Gli anni Ottanta negli Stati Uniti cominciano davvero il 1º agosto 1981, quando MTV va in onda per poche aree suburbane e rurali del paese. Reagan mette da parte la densità culturale degli anni Settanta e getta le basi per un nuovo periodo segnato dal consumismo, dall’accento sull’individuo e dalla semplificazione dei messaggi a un livello quasi elementare. Solo poche decine di persone credono che una TV che trasmette video 24 ore su 24 possa avere successo. Tutte loro festeggiano poche ore dopo il lancio in un bar di New York.
MTV cambia le regole della musica, imponendo un approccio corporate che sostituisce con stile e immagine quasi ogni forma di controcultura e diventa il sole attorno al quale ruota la cultura popolare. Conta apparire bene sullo schermo più che suonare bene. L’estetica della rete — editing accelerato, celebrazione della giovinezza, impermanenza, bellezza — influenza non solo TV, radio, pubblicità e cinema, ma anche arte, moda, sessualità adolescenziale e persino politica. Per raggiungere questo obiettivo, MTV rischia più volte di fallire e viene salvata con un dollaro dato a Mick Jagger.
Molti avrebbero preferito che fallisse: chi ha sempre accusato MTV di guidare la commercializzazione e la semplificazione della musica rock e pop, standardizzare formule estetiche e ridurre la spontaneità.
Ora che i canali dedicati alla musica su MTV in Europa sono stati chiusi, è il momento giusto per raccontare gli anni di gloria dei videoclip, nel mondo e in Italia. Prima che Napster, YouTube, i social e le piattaforme di streaming travolgessero il modo di fruire la musica, i ragazzi facevano una cosa separatamente ma contemporaneamente: guardavano MTV (e DeeJay Television e Videomusic). Questa è la storia in sei parti di quello che è successo, con una playlist per accompagnare il racconto con la musica. I want(ed) my MTV.
Prima Parte
Los Angeles, Sheraton Hotel, 15 novembre 1979
Nel 1979 il video, nella musica, è ancora un formato incerto a cui l’industria discografica guarda con curiosità mista a diffidenza. Non è cinema, non è televisione, non è nemmeno solo promozione. Billboard organizza allo Sheraton-Universal Hotel di Los Angeles la prima International Video Music Conference. In sala ci sono dirigenti delle major, produttori, tecnici, distributori. Si parla di videocassette, videodischi, sincronizzazione tra audio e immagini, diritti, costi. Il tema è semplice: capire se il video può diventare un prodotto e non solo un accessorio promozionale. L’idea che circola è che la musica stia entrando in una fase in cui l’immagine conta quanto il suono, ma nessuno è ancora in grado di dire come e quanto. Alcuni artisti si muovono già in quella direzione. Blondie, Devo e altri gruppi usano il video come parte dell’identità, non come semplice illustrazione di una canzone. La conferenza registra questo movimento e prova a dargli una cornice industriale.
Durante un panel intitolato "Video Music—Tomorrow Is Here Today", John Lack dichiara la sua intenzione di avviare un canale di videomusica, attivo ventiquattro ore su 24. Lack è vicepresidente esecutivo e Chief Operating Officer della Warner-Amex Satellite Entertainment Company (WASEC), una joint venture che sta esplorando nuove frontiere della televisione via cavo — tra cui nascenti canali tematici e progetti sperimentali di contenuti video legati alla musica. Non è un artista né un creativo; non ha un manifesto estetico, ma una visione commerciale: vede nel video musicale la materia prima per un formato nuovo, una “video radio” che trasmetta musica 24 ore su 24, in continuo, proprio come una radio ma con le immagini. Ha una posizione molto industriale e pratica: la sua discussione non è sulla poesia delle immagini, ma su soldi, diritti, disponibilità dei contenuti. Chi ha i video? In che formato? Chi li concederà? E a quali condizioni?
Quando MTV andrà in onda per la prima volta il 1° agosto 1981, sarà proprio John Lack a pronunciare le famose parole d’apertura: “Ladies and gentlemen, rock and roll”, subito prima del primo videoclip trasmesso.
