli anni Novanta sono i giovani come li vorrebbero i vecchi.

Il baudismo senza Baudo

Seguono due edizioni — 1997 e 1998 — in cui si prova a replicare il “baudismo” senza Baudo. Nonostante la presenza di due giganti come Mike Bongiorno e Raimondo Vianello, i risultati sono tiepidi: nascono vincitori destinati a un successo effimero, dai Jalisse con Fiumi di parole ad Annalisa Minetti, per cui viene acconciato un regolamento su misura. È la dimostrazione che fare un Sanremo alla Baudo senza Baudo non è possibile. Quella sintonia speciale che Baudo ha con il pubblico manca a chi decide le formule e i cast dopo di lui credendosi nuovo demiurgo, e si trasforma in hybris.

2002

Dopo sette anni, Pippo Baudo torna ancora una volta sul palco dell’Ariston. Il Festival di Sanremo 2002 segna la sua quarta rinascita, l’ennesima rivincita del “Mister Festival”. Già il 31 luglio 2001 le agenzie avevano annunciato l’accordo con la Rai: Baudo avrebbe avuto la conduzione e la direzione artistica per due edizioni. E il 14 novembre, con una trasmissione speciale intitolata Sanremo si nasce, presenta in anteprima i 16 Giovani in gara, festeggiando così il ritorno in Riviera.

Il suo ingresso in scena è una dichiarazione di intenti: solo, avvolto da un fascio di luce, annuncia con tono solenne:

«A Sanremo volevo tornare, ed eccomi qua».

Il Festival si riappropria immediatamente dell’impronta ecumenica e rassicurante del suo deus ex machina: Baudo richiama il suo schema classico, con la “mora” Manuela Arcuri e la “bionda” Vittoria Belvedere come vallette, l’orchestra disposta dal fido scenografo Gaetano Castelli, il Dopofestival riportato in palinsesto e la sigla che torna ad essere l’intramontabile “Perché Sanremo è Sanremo”.

Sul piano regolamentare, Baudo accentua ancora di più la sua impronta: elimina le giurie di qualità, lasciando al solo campione demoscopico il potere di determinare la classifica dei Campioni. Per i Giovani reintroduce le eliminazioni, scelte che sanciscono il suo ritorno a un Festival “vecchio stile”, costruito per riunire il pubblico davanti al focolare televisivo. Sembra di essere a metà degli anni Novanta, ma sono passati sette anni.

I risultati: vincono i Matia Bazar con un brano rétro, mentre il vero successo popolare, Salirò di Daniele Silvestri, si ferma al quattordicesimo posto. Ma i dati Auditel sorridono: senza raggiungere i fasti del 2000, il Festival mantiene buoni ascolti e ottiene un picco clamoroso con l’esibizione di Roberto Benigni – oggetto delle polemiche di Giuliano Ferrara nella settimana precedente al festival - che sfiora i 20 milioni di spettatori.

Baudo stesso, con la sua consueta ironia, riconosce i limiti del “baudismo” e insieme ne rivendica la necessità:

«Quel baudismo non piace neanche a me. Però se mi hanno richiamato un motivo ci sarà. Forse hanno pensato: aridatece er puzzone».

Il 2002 non è soltanto l’ennesimo ritorno di Mister Festival, ma anche la fotografia di un mutamento profondo. Seguendo l’intuizione dello storico patron Gianni Ravera, Baudo continua a cercare di costruire un Festival che non parli a un solo pubblico, ma a molti pubblici diversi: ogni segmento trova il proprio cantante, la propria canzone, il proprio siparietto comico.

La sua regia non riguarda più soltanto lo spettacolo, ma diventa ingegneria di palinsesto. Ogni scelta è tarata sul tipo di spettatori che la Rai vuole raggiungere: la missione non è solo culturale, ma commerciale, funzionale a consolidare o recuperare quelle fasce che fanno gola agli sponsor e agli inserzionisti.

Il risultato segna una svolta: il primo canale della Rai sembra abdicare al suo ruolo generalista per concentrarsi su un target più specifico. Le rilevazioni Auditel lo dicono chiaramente: lo spettatore medio del Festival dell’inizio degli anni Zero ha ormai un profilo preciso — residente al Sud, ultracinquantenne, pensionato o casalinga, con scolarità medio-bassa.

