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La storia di Jeff Buckley non è mai finita

12.03.2026 Scritto da Gianni Sibilla

Si è perso il conto di quante volte la storia di Jeff Buckley è stata raccontata, e di tutte le storie che si sono collegate alla sua breve vita, finita tragicamente quasi trent’anni fa nelle acque del Mississippi. Ci sono le storie che nascono dal basso, come quella recente del ritorno della sua musica grazie a TikTok, e quelle che nascono dal mondo dei media che periodicamente lo riscoprono in serie TV, talent show e contesti simili. Poi c’è la storia ufficiale: di cui è narratrice e personaggio centrale la madre Mary Guibert, che gestisce la sua “legacy” materiale — le uscite discografiche e gli archivi — e simbolica. Non è un caso che abbia preferito un documentario a un bio-pic. “It’s Never Over: Jeff Buckley”, diretto da Amy Berg, arriva nelle sale italiane il 16, 17 e 18 marzo, dopo essere andato in onda su HBO in America. In contemporanea esce anche la ripubblicazione di Live at Sin-é”, l’EP di debutto del 1994, che esce anche in vinile per la prima volta, e nella versione espansa del 2003 - ovvero 2 CD e ben 4 dischi.

 Il film ricostruisce una storia che è stata narrata infinite volte: in libri, articoli, video, documentari e ristampe discografiche. Trovando forse la sua forma più completa e definitiva: “It’s Never Over” è di fatto una biografia autorizzata, costruita a partire da materiali d’archivio in larga parte inediti provenienti dall’archivio personale di Buckley, ma soprattutto attraverso la voce e la presenza della madre Mary Guibert. È lei la seconda protagonista del film. E  si mette in discussione: uno degli aneddoti più interessanti è quello in cui ricorda di essere intervenuta in un forum di fan a difendere il figlio, e Jeff si arrabbiò moltissimo, non parlandole per mesi.

Il documentario segue l’arco ormai noto della sua storia: la nascita nel 1966 in California, il rapporto complicato con il padre Tim Buckley, musicista di culto morto quando Jeff era ancora bambino, poche settimane dopo il loro unico incontro dopo un suo concerto. Poi l’arrivo a New York all’inizio degli anni Novanta, quando il giovane cantautore si fa notare al piccolo café irlandese Sin-é, dove Buckley costruisce la sua prima leggenda: concerti quasi improvvisati, solo voce e chitarra elettrica, che attirano musicisti, discografici e curiosi. Da quelle serate nascerà nel 1993 l’EP “Live at Sin-é”, il suo debutto discografico. TRa le testimonianze curiosamente il film lascia fuori quella di Glen Hansard, allora giovane attore-musicista noto per il ruolo in “The Commitments”, che portò Buckley a quel caffè.

Il passo successivo è “Grace”, pubblicato nel 1994: un album che oggi è considerato un classico, ma che all’epoca ebbe un successo limitato, più tra la critica e in Europa che in America. Buckley però ottenne un credito enorme anche tra i suoi colleghi musicisti: Robert Plant, suo idolo, lo definì come uno dei migliori cantanti viventi. Fu uno dei tanti elementi che aumentarono la pressione verso la creazione del secondo disco, che non arriverà mai, se non postumo e sotto forma di “Sketches”. Nel 1997 il cantante annega nel Wolf River Harbor, un affluente del Mississippi, a Memphis. Aveva trent’anni e stava lavorando al secondo album. Tra le tesi più forti del film c’è proprio quella relativa alla morte: ribadisce si trattò di annegamento - anche se c’è ancora chi crede c’entrasse la droga,  ma Buckley aveva solo bevuto una birra quella sera. Un gesto d’impulso, come altri nella sua vita: tuffarsi in acqua vestito. Quello però fu fatale.

Amy Berg ricostruisce questa vicenda con grande attenzione filologica, intrecciando filmati privati, registrazioni audio, fotografie e testimonianze di chi gli fu vicino: gli ex compagni di band, le ex compagne Rebecca Moore e Joan Wasser (Joan as Police Woman), musicisti come Ben Harper e Aimee Mann. Tra i materiali più toccanti c’è anche l’ultimo messaggio vocale lasciato da Buckley alla madre nella segreteria telefonica. In alcuni momenti è inevitabilmente agiografico, ma in generale cerca di restituire la complessità umana e artistica di Buckley, e di come soffrì tutta la pressione e le aspettative che sentiva.

“It’s Never Over” conferma che la storia di Jeff Buckley non è mai davvero finita. Non solo perché la sua figura continua a generare nuovi racconti - film, libri, ristampe discografiche. ;a soprattutto perché la sua musica continua a riapparire nei contesti più diversi. Alla fine anche il film suggerisce un’altra cosa, che la vera biografia di Jeff Buckley non sta nei film o nei libri, ma nelle canzoni che ci ha lasciato.


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