Con l’avvento del digitale e il consumo di musica dominato dalle playlist, le compilation sembrano essere diventate per loro natura un formato superato. Per capire cosa rappresenti oggi la pubblicazione di “Help(2)” (qui la nostra recensione), la nuova raccolta benefica di War Child, forse basta immaginare i nomi presenti nella tracklist come quelli stampati sul cartellone di un festival: Arctic Monkeys, Pulp, Depeche Mode, Fontaines D.C., Wet Leg, Foals, Olivia Rodrigo, Big Thief, Ezra Collective, Arlo Parks, Damon Albarn, Oasis e molti altri. Un’ipotesi che, in realtà, non è poi così lontana dalla fantasia delle persone stesse che hanno ideato e lavorato sul progetto. Eppure, al di là del suo peso simbolico essendo concepito come seguito dell'iconico "The help album" del 1995 e arrivando in un moemnto in cui il lavoro dell’organizzazione è diventato ancora più urgente, con conflitti che coinvolgono territori come Ucraina, Gaza, Sudan e Siria, “Help(2)” ha la forza di imporsi come l'esempio di come una compilation (benefica) può funzionare davvero e di come un progetto collettivo può ancora avere senso nell’epoca dello streaming.
Quando si guarda la lista degli artisti coinvolti, l’idea di trasformare il progetto in un evento dal vivo viene però quasi spontanea. Lo riconosce Jim Benner, Global Music Lead di War Child, quando con Rockol affronta la possibilità di portare questo progetto oltre il disco. "È un’idea che ci è passata per la testa", racconta: "La bellezza di una registrazione è che la maggior parte degli artisti può lavorare nei propri tempi. Con un concerto invece bisogna sperare che tutti siano disponibili negli stessi uno o due giorni in cui servono. Forse riusciremmo a convincerne alcuni a partecipare, se ci provassimo". Anche Rich Clarke, Head of Music di War Child UK, conferma che l’idea di un live è stata presa in considerazione più volte: "Ne abbiamo parlato", spiega a Rockol: "Avevamo già discusso della possibilità di fare un evento dal vivo circa sei anni fa, si celebrava il venticinquesimo anniversario del primo disco, 'The help album'. Il problema è che, come nel nuovo album 'Help(2)', ci sono 23 brani diversi e, se venissero eseguiti semplicemente uno dopo l’altro in uno show, forse non sarebbe nemmeno troppo interessante". Aggiunge: "Però sì, ci piacerebbe fare qualcosa per celebrare il progetto. Il disco ha una sua identità e gli artisti presenti funzionano bene insieme. Se sei un fan dei Fontaines D.C., probabilmente ti farebbe piacere vedere nello stesso contesto anche Ezra Collective e Cameron Winter. Ci piacerebbe davvero organizzare qualcosa. Il problema è che sarebbe un po’ come radunare un gregge di pecore: tutti si trovano in parti diverse del mondo, con priorità e impegni diversi, tra festival e tour. Ma un momento live sarebbe davvero entusiasmante da ideare".
La storia di “Help” che ha portato a “Help(2)”
In realtà, l’idea di tornare al progetto “Help” non è nata improvvisamente. Come racconta Jim Benner, è una conversazione che circola da anni all’interno dell’organizzazione: "Da sempre ne abbiamo parlato", afferma: "Già nel 2013, quando ricorreva il ventesimo anniversario War Child, e poi a vent'anni di distanza da 'The help album', avevamo pensato di fare qualcosa di simile. Dopo il primo disco avevamo pubblicato altre compilation, buone e con grandi canzoni, ma il primo 'Help' era stato un momento speciale - e sicuramente il più forte di tutti".
L’album originale del 1995, registrato in un solo giorno e prodotto da Brian Eno, riuniva il cuore della scena britannica e irlandese dell’epoca: Radiohead, Blur, Oasis, Suede, Stone Roses, ma anche nomi provenienti da territori musicali diversi come Massive Attack e Portishead. Nel mezzo comparivano episodi curiosi e quasi improbabili, come una collaborazione tra Charlatans e Chemical Brothers o il supergruppo formato da Paul McCartney, Noel Gallagher e Paul Weller, che incise una versione di “Come together” dei Beatles. dell’epoca: Radiohead, Blur, Oasis, Suede, Stone Roses, Massive Attack, Portishead. Fu un progetto che, pensato per raccogliere fondi destinati ai bambini che vivevano nelle aree devastate dalla guerra, in particolare nei Balcani, riuscì a catturare perfettamente lo spirito della stagione Britpop e che contribuì a dare grande visibilità al lavoro dell’organizzazione.