Baudo, quindi, ottiene l’obiettivo di garantire ascolti solidi, ma il prezzo è un Festival sempre più plasmato dalle logiche televisive e pubblicitarie. Il concorso delle canzoni rimane sulla carta, ma lo spettacolo diventa, più che mai, un prodotto televisivo confezionato per un pubblico mirato. È l’ennesima dimostrazione della sua capacità di leggere il tempo, ma anche l’inizio di un dibattito che lo accompagnerà fino all’ultima edizione: il Sanremo che Baudo continua a volere forgiare negli anni Zero è ancora la vetrina della canzone italiana?

2003

Come spesso accade nella sua carriera, la seconda edizione consecutiva segna per Pippo Baudo una coazione a ripetere. Il Sanremo 2003 appare più opaco e meno brillante del 2002, incapace di rinnovarsi davvero.

In epoca di talent show selezione dei Giovani viene affidata a Destinazione Sanremo, un format ispirato a Star Academy (in onda sulle reti commerciali con il titolo Operazione Trionfo). La trasmissione, condotta da Baudo insieme a Claudio Cecchetto e Federica Panicucci, nasce dall’intuizione di coniugare gara canora e reality show, ma il risultato non convince: le case discografiche impongono i propri nomi, le giurie privilegiano quasi solo le interpreti femminili e le teen-ager, e restano fuori talenti come Filippo Graziani, Fortunato Zampaglione, Riccardo Maffoni e soprattutto Simone Cristicchi, che esploderà solo qualche anno dopo.

La formula del Festival 2003 prevede anche momenti aggiuntivi: ogni Campione ha otto minuti di palcoscenico per raccontarsi prima del brano in gara, tra ricordi, poesie e filmati di repertorio. Un’idea che però appesantisce lo spettacolo e non viene premiata dall’Auditel. Molti critici, tra cui Linus, parlano di una delle gare dei Giovani più deboli di sempre, e arrivano a suggerire di abolire la sezione. Baudo difende il principio, e si difende:

«Non si può, altrimenti non avremmo rifornimento. E se chiudiamo la porta ai giovani ci rimprovererebbero di essere padri padroni».

Le stime d’ascolto del 2003 restano al di sotto delle aspettative. Baudo si assume le sue responsabilità e individua tre errori principali: troppi Big, la scelta delle canzoni dei Giovani e soprattutto l’azzardo di Destinazione Sanremo, nato dal timore della concorrenza di Operazione Trionfo.

«Pensavo di avere del materiale più consistente, ma considero tragico ed esagerato il termine “flop”».

Le critiche non mancano: Caterina Caselli denuncia l’eccessiva ingerenza televisiva e invoca un ritorno a una selezione qualitativa delle canzoni. Baudo, dal canto suo, accusa la Rai di non occuparsi abbastanza del pubblico giovane, ricordando che le tv private dedicano loro addirittura canali interi.

Il suo contratto di direttore artistico è in scadenza. Eppure, Baudo non si arrende: «Non ho nessuna intenzione di appendere le scarpe al chiodo». Per tornare all’Ariston dovrà attendere quattro anni, ma ancora una volta manterrà la promessa.

Dopo il non soddisfacente risultato d’ascolto del 2004, la Rai cerca di rinnovare il Festival affidando l’edizione del 2005 a Paolo Bonolis, volto di punta della rete ammiraglia. La decisione arriva a giugno, e accanto a lui viene nominato come direttore artistico Pippo Baudo, in quella che sembra una formula di compromesso: il presentatore romano per la conduzione, il veterano siciliano per garantire esperienza e continuità. L’esperimento dura poco. All’inizio di agosto, Baudo rassegna le dimissioni dall’incarico, rinunciando al ruolo.

2007

Dopo un biennio di tentativi di rinnovamento e il risultato non brillante del 2006, il Festival di Sanremo 2007 si affiderà di nuovo a Pippo Baudo. Per il pubblico, resta lui il vero modello del Festival, colui che ne ha inventato la grammatica — le regole, i rituali, le icone — che rendono la manifestazione immediatamente riconoscibile.

Baudo, come sempre, mette mano al format. Spariscono le categorie introdotte da Bonolis che avevano creato confusione (“era un modo di accontentare tutti, per cui sono tutti primi”) e scompaiono anche le eliminazioni tra i Campioni (“perché questo trauma? La vita è già tanto faticosa”). Il direttore artistico annuncia di voler dare dignità ai Giovani, evitando che le loro esibizioni finiscano relegate a notte fonda. Resta la serata dei duetti, che aveva funzionato bene.

Il confronto con le case discografiche è serrato: Baudo si oppone alla pubblicazione integrale delle classifiche, ottenendo un compromesso. Al termine del Festival, saranno resi noti solo i primi dieci Campioni e i primi tre dei Giovani, mentre le graduatorie parziali restano segrete. La scelta destinata a dividere pubblico e stampa.

