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Il prog vecchia scuola della Neal Morse Band

13.03.2026 Scritto da Lucia Mora

"L.I.F.T." (Lasting Is For Tomorrow) è un capitolo interessante all'interno della nutrita discografia di Neal Morse. La Band (in cui non può mancare Mike Portnoy) è fondamentale, ma l'anima del disco è puramente morseiana: un mix di prog rock sinfonico, aperture AOR (Album-Oriented Rock, il rock melodico degli anni '70-80 caratterizzato dalle tastiere) e quella maestosità compositiva a cui ci ha abituati.

Fra tempi dispari e modulazioni

A differenza delle monumentali rock opere dedicate al patriarca Giuseppe ("The Dreamer" e "The Restoration"), "L.I.F.T." abbandona parzialmente il concept narrativo rigido per concentrarsi su una struttura più frammentata, ma tecnicamente più densa.

Dal punto di vista tecnico, Morse continua a seguire l'esempio dei Gentle Giant filtrati attraverso i Kansas. C'è un uso massiccio di modulazioni repentine e scambi modali che fungono da ponte tra sezioni solari (in puro stile Morse), alternati a momenti più cupi e sincopati.

La sezione ritmica gioca costantemente con il tempo. Non mancano i classici unisono tra tastiere e chitarra, ma qui appaiono più fluidi, meno votati al virtuosismo fine a sé stesso e più funzionali alla narrazione melodica.

L'importanza della Band

Nonostante appaia come un disco solista, il drumming di Portnoy è, come sempre, il motore del progetto. In "L.I.F.T.", Portnoy sembra aver lavorato molto sulle dinamiche: meno overplaying nelle strofe e un uso magistrale delle ghost note sui rullanti, per poi esplodere in fill ipercinetici durante le sezioni strumentali.

Eric Gillette (sebbene qui in veste di collaboratore) conferma di essere uno dei chitarristi più sottovalutati del genere. I suoi assoli sono costruiti su scale misolidie con incursioni cromatiche che ricordano il miglior John Petrucci, ma con un tocco molto più bluesy. Morse, dal canto suo, domina con i suoi iconici suoni dell'Hammond e i lead di Minimoog, mantenendo quel calore analogico che bilancia la precisione digitale della produzione - e che scalda i cuori degli amanti del prog vecchia scuola.

Due elementi chiave

Per capire che cosa s'intende con omaggio al prog vecchia scuola, basta un semplice confronto: proviamo ad acccostare i primi secondi della quarta traccia dell'album, "Gravity's Grip", e quelli di "Every Day" (1979) di Steve Hackett dei Genesis. Un richiamo evidente al protagonismo delle tastiere, ai ritmi e alle melodie di quegli anni e di quei mostri sacri.

Un altro punto di forza sono le armonie vocali a cinque parti. L'influenza dei Gentle Giant e degli Spock's Beard è lampante: incastri contrappuntistici che rendono la voce uno strumento addizionale. Come Roger Waters, anche Morse ama il coro femminile, e in effetti "Shame About My Shame" è un brano abbastanza watersiano nella sua costruzione.

Insomma, il rischio di cadere nel "già sentito" c'è: del resto è difficile stupire gli amanti di un genere che si è già spinto oltre i suoi stessi confini. Però è un disco che richiede diversi ascolti per essere decodificato, specialmente per quanto riguarda gli incastri ritmici tra basso e batteria, e questo esercizio non può che divertire chiunque ami il prog.


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