"L’anno scorso ricorreva il trentesimo anniversario di 'The help album'", continua Benner: "E abbiamo pensato di sfruttare l’occasione per fare davvero qualcosa. Sarebbe dovuto uscire già lo scorso anno, ma il produttore James Ford non stava bene. Abbiamo deciso di aspettarlo invece di affrettare il progetto con qualcun altro". Come raccontato a Rockol, il nuovo "Help(2)" ha preso forma anche grazie al coinvolgimento di Ian McAndrew della Wildlife Entertainment, società di management di Arctic Monkeys, Fontaines D.C., Royal Blood e Kae Tempest. "Io conosco Ian fin dagli anni Novanta", racconta Benner: "Ha sempre sostenuto War Child. L’anno scorso ha ricevuto uno Strat Award agli UK Music Awards e nel suo discorso disse che avrebbe dedicato l’anno successivo a lavorare su questo album, invitando tutta la platea della musica britannica a partecipare".
Molti degli artisti coinvolti avevano già collaborato con War Child in passato. Tra questi anche i Depeche Mode, che in “Help(2)” reinterpretano “Universal Soldier” di Buffy Sainte-Marie. "Ascoltandola oggi sembra completamente trasformata", osserva Benner: "È diventata una canzone dei Depeche Mode. E mi ha fatto pensare a quanto l’atteggiamento verso la guerra negli anni Sessanta fosse pieno di indignazione. Oggi forse c’è più rispetto per chi serve nelle forze armate, ma quella canzone ricorda comunque quanto la guerra sia terribile e spesso inutile". E soprattutto quanto siano i bambini a pagarne le conseguenze, ricorda Jim Benner: "Nel 1995 stimavamo che circa un bambino su dieci vivesse entro cinquanta chilometri da una zona di guerra", sottolinea: "Oggi quel numero è raddoppiato: uno su cinque. In questo momento 521 milioni di bambini sono colpiti da conflitti. Per questo è più importante che mai raccogliere fondi e sensibilizzare l’opinione pubblica".
Gli Abbey Road Studios e la settimana di registrazioni
Per dare forma a "Help(2)" War Child ha scelto di affidarsi a James Ford, uno dei produttori più influenti della musica britannica contemporanea. L’album è stato registrato negli Abbey Road Studios durante una settimana intensa di sessioni collettive, mentre l’organizzazione affrontava anche i preparativi di una delle sue più grande iniziative annuale di raccolta fondi, la Brits Week, in programma dal 12 al 27 febbraio scorsi.
"L’album del 1995 è stato fondamentale per Wal Child", afferma Jim Benner: "All’epoca riuniva molti dei nomi più importanti della musica britannica e non solo. C’erano - per esempio - esponenti del Britpop, del Trip-hop, e anche qualche presenza più eccentrica. Ed è un disco che ha resistito benissimo alla prova del tempo. Allora fu Brian Eno a curare e produrre il progetto. Questa volta volevamo recuperare quello spirito e abbiamo chiesto a James Ford di fare lo stesso, di occuparsi della curatela e della produzione dell’album". La realizzazione di "Help(2)" è stata in qualche modo segnata anche dalla situazione personale del produttore, senza però impedirne il compimento: "James ha la leucemia", racconta Benner: "Sta affrontando le cure e ha lavorato molto anche dal letto d’ospedale. Eppure il risultato è straordinario".
Tra i momenti più sorprendenti delle sessioni c’è stato il ritorno in studio degli Arctic Monkeys, che non registravano insieme da alcuni anni e non pubblicavano nuova musica dall'album "The car" del 2022. Il loro brano “Opening night” è diventato il primo singolo del progetto. "Credo che sia una delle cose migliori che abbiano mai fatto", dice Benner: "La canzone era nata durante le sessioni di 'AM', quasi quindici anni fa. All’epoca non erano pronti a finirla. Come ha raccontato Matt Helders, col tempo sono cresciuti fino a sentirsi pronti ad affrontarla davvero".
Lo stesso hanno fatto altri artisti, come Anna Calvi, che per "Help(2)" ha inciso la sua “Sunday Light” insieme a Ellie Rowsell dei Wolf Alice, Nilüfer Yanya e Dove Ellis: "La canzone ha origini ancora precedenti", svela l'artista a Rockol: "In realtà l’avevo scritta per un’opera teatrale realizzata con il regista Robert Wilson. Parlava già di un bambino. Ho modificato leggermente il testo per War Child, ma l’idea era quella".
