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Harry Styles spiazza, tra LCD Soundsystem e Radiohead

06.03.2026 Scritto da Mattia Marzi

«I’ve no more tricks up my sleeve», «Non ho più assi nella manica», canta Harry Styles in un verso di “Aperture”, la canzone che apre “Kiss all the time. Disco, occasionally”. Ma la frase non suona come una resa, da parte dell’ex One Direction. Tutt’altro: è una dichiarazione di intenti. A 32 anni, dopo aver venduto oltre 100 milioni di copie a livello mondiale prima con la boy band che lo ha lanciato e poi da solista, con il quarto album che porta in copertina il suo nome, Harry Styles sceglie intenzionalmente di spiazzare, di fare un passo di lato rispetto alle aspettative. Lui che ha costruito le fortune dei precedenti “Fine line” e “Harry’s House” su banger pop come “Watermelon sugar” o “As it was”, qui esplora territori più sfumati: ritmi dance pieni di bassi potenti, batterie sincopate e groove funky che richiamano atmosfere post-club, tra sonorità house e quant’altro. Il disco suona come un esercizio di libertà creativa che Styles ha voluto concedersi passando all’incasso dopo i successi di questi anni e dopo aver vinto con “Harry’s House” il premio come “Album dell’anno” sia ai Brit Awards, i premi più importanti del music biz britannico, che ai Grammy Awards.

Concluso il “Love on tour” il 22 luglio del 2023 a Reggio Emilia, il cantautore britannico ha scelto di fermarsi e osservare il mondo da una nuova prospettiva. Ha trascorso la maggior parte del tempo proprio in Italia e nello specifico a Roma, città che - come ha raccontato lui stesso nelle interviste concesse alla vigilia dell’uscita di “Kiss all the time. Disco, occasionally” - gli ha insegnato l’arte di rallentare: «Era giunto il momento per me di fermarmi un po’ e dedicare attenzione ad altri aspetti della mia vita. Ricordo di essere entrato in un bar, di essermi seduto, di aver ordinato un caffè e di aver pensato: non ricordo l’ultima volta che mi sono seduto e ho preso un caffè. Ho capito il piacere di vivere il momento presente in ciò che si sta facendo. I romani sono i migliori in questo: è la loro specialità». Con “Kiss all the time. Disco, occasionally”, Styles applica il concetto di rallentare alla sua carriera: lo ascolti e cadi in una sorta di trance, in un viaggio musicale che si muove tra pop, rock, dance e jazz senza soluzione di continuità. Styles ha detto che nel forgiare l’umore generale del disco è stato ispirato dagli LCD Soundsystem: «Li ho visti e ho pensato: “Ecco come voglio sentirmi quando sono sul palco”. E questo mi ha portato a fare questo tipo di musica». L’altra ispirazione sono i Radiohead: «Sono andato a vederli a Berlino e mi sono sentito così tanto parte del pubblico che ho avuto un momento molto chiaro in cui ho pensato: “Ecco perché salgo sul palco, perché sto guardando e sento tutto quello che succede intorno a me, tra la folla”».

Nel disco, non a caso, c’è un musicista noto ai fan della band di “Creep”: è Tom Skinner, che oltre ad essere uno dei membri della band jazz Sons Of Kemet è anche il batterista degli Smile, la band di Thom Yorke e Johnny Greenwood parallela ai Radiohead. Skinner suona in addirittura sei brani dell'album: "American girls", "Ready, steady, go!", "Season 2 weight loss", "Pop", "Dance no more" e "Paint by numbers”, tra gli episodi più emblematici di un disco che non ha paura di sperimentare con la forma canzone. La produzione è affidata al duo storico di Harry Styles: Kid Harpoon e Tyler Johnson, rispettivamente braccio destro e sinistro della popstar, che garantiscono la ricerca di un equilibrio tra sperimentazione e accessibilità.

“Are you listening yet?”, “State ancora ascoltando?”, chiede Styles dopo i primi dieci minuti, nella quarta traccia dell’album, ironizzando sull’attenzione del pubblico. Styles ha definito i testi dell’album come la pagina di un lungo diario, a tratti intima, a tratti ironica. La sensazione è che, tra tensione, ambiguità e sensualità, questo diario sia stato scritto dopo una notte lisergica in uno dei club romani: «Ma tu chiami Leon / Lo chiamavi solo nella mia testa / Sto resistendo / Mi ami adesso? / Lo fai?», canta in “Ready, steady go!”. Le chitarre e i cori di “Dance no more” evocano addirittura il mondo dei Pink Floyd (ci perdonino i fan della leggendaria rock band britannica), con riferimenti sonori ad “Another brick in the wall” («”DJs don't dance no more” they said / “DJs don't dance no more!”»), mentre “Paint by Numbers” è l’unica ballata dell’album, un momento di quiete che bilancia il ritmo incessante delle tracce dance.

Il risultato è un disco che sorprende, che non accontenta, ma che affascina per la sua audacia: un invito a ballare, riflettere e lasciarsi trasportare dal flusso creativo di un artista che anche se non ha assi nella manica, sa esattamente chi è e cosa vuole fare.


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