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“Help(2)”: come una compilation (benefica) può ancora funzionare

05.03.2026 Scritto da Elena Palmieri

Quand’è l’ultima volta che siete entrati in un negozio di dischi e siete usciti con in mano una compilation? Vi è mai capitato di premere play su una raccolta (benefica) su una qualsiasi piattaforma di streaming? Con l’avvento del digitale le compilation sono diventate per loro natura obsolete, ed è difficile immaginare come possano riuscire – così come le colonne sonore – ad invogliare il pubblico ad ascoltare oltre una decina di band o artisti diversi, per piacere o per curiosità. Eppure, “Help(2)” riesce nell’impossibile: è davvero come entrare in un negozio e trovare in un unico disco tutti gli artisti che piacciono a tutti, per poi tornare a casa e scoprire che funzionano insieme come un’esperienza di ascolto unica.

La storia di “Help”

La riuscita di “Help(2)” non dipende soltanto da un peso simbolico, anche se la storia dell'iniziativa benefica alla quale è legato ha sicuramente alzato le aspettative fin dall’annuncio. Il progetto nasce da un precedente importante, “The Help Album”, pubblicato nel 1995 dall’organizzazione britannica War Child per raccogliere fondi destinati ai bambini che vivevano nelle aree devastate dalla guerra, in particolare nei Balcani. Quel disco divenne rapidamente un caso culturale. Registrato in un solo giorno nel settembre di quell’anno, riuniva alcune delle figure più rappresentative della scena britannica e irlandese dell’epoca: Radiohead, Blur, Oasis, Suede, Stone Roses, ma anche nomi provenienti da territori musicali diversi come Massive Attack e Portishead. Nel mezzo comparivano episodi curiosi e quasi improbabili, come una collaborazione tra Charlatans e Chemical Brothers o il supergruppo formato da Paul McCartney, Noel Gallagher e Paul Weller, che incise una versione di “Come together” dei Beatles.
La compilation finì per catturare perfettamente lo spirito della stagione Britpop: disordinata, ambiziosa, a tratti persino eccessiva, ma capace di restituire l’energia di un momento irripetibile. Non mancarono episodi destinati a diventare memorabili, come la prima pubblicazione ufficiale di “Lucky dei Radiohead, poi inclusa in "OK Computer", o la cover di “Ode to Billie Joe” interpretata da Sinéad O’Connor.

L’album vendette circa 70.000 copie nella prima settimana e raccolse oltre 1,2 milioni di sterline, dimostrando come una compilation potesse trasformarsi in un evento culturale e solidale allo stesso tempo. Negli anni successivi War Child ha provato più volte a replicare quella formula con nuove iniziative discografiche, senza però riuscire a ricreare davvero lo stesso impatto. “Help(2)” nasce proprio dal desiderio di tornare a quell’idea di comunità musicale, aggiornandola al presente. Il nuovo capitolo arriva oltre trent’anni dopo l’originale, in un contesto globale in cui il lavoro dell’organizzazione è diventato ancora più urgente, con conflitti che coinvolgono territori come Ucraina, Gaza, Sudan e Siria.

E ora “Help(2)”

Per realizzare questo nuovo progetto War Child ha coinvolto James Ford, produttore tra i più influenti della scena britannica contemporanea e membro dei Simian Mobile Disco, che ha accettato la sfida e ha trasformato gli Abbey Road Studios nel centro operativo di una settimana di registrazioni intense e collettive.

A differenza dell’album del 1995, non c’era la regola di registrare tutto in un solo giorno. Il nuovo capitolo ha scelto una formula più elastica, ma ha mantenuto lo stesso spirito di collaborazione. Durante le sessioni molti artisti hanno lavorato insieme, spesso incrociando percorsi e generazioni diverse. Nel brano “Flags”, per esempio, si uniscono Damon Albarn, Grian Chatten dei Fontaines D.C. e Kae Tempest. In "Warning" invece Cameron Winter ha registrato insieme alla violoncellista Amy Langley, mentre "Parasite" trova gli English Teacher affiancati dal chitarrista dei Blur Graham Coxon.

Il progetto è stato anticipato all’inizio del 2026 con un enigmatico messaggio sui social di War Child, che annunciava semplicemente che “un gruppo di artisti” stava lavorando a qualcosa di speciale. Pochi giorni dopo è arrivata la prima rivelazione con una nuova canzone degli Arctic Monkeys, il brano “Opening night”, pubblicato il 22 gennaio, che è diventato immediatamente il simbolo del progetto. L'album sarà inoltre accompagnato da un film realizzato dal regista Jonathan Glazer, che durante le registrazioni ha affidato delle videocamere ai bambini presenti negli studi permettendo loro di riprendere gli artisti liberamente. Il documentario include inoltre immagini girate da bambini che vivono in paesi segnati dalla guerra, come Ucraina, Gaza, Yemen e Sudan, restituendo al progetto una dimensione ancora più concreta.

Dopo la prima anticipazione con l'inedito di Alex Turner e soci sono arrivati altri singoli, fino alla sorpresa arrivata poco prima dell’uscita con una registrazione dal vivo di “Acquiesce degli Oasis, tratta dal tour di reunion del 2025 a Wembley, inclusa come singolo in vinile e come bonus track nell’edizione CD.