Colpisce sapere come alcuni artisti abbiano recuperato brani o intuizioni musicali rimasti in sospeso negli anni, decidendo di portarli a compimento proprio all’interno di questo progetto e di condividerli con gli altri musicisti coinvolti. "Il bello nella canzone di Anna Calvi, inoltre, è che suona anche Adrian Utley dei Portishead, che erano stati una parte fondamentale dell’album originale", spiega Rich Clarke, il quale sottolinea poi che anche Yannis Philippakis dei Foals, per esempio, ha scritto la loro canzone per "Help(2)", intitolata "When the war is finally done", circa sette anni fa, nel 2019, quando era preso dalla lettura delle poesie di Wilfred Owen e Rupert Brooke.
Durante le registrazioni il regista Jonathan Glazer ha dato a un gruppo di bambini videocamere portatili per filmare gli artisti al lavoro: "Ricordo Alex Turner seduto per terra mentre registrava la voce", ricorda Benner. "Due bambini stavano filmando e hanno chiesto ad Alex: 'Puoi spostarti? Vorremmo riprendere Matt Helders alla batteria'. Alex si è messo a ridere. Se fosse stato un adulto a dirlo forse avrebbe reagito in modo diverso. I bambini hanno portato un’energia positiva incredibile".
Anche Rich Clarke ricorda quella scena con divertimento: "Era davvero rilassato. Per loro era comunque una situazione di pressione. Non registravano insieme da anni e James Ford non poteva essere fisicamente in studio. Ha lavorato molto a distanza. Ma credo che sapessero di avere tra le mani qualcosa di speciale. In studio si trattava soprattutto di completarlo".
Un incontro tra generazioni
Uno degli aspetti più sorprendenti di “Help(2)” è la convivenza naturale tra artisti appartenenti a generazioni e scene musicali diverse. Per Rich Clarke il filo conduttore di tutto è proprio James Ford. "Se pensi a due artisti molto diversi come Depeche Mode e Cameron Winter, Ford ha prodotto dischi per entrambi", sottolinea Clarke: "È questo il bello del talento di Ford: può lavorare su un disco dei Geese una settimana e su uno dei Depeche Mode quella dopo".
Durante le registrazioni gli studi di Abbey Road si sono trasformati in una sorta di comunità temporanea. "A un certo punto avevamo quattro studi occupati nello stesso giorno da tracce del progetto", racconta Clarke: "Siamo stati lì per quattro giorni e ci sono stati momenti davvero meravigliosi. Gli artisti entravano e uscivano dagli studi e all’improvviso vedevi Johnny Marr entrare nella sessione dei Fontaines D.C. mentre registravano gli archi per “Black Boys on Mopeds”, semplicemente per guardare. Oppure Jarvis Cocker che si aggirava tra uno studio e l’altro.". Molti dei momenti più memorabili, svela Rich Clarke, sono però avvenuti lontano dai microfoni, nella mensa degli studi. "Era quasi surreale", ricorda Clarke: "Guardavi intorno e vedevi Kae Tempest che beveva il tè con Jonathan Glazer, i Pulp che mangiavano la loro lasagna, Femi Koleoso degli Ezra Collective che parlava con Dave Okumu, Grian Chatten che rientrava dopo una sigaretta". Continua: "Molti degli artisti presenti sono veri e propri eroi musicali. E vederli lì come persone normalissime, a fare due chiacchiere prima di tornare in studio a registrare il coro di 'Flags', per esempio, è stato davvero speciale".
È in qualche modo simbolico immaginare artisti diversi riunirsi per una causa comune, e in qualche modo tutti si sono uniti per qualcosa di più grande, per qualcosa di davvero importante. Quell’atmosfera si riflette anche nel risultato finale. "Quando abbiamo ascoltato il disco completo per la prima volta tutti insieme, io sono rimasto davvero colpito", afferma Clarke "sono rimasto davvero colpito. Durante le sessioni senti solo frammenti: un passaggio di archi, una voce. Ma quando ascolti tutto insieme capisci che ogni artista ha portato il meglio che poteva offrire". Jim Benner lo sottolinea con un semplice esempio: "Abbiamo ottenuto il meglio dagli artisti. Non sono brani scartati o di qualcosa che sarebbe finito magari su un lato B. Probabilmente abbiamo la migliore canzone che gli Arctic Monkeys potevano scrivere negli ultimi quattro anni. È un po’ come quando nel 1995 i Radiohead ci diedero 'Lucky', due anni prima che uscisse su 'OK Computer'. Si percepiva che quella canzone rappresentava esattamente il punto in cui si trovavano in quel momento. Il meglio che potevano fare. E penso che quello stesso spirito sia presente anche in questo disco".