Ma perché proprio in questo momento pensare a un canale televisivo all music? Non c’è stata un’innovazione tecnologica che lo renda possibile più di quanto lo fosse già stato anni prima; non c’è nemmeno una domanda specifica da parte dei consumatori. Ci sono però le condizioni culturali perché un prodotto del genere possa funzionare. Finiti gli anni Settanta, l’America sembra aver lasciato alle spalle decenni di impegno civile, tensioni sociali e sperimentazioni controculturali: le battaglie per i diritti civili, la guerra del Vietnam, lo scandalo Watergate, le crisi energetiche e le discussioni sulla morale pubblica hanno scolpito una generazione provata, disillusa e in cerca di chiarezza. In questo clima, l’industria culturale inizia a orientarsi verso una semplificazione estrema dei messaggi, riducendo complessità e ambiguità in formule facilmente digeribili. Il cinema, dopo il fervore creativo della Nuova Hollywood, mostra segni di stanchezza: i registi più audaci e sperimentali lasciano il passo a blockbuster più diretti, con trame semplici e personaggi archetipici, capaci di parlare a un pubblico che desidera intrattenimento immediato più che riflessione profonda.
E proprio mentre l’industria musicale discute la trasformazione tecnologica e comunicativa del video come medium commerciale, la politica americana annuncia una figura che farà della semplificazione del messaggio e della chiarezza comunicativa il marchio della sua leadership. La conferenza di Billboard inizia il 15 novembre 1979: l’ultimo tassello necessario alla trasformazione che sta per investire l’America e il mondo è arrivato due giorni prima. Ronald Reagan annuncia formalmente la sua candidatura alla presidenza degli Stati Uniti, in un discorso nazionale in cui espone motivazioni e programma elettorale come candidato repubblicano per l’Election Year 1980. Governatore della California e candidato repubblicano, costruisce la propria campagna sulla chiarezza, la forza del messaggio e la retorica semplice, alternando battute sul bisogno di sicurezza e prosperità a slogan come “Let’s make America great again” — primo abbozzo dello storico leitmotiv che attraverserà decenni — e richiami alla fiducia individuale e alla responsabilità personale. La sua figura diventa un punto di riferimento culturale oltre che politico: il pubblico, stanco di dibattiti complessi e di contraddizioni sociali, reagisce positivamente a un linguaggio chiaro, diretto e rassicurante.
La musica, la televisione, il cinema e la politica — per la prima volta dopo vent’anni — iniziano a muoversi in parallelo verso un modello di comunicazione semplificato, iconico e facilmente memorizzabile, in cui immagini, slogan e clip sostituiscono la lunga riflessione degli anni precedenti. La semplificazione dei media e quella dei messaggi politici diventano due facce della stessa trasformazione culturale: l’America è pronta a vedere, ascoltare e reagire senza intermediazioni complesse.
New York, Sheraton Hotel, 1 agosto 1981
La notte del 1° agosto 1981, pochi minuti dopo la mezzanotte (00:01 Eastern Time), va ufficialmente in onda MTV: Music Television, il nuovo canale via cavo dedicato esclusivamente ai videoclip musicali. Il monoscopio lascia il posto a uno spot di apertura costruito come un manifesto: immagini dello Space Shuttle Columbia in fase di lancio, fotogrammi dello sbarco sulla Luna e la bandiera con il logo di MTV. Subito dopo parte “Video Killed the Radio Star” dei Buggles, scelta simbolica per lanciare un’idea di musica che non si ascolta più soltanto, ma si guarda.
È ancora un’operazione sperimentale e a basso budget. Non c’è una grande sala di controllo stile network tradizionale: negli ultimi mesi, il team lavora con quello che ha — tra studi provvisori a New York e strutture di trasmissione via cavo nel New Jersey — mentre i VJ (video jockey) si preparano a confrontarsi con una tecnologia rudimentale e con un database di videoclip ancora molto limitato. Le case discografiche hanno prodotto pochi materiali, spesso pensati solo per singole promozioni, e nei primi giorni di trasmissione i video vanno in rotazione continua; a volte lo schermo resta nero durante il cambio di nastro, mentre gli operatori sostituiscono fisicamente le cassette nei videoregistratori.
