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Giuseppina Torre: "Da donne dobbiamo ribellarci agli stereotipi"

07.03.2026 Scritto da Lucia Mora

Ci sono storie che iniziano in silenzio e finiscono per fare il giro del mondo. Quella di Giuseppina Torre è una storia di spartiti ritrovati, di coraggio e di una rinascita che passa attraverso gli 88 tasti di un pianoforte. Non pariamo solo di una pianista e compositrice pluripremiata a livello internazionale — fino ai Los Angeles Music Awards — ma soprattutto di una donna che ha saputo trasformare le cicatrici della vita in armonie universali.

In questo 8 marzo, giornata dedicata alla riflessione sulla condizione femminile, parliamo con un'artista che ha fatto della musica il proprio strumento di liberazione, dimostrando che non è mai troppo tardi per riaccendere la propria luce.

Quando pensi all’8 marzo, che cosa ti viene in mente?

Quello che mi viene in mente è che, secondo me, non dovremmo più celebrarlo questo 8 marzo. Perché in fondo celebrarlo significa comunque avere ancora una discrepanza tra uomo e donna. Quindi è una data che sì, ha un significato storico, ma secondo me la donna andrebbe celebrata ogni giorno, non soltanto l'8 marzo.

Il mondo della composizione è stato storicamente dominato dagli uomini. Hai mai avvertito il peso di dover dimostrare “di più” in quanto donna?

Assolutamente sì. Ovviamente la donna è sempre stata penalizzata, perché sempre catalogata come colei che comunque deve fare salti mortali per far valere le proprie capacità. Prendo me stessa come esempio: quando ero sposata, ho sempre dovuto anteporre la famiglia, gli obblighi “di donna”, trascurando la professione. Perché come stereotipo di genere, la donna è quella preposta a occuparsi della famiglia e quant'altro. E poi anche perché essendo una minoranza, soprattutto nella musica strumentale, nella composizione, devi lottare di più, farti spazio, per avere più considerazione. C'è molta più considerazione per quanto riguarda i compositori di sesso maschile. Siamo una minoranza, ma iniziamo a farci sentire. In tutti i sensi.

Il pianoforte è stato il tuo salvagente. In che modo la composizione ti ha aiutata a ritrovare la tua identità?

Il pianoforte è stato dapprima il mio gioco preferito, quando ero bambina, poi il mio hobby. Poi da hobby è diventato la mia professione ed è stato, e lo dico con cognizione di causa, il mio compagno di vita fedele, perché mi è stato vicino nella buona e nella cattiva sorte. Infatti, nel momento peggiore della mia vita, dieci anni fa, è stato la mia isola felice. Mi sono rifugiata nel pianoforte, nella musica che è stata la mia ancora di salvezza. Mi ha accompagnata, mi accompagna e mi continuerà ad accompagnare per tutta la vita.

Esiste, secondo te, una sensibilità specificamente femminile nell’approccio alla melodia, o la musica è bella perché è un territorio neutro?

La musica è bella perché è un territorio neutro, quindi tutti possono avvicinarsi alla musica. C'è possibilità per tutti di fare musica, di coltivare quest’arte, sia che rimanga a livello dilettantistico, sia che diventi una professione. La musica è un linguaggio universale, e in quanto tale può essere avvicinata da tutti, è neutra. Non c'è uomo o donna, genere che possa impedirlo.

Hai mai avuto paura che la tua anima fosse diventata uno strumento impossibile da riaccordare?

Sì, ho avuto paura. C'è stato un momento critico della mia vita in cui pensavo che non potesse più uscire una nota dal mio cuore. Per fortuna è arrivato a salvarmi Papa Francesco: dovevo comporre la colonna sonora di un docufilm tratto da un suo libro; la lettura e la composizione sono state salvifiche, mi hanno riportato alla composizione proprio quando pensavo di non riuscire più a scrivere musica, perché mi sentivo vuota dentro.

Se dovessi scegliere un brano del tuo repertorio per rappresentare la forza femminile, quale sceglieresti e perché?

"Rebel soul", perché ha l'animo ribelle. Dobbiamo ribellarci agli stereotipi che la società ci impone, ribellarci al patriarcato, far sentire la nostra voce con tutti i mezzi possibili, che sia arte, che sia professione, qualsiasi cosa. Dobbiamo ritrovare questo nostro spirito ribelle, senza farci sopraffare da chi ci vuole in silenzio e sempre accondiscendenti. Dobbiamo saper dire anche dei bei no, soprattutto nel lavoro, che sia una professione artistica o di altro tipo. Dobbiamo riuscire a far valere le nostre opinioni.

Che cosa diresti a una giovane musicista che sogna di fare della propria passione un mestiere, in un mondo che spesso chiede alle donne di scendere a compromessi tra vita privata e carriera?

Di non arrendersi mai e di lottare. Se è quello l'obiettivo della sua vita, non deve arrendersi mai. Ovvio, sarà un percorso a ostacoli, senza dubbio, però non bisogna farsi fermare e bloccare da nessuno. Lo dico sempre: nessuno può dirci quello che noi dobbiamo essere. Siamo soltanto noi donne le artefici del nostro destino e sappiamo soltanto noi donne quello che vogliamo essere. Quindi se la passione è la musica bisogna lottare, lottare con tutte le proprie forze e non farsi fermare da nessuno.


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