L’esperienza di Anna Calvi
Tra gli artisti coinvolti c’è anche Anna Calvi, che nel disco firma il brano “Sunday Light” insieme a Ellie Rowsell dei Wolf Alice, Nilüfer Yanya e Dove Ellis. Il coinvolgimento della cantautrice britannica è nato proprio da James Ford: "Mi ha chiesto se avessi una canzone da proporre", racconta a Rockol la musicista: "Avevo questo brano sull’infanzia e sul mantenere viva l’innocenza e la speranza. Mi è sembrato perfetto per questo progetto". Nel testo di "Sunday Light" emergono immagini intime - “Open windows in your room with your heroes on the wall… when you cry to the moon” - che parlano di fragilità ma anche di protezione, quasi come un invito alla condivisione. All’ascolto il brano si sviluppa in modo delicato, costruito su una chitarra acustica che lascia respirare gli spazi e crea un’atmosfera soffusa ed eterea. "La canzone parla del fatto che a volte i bambini rischiano di sentirsi come se non contassero, come se non avessero alcun potere", spiega Anna Calvi: "Io invece credo che lo spirito e l’immaginazione di un bambino siano la cosa più potente e più bella che l’umanità possieda. Quindi si tratta di mantenere viva quella sensazione di immaginazione e speranza: quando si è bambini, ma anche da adulti. Perché le parti migliori degli adulti sono proprio quelle in cui conservano qualcosa del bambino che erano".
Condividendo il ricordo di un processo profondamente collaborativo in studio di registrazione, aggiunge: "Volevo che il brano avesse una qualità eterea, quasi da sogno. Abbiamo registrato tutti insieme e ognuno improvvisava la propria parte. È stato un modo molto libero ed entusiasmante di fare musica". Calvi sottolinea anche l’atmosfera particolare che si è creata durante le sessioni: "Curiosamente ci si sente più liberi quando nessuno viene pagato", osserva. "Si viene a creare una sorta di democrazia. Tutti sono lì per una buona causa, non per diventare più famosi". Condividendo le proprie impressioni sulla scena musicale odierna e gli artisti più giovani, pensando anche alle collaborazioni su "Sunday Light", aggiunge: "È un momento molto interessante per la musica. Gli artisti più giovani sono forse ancora più liberi di esprimersi in modo autentico. E questo disco lo dimostra: non è tutto rock o tutto elettronica, attraversa molti generi diversi".
La musica ha ancora un potere
Alla fine, il significato più profondo di “Help(2)” va oltre il disco stesso. Jim Benner spera che il progetto possa spingere gli ascoltatori a farsi una domanda semplice: "Perché i miei artisti preferiti sostengono War Child?". Spiega quindi: "Siamo una charity molto piccola. E gli artisti sono il nostro modo migliore per far conoscere quello che facciamo".
Dal canto suo, Rich Clarke vede in "Help(2)" anche qualcosa di più e spera che possa lasciare una fotografia della musica contemporanea: "L’album originale del 1995 è rimasto nella memoria come il ritratto perfetto di quel momento", afferma Clarke: "Oasis, Blur, Radiohead, Manics. Forse questo disco può fare lo stesso per il 2026". E conclude: "Le compilation oggi spesso non hanno più una vera identità. Qui invece c’è un percorso: attraversa amore, celebrazione, conflitto. E finisce con Olivia Rodrigo che canta 'The book of love', su una nota bellissima".
Brenner, infatti, non ha dubbi: "La musica ha un grande potere", sostiene, mentre Clarke aggiunge: "È la colonna sonora del viaggio emotivo di ognuno. E speriamo che questo possa diventare qualcosa di grande. Perché offre ai fan della musica un modo per agire. Magari non sei il più grande fan di Arooj Aftab o Beck, ma puoi comprare questo disco per 30 sterline circa e contribuire ad aiutare i bambini in Sudan, a Gaza, nello Yemen, in tutto il mondo. È un gesto piccolo, ma può fare la differenza".
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