Nell’era dei balletti su TikTok e delle canzoni che diventano virali grazie a trovate spesso demenziali, c’è spazio anche per storie come quella di Noah Kahan, costruita senza tormentoni, ma attraverso canzoni vere, parole pesanti e un rapporto di fiducia con il pubblico, cresciuto nel tempo tra concerti sold out, passaparola e una radio alternative americana tornata a premiare lo songwriting prima dell’algoritmo. Nato nel Vermont nel 1997, cresciuto in un contesto rurale e lontano dai grandi centri musicali, Kahan ha costruito la propria identità su una scrittura confessionale, diretta, spesso incentrata su ansia, isolamento e salute mentale, diventando una voce riconoscibile per una generazione post-pandemica in cerca di autenticità. La musica è intrisa di rock e folk. Parlammo già di lui qualche anno fa (qui il nostro articolo) quando balzò, dopo una lunga gavetta, in cima alle classifiche americane. Ecco, lo ha rifatto.
Il singolo “The Great Divide” sta scalando le classifiche rock Billboard e solo su Spotify ha già oltre 60 milioni di stream. Il dato che colpisce è soprattutto artistico: Kahan domina le graduatorie rock con una ballata folk-intimista, lontana dalle formule rock più aggressive, dimostrando come oggi anche un linguaggio fragile e introspettivo possa diventare centrale nel mainstream americano. Un percorso di ascesa iniziato con l’album “Stick Season” del 2022, il suo terzo progetto, diventato un caso culturale e rimasto a lungo in classifica, che ha posto le basi per l’attuale exploit. Un disco, tra l’altro, nuovamente ritornato altissimo in graduatoria. Con l’uscita del nuovo album “The Great Divide” fissata per il 24 aprile 2026 e un tour nordamericano già annunciato per l’estate, è evidente che Noah Kahan non è più un outsider indie come in passato, ma una presenza strutturale e stabile nelle classifiche rock e alternative degli Stati Uniti.
Il nuovo disco viene raccontato così dal cantautore: “Da un lungo silenzio nasce un divario, una vasta distesa che richiede attenzione. La scruto. Vedo vecchi amici, mio padre, mia madre, i miei fratelli, il me stesso di un tempo, il grande stato del Vermont. Vorrei gridare questi sentimenti, gesticolare selvaggiamente verso le figure dall'altra parte, ma la mia voce è diventata rauca e flebile dopo anni passati a scalare una scala verso quei sogni folli e vorticosi che si sono materializzati davanti a me. Invece, li ho scritti accanto a un pianoforte a Nashville, vicino a uno stagno a Guilford nel Vermont, in uno studio leggendario nello stato di New York, in una fattoria con una torre di avvistamento a Only, nel Tennessee”. Poi prosegue: “Le canzoni sono le parole che direi se potessi. Sono le paure con cui danzo nei momenti prima di scivolare nel sonno. La musica qui è il mio miglior tentativo di scavare più a fondo nelle persone, nei luoghi e nelle sensazioni che mi hanno reso ciò che sono. Sono grato per tutto questo, per tutti voi, per averle ascoltate, se sceglierete di farlo”.
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