"Semplicemente la vita / Semplicemente follia / Cantami ancora il presente / Nella vanità / Io sono musa, colore tagliente / E poi opera, l’opera". Con questi versi Patty Pravo è tornata in gara al Festival di Sanremo dello scorso febbraio portando sul palco un brano solenne e quasi teatrale, pensato più per affermare una presenza che per inseguire il consenso immediato. La canzone e la performance non hanno restituito completamente la statura della sua interprete, ma non hanno neppure scalfito quell’aura che accompagna da decenni la figura di Patty Pravo. In un tempo in cui anche Madonna decide di omaggiarla, la cantante veneziana continua a muoversi con la libertà di chi non deve dimostrare nulla e può raccontarsi seguendo soltanto il proprio istinto.
Il brano sanremese introduce anche il senso del nuovo album "Opera", ventinovesimo lavoro in studio dell’artista e primo disco di inediti dopo sette anni. Prodotto da Taketo Gohara e costruito attorno a un’idea dichiaratamente corale, il progetto riunisce uno svariato gruppo di autori che affidano alla voce inconfondibile di Patty Pravo, pseudonimo di Nicoletta Strambelli, una serie di storie che si muovono tra malinconia, memoria e desiderio di libertà. Tra le firme compaiono nomi diversi per sensibilità e provenienza, da Giovanni Caccamo a Giuliano Sangiorgi, da Morgan a Francesco Bianconi, da Serena Brancale a Pierpaolo Capovilla, componendo un mosaico di scritture che cerca nell’interprete il suo punto di equilibrio.
Il percorso del disco si apre con "Oggi piove", dove la scrittura di Capovilla spinge la voce verso una dimensione più cruda e terrena, sostenuta da percussioni incisive che rompono la consueta atmosfera sospesa. Subito dopo "Noi due", firmata da Veronica Lucchesi e Dario Mangiaracina della Rappresentante di Lista, riporta l’ascolto in un territorio più onirico e malinconico, affidando a Patty Pravo il racconto di una solitudine che emerge quando un amore si spegne. Anche "Maledetta verità", costruita sulle parole di Raphael Gualazzi e su un tessuto pianistico e orchestrale, sfiora la fine dei sentimenti con una delicatezza quasi cinematografica. Nella stessa linea emotiva si collocano la dichiarazione d’indipendenza contenuta in "L’amore impertinente" di Giuliano Sangiorgi e l’atmosfera riflessiva di "L’equilibrio", mentre Morgan spezza i toni e la narrazione intervenendo con la sua scrittura in "Foto nella mailbox", affidando all'interprete termini e inglesismi tecnologici per raccontare la fine di un tragitto in cui “non c'è oro da cercare e non c’è tempo da smarrire”.
Con "Ho provato tutto", scritta da Francesco Bianconi, il racconto cambia prospettiva e assume i contorni di una sorta di autobiografia in musica senza peli sulla lingua. Il brano, che aveva anticipato l’album, raccoglie frammenti di una carriera lunga e imprevedibile, tra incontri leggendari e confessioni disarmate, restituendo l’immagine di un’artista che attraversa il tempo senza nostalgia: "Ho lasciato Jimi Hendrix scrivere / Ho strappato cuori, fatto shock”, narra la diva di Venezia in un passaggio del testo, che non manca di confessare nel ritornello: “Non sapete l'energia che ci vuole / A sopportare il peso del mondo”. In "Cosa vuoi che sia", firmata tra gli altri da Serena Brancale, arriva un’altra presa di coscienza, in questo viaggio senza filtri: “Cosa vuoi che sia una lacrima? / È solo un po' di vita che ti chiede: ‘Come va?’”. "Ratatan" gioca invece con sonorità beat anni Sessanta ricordando l’epoca in cui Patty Pravo apriva i concerti degli Who. Il viaggio si conclude con l’apertura melodica di "L’isola", scritta da Bianco e Federico Dragogna dedi Ministri, che lascia sospesa una domanda sul luogo in cui trovare finalmente pace nei sentimenti: “Chissà se c'è un'attimo per noi / Di immensità, di verità”, è la speranza finale, chiudendo un album che come traccia esclusiva della versione digitale include anche la cover di “Ti lascio una canzone” di Gino Paoli, brano reinterpretato a Sanremo.
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