Quando è stata l’ultima volta che hai ascoltato un album per intero, senza guardare il telefono?
In una sera di febbraio, a poca distanza dal braciere olimpico e dalla Casa Italia delle Olimpiadi, c’è una lunga coda di gente che aspetta di entrare a Voce, in Triennale, per ascoltare James Blake. Entri e ti chiudono il telefono in una busta sigillata magneticamente, le stesse che si usano ai concerti di Bob Dylan. Niente foto, niente distrazioni_ il risultato è un’esperienza surreale: non siamo più abituati ad ascoltare la musica così, con un impianto pazzesco e senza distrazioni. Ho preso appunti su un taccuino; a un certo punto ho dovuto tirare fuori l’iPad e mi è quasi dispiaciuto spezzare l’incanto.
“Trying times” è un disco insieme moderno e classico: ballate soul retrò prodotte con suoni contemporanei. Blake resta un produttore formidabile, capace di manipolare campioni e spazi sonori con precisione chirurgica, anche troppo: qualche volta tende alla freddezza, più che all’empatia. Ma in “Trying times” cerca più la forma canzone e anche un po’ di calore, campionando Dusty Springfield o Leonard Cohen.
Alla fine dell’ascolto è arrivato lui: rilassato, loquace, molto meno algido di quanto il suo immaginario sonoro suggerisca.“Questo disco non è nato dal genio solitario”
La figura del producer chiuso da solo in studio non gli si confà: Blake racconta subito la centralità delle collaborazioni. Parla di Dom Maker, metà dei Mount Kimbie: “È la mia ‘music wife’. Non ho mai capito davvero come funziona il suo cervello: se lo capissi farei quello che fa lui, e non avrei bisogno di lui. Ma non posso”, spiega, raccontando che è “una specie di spacciatore di emozioni”: trova il campione perfetto, lo porta in studio sapendo che lui “se ne innamorerà”, lo taglia nel modo giusto e crea il punto di partenza ideale. “Dom è responsabile della maggior parte dei sample del disco. Senza di lui questo album sarebbe stato la metà”.
Blake smonta l’idea romantica del genio solitario: “È importante non romanticizzare questa figura. Non è vero. Questo disco nasce da un villaggio. Servono persone che sappiano qual è il tuo massimo livello e ti aiutino ad arrivarci”.Leonard Cohen e l’arte di cesellare le canzoni
Tra i campionamenti c’è pure Leonard Cohen: “Mi fecero ascoltare ‘Bird on a Wire’ in un momento difficile e scoppiai a piangere. Mi identificavo totalmente. È geniale nel mettere un sentimento in modo perfetto. Si sente che dietro c’è un lungo lavoro di rifinitura”. Cita una sua immagine: bisogna “continuare a tagliare il diamante per vedere se brilla davvero”.
Nel disco privato e pubblico si fondono, perché il privato è politico, come si diceva una volta: “Just a Little Higher”, brano di chiusura, nasce in un momento di tensione politica in Inghilterra, quando un gruppo nazionalista stava organizzando una protesta. “È stato un giorno triste. Molti amici non si sentivano al sicuro a uscire di casa”. Il problema, dice, non è solo l’odio: “La cosa più deludente è la stupidità. La divisione è uno strumento fantastico per il capitalismo, ma molti non lo vedono”.
“In questo disco ho cercato di trovare conforto nella musica”, spiega. “Se assomigliasse al caos che ho in testa, al senso di insicurezza che ci dà il mondo, sarebbe molto diverso”.“Bisogna essere spietati”
Uno dei passaggi più interessanti riguarda il processo creativo. Quando qualcosa non funziona, Blake dice di “abusare” dell’audio “in modi che sono davvero immorali nei confronti dell’audio stesso. Lo distruggo ancora e ancora finché non lo rompo e trovo la cosa che funziona davvero. Anche con la mia voce, usando effetti orrendi o 50 filtri uno dopo l’altro per vedere cosa succede. Penso che si debba essere fondamentalmente spietati. Non è restando dentro i binari e facendo cose che sembrano sbagliate che succede qualcosa”.
Cita Brian Eno e le sue “Oblique Strategies”: “Prendi la parte più imbarazzante della canzone e amplificala”. “Sono stato imbarazzato da molte delle mie idee migliori”, ammette. Ma allo stesso tempo non bisogna esagerare: “Non importa se qualcuno l’ha già fatto. Conta che sia eccitante per te, nel contesto della tua musica”.TikTok? Non è l’unica strada
Il tema arriva inevitabilmente. Blake non nega di aver avuto dubbi: “Non è vero che ho sempre preso decisioni pure e limpide. Mi è capitato di sentirmi fuori strada, di frequentare artisti che idolatravo e pensare di dover fare musica come loro. Ma ho 34 anni. Fuck it. Faccio quello che voglio. Non è necessario seguire i trend. Non funziona sempre così. Non è detto che TikTok funzioni per tutti”.
La chiave, dice, è trovare il proprio pubblico: “Non te ne serve così tanto. Le persone necessarie per sostenere una carriera potrebbero stare in un campo da calcio. Devi fare musica che ti importa davvero, abbastanza da far importare anche loro. Si può essere un artista che trova la propria strada attraverso le serate open mic e le esibizioni dal vivo, chiamando direttamente i locali per cercare ingaggi. È un’arte perduta, ma iniziare in quel modo è ancora possibile. Tutti i diversi canali sono ancora lì, è solo che TikTok ha preso il sopravvento”.La copertina: piatti che girano e stress
La cover – piatti che girano attorno a lui – è reale: “Quei piatti stanno davvero girando”. L’idea iniziale era quasi alla Charlie Chaplin, ma è diventata qualcosa di più simbolico. “Quella foto cattura lo stress di dover tenere tutto in aria. Stavo cercando di sistemare l’industria, creare una piattaforma mia, programmare, fare un disco, andare in tour. Stavo facendo troppo”.
Eppure nella foto appare immobile, quasi un direttore d’orchestra: “Quella calma in mezzo allo stress riassume il disco. E forse riassume me”. Alla fine resta l’impressione di una serata rara: ascolto concentrato, un artista che parla senza filtri di industria, politica, salute mentale, dubbi.
Fuori, il braciere olimpico. Dentro, un disco. Con tutto il rispetto per le Olimpiadi, continuo a preferire un buon album ascoltato dall’inizio alla fine, senza telefono.
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