News

Le sublimi e irritanti contraddizioni di Morrissey

08.03.2026 Scritto da Gianni Sibilla

Ve li ricordate i tempi in cui Facebook ha iniziato a chiedere di aggiungere al profilo in che tipo di relazione eravamo e una delle risposte era “it’s complicated”?
La funzione c’è ancora, è un po’ più nascosta ma siamo diventati un po’ meno ingenui nell’uso dei social media. Però da qualche tempo si usa molto – anche fuori dagli ambiti accademici – la definizione “relazioni parasociali” per descrivere i rapporti unilaterali che stabiliamo con le celebrità e i personaggi dei media. E sì, se dovessimo definire alcune di queste relazioni, è complicato.
Come quella con Morrissey. Che torna a pubblicare un nuovo album dopo sei anni, dopo avere fatto di tutto, compreso cercare di allontanare i suoi fan storici: quelli che gli hanno perdonato -  e gli perdonano – quasi ogni cosa, dalle provocazioni ai flirt con gli estremismi politici fino ai concerti annullati all’ultimo minuto.

Chi è Morrissey, oggi?

“The best you can do is be yourself”, canta Morrissey in “The night pop dropped”, uno dei pezzi centrali di “Make-up is a lie”. Questo album non scioglie il mistero di chi sia Morrissey, anzi lo complica, unendo momenti sublimi e lirici – in cui risenti la forza dell’unione tra una voce unica e versi potenti – ad altri in cui ti cadono le braccia perché la storia è la stessa che ci racconta da anni: non è colpa mia, mi stanno censurando, non ci dicono la verità.
“I want to speak up and not be trapped by censorship” è la seconda frase che canta nel disco, in “You’re right it’s time” – musicalmente una delle canzoni migliori perché più semplice, costruita su un bel giro di chitarra. Poi Morrissey si interroga sulla sua mortalità: aggressività e fragilità, accusa e riflessione, tutto nel giro di pochi secondi.
“Tutti i trucchi sono delle bugie”, ci dice Morrissey nella title-track, una canzone con un arrangiamento in buona parte ondeggiante e discutibile – tranne che nel ritornello, in cui dispiega la voce come ai vecchi tempi. Ma alla fine Morrissey sceglie comunque di truccarsi, e va bene così: le provocazioni, l’ondeggiare tra gli estremi sono parte del gioco.
Soprattutto in un periodo in cui le relazioni parasociali, alimentate dalla comunicazione continua dei social, rendono sempre più difficile, se non impossibile, separare la persona dal personaggio: non possiamo ascoltare un disco pensando solo alla musica, ma inevitabilmente finiamo per apprezzarla (o disprezzarla) anche a partire da ciò che la circonda e da come i cantanti si presentano e rappresentano.

Complotti,  vecchie ossessioni e nuove melodie

“Make-up is a lie” contiene una buona dose di complottismi (“Notre-Dame” lascia intendere che la cattedrale sia stata bruciata da qualcuno, tanto che nella prima versione c’era la parola “terrorismo”), di accuse (in “Zoom zoom little boy” se la prende con gli animalisti che vogliono salvare ogni specie) e di attacchi contro il music business, uno dei suoi bersagli preferiti dai tempi degli Smiths.
Ricordate “Stop me if you think you’ve heard this one before”? Qui c’è il suono dei registratori di cassa di “Kerching, kerching”, con il discografico che ti dice che non sei mai abbastanza, oppure ci sono i mostri della via dei maiali, in cui si chiede che differenza ci sia tra chi costruisce la carriera di una stella e chi ti rompe una gamba.
“The monsters of Pig Alley” è una bellissima canzone che parte con una chitarra acustica e poi si apre in maniera magistrale, in cui la leggerezza della melodia si fonde con parole durissime, diventando inscindibile e ricreando quella magia di fusione tra alto e basso che ha reso unici gli Smiths e una buona parte della carriera solista di Moz.
È la degna chiusura di un album che però contiene molto di più di queste provocazioni, messe lì proprio per quel motivo. È uno di quei momenti in cui il sublime e il banale – come le trite argomentazioni contro lo show business – si fondono fino a diventare una cosa sola.
Le ultime frasi sono forse il momento in cui Moz si toglie davvero il make-up: “We’re not sophisticated / We’re overweight and dated / But we love you”.

Le canzoni, tra pigrizie e lampi sublimi

Ma non è solo una questione di testi, perché la musica pop non è mai solo una questione di testi: è fatta di canzoni e di arrangiamenti, che qui hanno lo stesso ondeggiamento tra momenti pigri e momenti illuminati.
Ci sono passaggi musicali in cui ti chiedi: “Ma davvero uno come lui non riesce ad avere idee migliori per le sue melodie o circondarsi di musicisti migliori?”. L’inizio piano, voce e chitarra di “Boulevard” sembra una “Last night I dreamt that somebody loved me” fatta con l’intelligenza artificiale; il valzerino di “Headache” si risolleva solo nella parte strumentale centrale con un bell’intreccio di chitarre.
Poi però arrivano momenti come “Lester Bangs”, in cui lo senti parlare dell’icona della critica rock su un bel tappeto di piano chitarre. Lo senti chiedersi “How does it feel to be you, Lester Bangs? / Three thousand miles away / this nerd hangs on your word” e capisci che sta parlando di sé. E sta parlando di noi, che ancora una volta pendiamo dalle sue labbra, e dalla sua voce.

Che relazione hai con Moz? È complicato

Insomma, che relazione (parasociale) si ha oggi con Morrissey e la sua musica? È complicato.
È molto più facile volere bene a Johnny Marr e al modo in cui porta avanti in maniera dritta l’eredità degli Smiths, con uno spirito rock ’n’ roll. Morrissey, invece fa di tutto per tenerci distanti e per farsi volere male. Però poi infila delle canzoni che fanno sì che il gioco valga la candela.
“How empty life would be / If we had never known / So sad for me, for us / So sad for the universe”, canta sempre nella prima canzone. È la stessa strategia retorica che Eminem usava in “Without me” per rispondere a critiche e hater. Non è particolarmente originale, ma è davvero cosi: senza cantanti così, la musica sarebbe un po' più noiosa. 
Morrissey è una grande contraddizione vivente, e questo album non fa eccezione.


Disclaimer:

Questo articolo è stato realizzato e pubblicato da Rockol.it ed i suoi contenuti sono integralmente forniti da Rockol, che ne assume ogni responsabilità editoriale. Il presente sito si limita a ospitare il contenuto in modalità non indicizzata e non è in alcun modo coinvolto nella produzione, redazione o approvazione dei materiali pubblicati.

Rock Online Italia (Rockol) è una testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Milano: Aut. n° 33 del 22 gennaio 1996.

Immagini e diritti

Rockol:

  • utilizza esclusivamente immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali ("for press use") da case discografiche, management artistici e uffici stampa /P.R;
  • impiega le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, e solo a corredo dei propri contenuti informativi;
  • accetta unicamente fotografie non esclusive, destinate alla pubblicazione su testate giornalistiche, e comunque libere da vincoli di utilizzo;
  • pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse da fotografi dei quali viene indicato il copyright

Segnalazioni

Eventuali segnalazioni relative a immagini non conformi a quanto sopra descritto possono essere inviate a webmaster@rockol.it
Provvederemo a effettuare una rapida valutazione e, ove necessario, alla tempestiva rimozione del materiale.

Per consultare l'articolo nella sua versione originale, visita questo link

(Articolo originale su Rockol.it)

condividi