Non mancano polemiche artistiche: Baudo non ammette Irene Grandi e la sua Bruci la città, ritenendola inadatta al contesto festivaliero. La cantautrice si prenderà la rivincita in estate, trasformando il brano in uno dei maggiori successi della stagione.

L’edizione funziona: Simone Cristicchi vince con Ti regalerò una rosa, ballata intensa sulla malattia mentale, e Fabrizio Moro conquista la sezione cadetta con Pensa, inno civile contro la mafia. Due vittorie che restituiscono al Festival la sua dignità di specchio sociale e di vetrina per la canzone d’autore.

Gli ascolti risalgono, invertendo la tendenza negativa dell’anno precedente. Ma non tutti a Viale Mazzini sono convinti: il direttore di RaiUno, Fabrizio Del Noce, lascia intendere che quella potrebbe essere l’ultima edizione di Baudo. Il conduttore, al contrario, si dichiara soddisfatto:

«Ho vinto la mia scommessa sul recupero della canzone d’autore. Abbiamo messo la prima pietra perché il Festival recuperi la sua essenza».

Alla fine di maggio arriva la conferma: Baudo sarà di nuovo al timone anche nel 2008.

2008

Il Festival di Sanremo 2008 segna l’ultima volta di Pippo Baudo sul palco dell’Ariston da protagonista. Accanto a lui, Piero Chiambretti: una coppia affiatata, che dovrebbe mescolare tradizione e ironia, senza però trovare la scintilla. Lo show appare lento, dilatato, privo di colpi di teatro. Vincono Giò Di Tonno e Lola Ponce con la forza melodrammatica del musical, ma è il Dopofestival degli Elio e Le Storie Tese a restare nella memoria: ogni sera riscrivono e parodiano i brani in gara, coinvolgendo gli stessi artisti, affiancati da Lucilla Agosti e Lucia Ocone.

Gli ascolti sono deludenti: l’Auditel registra un calo netto, e la tensione si avverte già nelle conferenze stampa. Baudo, esasperato dalle critiche e dalla rincorsa allo share, si lascia andare:

«Se avessi litigato con Chiambretti avremmo avuto ascolti alti. (…) Pigliamoci a pesci in faccia, sputiamoci in faccia, facciamo tutto quello che possiamo perché così serviamo il pubblico: no, così lo imbarbariamo, il pubblico, così lo fottiamo e avremo un’Italia di merda!».

L’amarezza di Baudo è evidente: denuncia la scarsa collaborazione dei discografici, propone di ridurre i Big a 12–15 e i Giovani a 8 per rendere la gara più compatta, ma il clima è quello di una stagione che si chiude. Il “Baudismo” a Sanremo finisce davvero: qualcuno sostiene fosse terminato già nel 1995, e che il resto sia stato una lunga “età giolittiana”, un fine mandato glorioso ma inevitabilmente appannato.

Sanremo esce ammaccato dall’ultimo biennio Baudiano, e nel 2009 il direttore di rete Fabrizio Del Noce non esclude che possa essere ridimensionato da “evento” a normale programma di prima serata. Non succederà, anzi il Festival si riprenderà del tutto dalla crisi, e tornerà, anzi, a conquistare il pubblico dei giovani, ma questa è un’altra storia.

Dieci anni dopo, Baudo tornerà ancora una volta a condurre una serata di Sanremo, ma in forma diversa. Nel dicembre 2018, dal Teatro del Casinò, conduce con Fabio Rovazzi l’atto finale di Sanremo Giovani. È l’ultimo atto della sua storia d’amore con la città dei fiori: come tutto era cominciato nel 1963, quando una giovanissima Gigliola Cinquetti vinse a Castrocaro e lui la presentò, così si chiude con un passaggio di testimone. Pippo Baudo annuncia la qualificazione tra i Big di un giovane destinato a segnare il futuro: Mahmood.

Nota personale: Chi scrive non ha mai avuto l’opportunità di conoscere personalmente Pippo Baudo: tante persone che ho incontrato, con cui ho lavorato, che ho incontrato, che stimo e a cui voglio bene invece hanno avuto l’opportunità di lavorare anche a lungo vicino a lui. Non ce ne è stato uno che me ne abbia mai parlato con antipatia o anche solo con distanza. A tutti e tutte quelli che gli hanno voluto bene e che gli sono grati e affezionati il mio più forte abbraccio.

(Articolo originale su Rockol.it)

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