Il canale è per pochi: nella prima ora di programmazione solo alcune migliaia di case collegate ai sistemi via cavo del New Jersey riescono a vedere lo stream. A New York, dove MTV ha la sua base operativa, l’effettiva distribuzione del segnale è ancora un labor limae della neonata industria del cavo televisivo. Nonostante problemi tecnici, limiti di budget e scarsità di materiale, nella stanza di controllo e nei bar dove lo staff segue la partenza — un centinaio di persone tra team e amici della rete — si percepisce che sta succedendo qualcosa di nuovo: forse non epocale, ma certamente rivoluzionario nel modo in cui la musica entra nelle case.
Nelle ore successive la programmazione ripete video di Pat Benatar, Rod Stewart, Who, Todd Rundgren e altri nomi del momento, mentre i tecnici sistemano segnali, cali di flusso e limiti del sistema. Nessuno nel 1981 sente davvero il bisogno di video musicali 24 ore su 24: il roster è fragile, con nomi di seconda linea, spesso britannici o australiani, quasi mai americani. Eppure, MTV decide di fare di quel vuoto il proprio terreno di gioco, ottenendo video senza spendere un dollaro e convincendo le case discografiche a produrli quasi come un favore, creando uno spazio per i ragazzi, segmento che la TV sembra aver dimenticato. Nei primi mesi la sfida è concreta, ma l’ambizione è chiara: trasmettere video musicali 24 ore su 24, dare a quel linguaggio immagine+suono uno spazio strutturato e proporre un nuovo modo di guardare la musica.
Reagan è entrato in carica pochi mesi prima, il 20 gennaio 1981, inaugurando una presidenza che segna un netto cambio di paradigma rispetto agli anni ’70: politica estera più assertiva, ritorno a valori patriottici e conservatori, e un messaggio culturale ed economico improntato all’individualismo e al mito del “sogno americano”. MTV incarna questo cambio: consumo rapido, icone visive, eroi immediati, spettacolarizzazione della musica. La densità di messaggi, l’impegno politico e la sofisticatezza formale degli anni ’70 sembrano già fuori sincrono rispetto a questa nuova estetica visiva e culturale.
Un anno prima, in Inghilterra si sono create le basi per il consumo di musica di facile presa. Si è chiuso il decennio del classic rock — “The Wall”, “London Calling” suonano come gli ultimi epigoni — e nello stesso tempo il 45 giri ha riacquistato centralità: dopo anni in cui era più un oggetto da nascondere che da mostrare, torna a contare, desiderabile e immediatamente riconoscibile. Paul Morley sul NME, architetto del New Pop, osserva che con la scomparsa dei Joy Division il pop deve trovare una nuova direzione: verso una “overground brightness”, una luminosità che restituisca vita alla radio e faccia contare di nuovo il singolo. Il New Pop sposa il senso di urgenza e autodeterminazione del punk a valori rifiutati dal post-punk: glamour, teatralità, alte posizioni in classifica, immagine sopra le righe. I numeri uno britannici del 1980 — “McCartney II”, “Peter Gabriel 3”, “Never Forever” di Kate Bush, “Scary Monsters” di David Bowie — suonano come l’ultima fermata di un’epoca, il punto di arrivo di un decennio prima che la nuova cultura pop prenda il sopravvento.
È proprio questa consumabilità immediata del singolo a preparare il terreno per il video musicale: se la canzone deve catturare in pochi minuti, il video diventa uno strumento essenziale per amplificarne l’impatto, rendere la musica visivamente riconoscibile e trasformare il singolo in un evento multisensoriale. MTV trova così un pubblico già pronto a recepire la musica come prodotto integrato di immagine, teatro e ritmo.
Mentre la tv musicale prende avvio da New York, Warren Beatty completa il montaggio di “Reds”, film che racconta la vita di John Reed e la Rivoluzione russa con oltre tre ore di interviste, documenti e ricostruzioni. Non è un biopic convenzionale, ma un mosaico di complessità e passione politica: l’ultimo grande canto della densità anni ’70 prima che linearità, mito nazionale e spettacolarizzazione della storia diventino la cifra degli anni Ottanta. MTV contribuirà a disegnarli, mentre la musica tutta cambierà faccia.
Prima parte - continua domani 15 marzo
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