Gli artisti e le canzoni di “Help(2)”

Una compilation benefica rischia spesso di diventare un oggetto pesante, quasi didascalico, costruito più sull’intenzione che sulla musica. “Help(2)”, invece, dimostra il contrario, riuscendo ad riunire artisti molto diversi trasformandola in un’occasione creativa autentica, dove le singole canzoni diventano piccoli eventi.

L’apertura dell’album è affidata agli Arctic Monkeys, che con “Opening night” hanno trasformato l’annuncio del progetto in un momento di grande attesa. "Tonight is heavy on one sidе, sort of like / A set of cherry red and white loaded dice / You've got something on your mind, and so have I / I can see it from here", recita il ritornello del pezzo che segna il ritorno della band dopo quattro anni dall'ultimo album "The car" - e al momento non sembrano esserci altre novità in arrivo. Musicalmente si inserisce nella traiettoria più recente del gruppo di Sheffield, fatta di atmosfere eleganti e crepuscolari, dove la voce di Alex Turner si muove con una teatralità ormai pienamente consapevole. Nel video che accompagna la canzone, però, l’immagine del frontman appare sorprendentemente rilassata, e lo si vede circondato da bambini, lontano dall’estetica del crooner rétro che negli ultimi anni aveva definito la sua figura scenica. Accanto a lui restano Matt Helders, Jamie Cook e Nick O’Malley, a ricordare che gli Arctic Monkeys continuano a essere, prima di tutto, una band.

Subito dopo arriva la voce di Damon Albarn in “Flags”, in cui si susseguono la vocalità di Grian Chatten dei Fontaines D.C. e la declamazione poetica di Kae Tempest, in un brano che unisce tensione politica e atmosfera sospesa. È uno dei momenti in cui il disco mostra con più chiarezza il suo spirito collettivo.
La tracklist si muove poi tra generazioni e stili diversi, proponendo gli inediti di artisti come Black Country, New Road con "Strangers", Arlo Parks con la distensione di "Nothing I could hide", i Big Thief con "Relive, Redie" e Sampha con "Naboo" (citando nel titolo "Star wars"). Accanto a essi ci sono anche nomi storici come quelli dei Pulp, questa volta con un brano rock diretto e tagliente, "Begging for change", in cui il cambiamento viene quasi sillabato come un mantra, mentre il testo mette sotto accusa un sistema profondamente diseguale, e i Depeche Mode, che rileggono il brano di protesta "Universal Soldier".
Tra di loro spiccano anche le Wet Leg, che riportano alla luce un brano che i fan più fedeli della band dell’isola di Wight conoscono già da anni grazie alle esecuzioni dal vivo, ma che finora non era mai stato fissato su disco. Intitolato "Obvious", in "Help(2)" il brano arriva in una versione acustica, in una veste più essenziale e chitarristica, distante dal suono caratteristico del gruppo sembrando quindi sperimentale.
La polistrumentista, cantante e compositrice britannica Bat For Lashes firma uno dei momenti più intensi del disco, "Carry my girl”, una ballata ampia e dolente che riflette sul gesto fragile e coraggioso di mettere al mondo un figlio in un tempo segnato dalla violenza e dall’ingiustizia.

Un segmento particolarmente suggestivo arriva verso la fine del disco con “Sunday Light”, firmata da Anna Calvi insieme a Ellie Rowsell, Nilüfer Yanya e Dove Ellis. Nel testo emergono immagini intime – “Open windows in your room with your heroes on the wall… when you cry to the moon” – che parlano di fragilità ma anche di protezione, quasi come un invito alla condivisione. All’ascolto il brano si sviluppa in modo delicato, costruito su una chitarra acustica che lascia respirare gli spazi e crea un’atmosfera soffusa ed eterea.

Tra i momenti più riusciti spiccano anche le cover. Arooj Aftab e Beck trasformano “Lilac wine” di Jeff Buckley in un brano sospeso e quasi ipnotico, mentre Beth Gibbons dei Portishead restituisce alla fragilità di “Sunday Morning” dei Velvet Underground una dimensione quasi liturgica. Olivia Rodrigo, invece, che potrebbe apparire superficialmente distante dal contesto, sorprende con una versione intensa e malinconica di “The book of love” dei Magnetic Fields, affiancata da Graham Coxon.
Fontaines D.C. regalano un altro degli episodi più potenti del disco con la rilettura di “Black boys on Mopeds” di Sinéad O’Connor, in una versione che mantiene intatta la forza politica dell’originale.

Il risultato assomiglia a una line-up ideale per un festival immaginario dedicato al rock e all’indie internazionale. “Help(2)” diventa così l'esempio di come una compilation (benefica) può funzionare davvero e di come un progetto collettivo può ancora avere senso nell’epoca dello streaming, non come semplice raccolta di nomi, ma come occasione per creare un racconto musicale condiviso. L’obiettivo di War Child resta quello di sostenere e proteggere i bambini che vivono nelle zone di conflitto, una realtà che continua a segnare molte aree del mondo. È difficile immaginare che un disco possa cambiare da solo la situazione, ma la musica conserva ancora la capacità di creare consapevolezza, di mettere insieme voci diverse e di trasformare un gesto artistico in un atto di solidarietà.


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