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Dead Poet Society, in tour con i Muse: "Continueremo a crescere"

16.10.2026 Scritto da Elena Palmieri

Jack Underkofler si collega su Zoom dalla palestra di arrampicata dove si allena, che diventa lo sfondo dell'intervista con Rockol. Solare e gentile, Jack ride spesso e scherza sul fatto che quello sia il suo modo di festeggiare l'uscita di "Monarch", terzo album dei Dead Poet Society pubblicato lo scorso 2 ottobre. "Rischiando continuamente di farmi male, giusto per festeggiare", dice il frontman della band statunitense.

Pochi giorni dopo l'uscita del disco, per la band americana è arrivata anche una notizia che rende ancora più particolare questo momento. A novembre i Dead Poet Society saranno infatti il gruppo di apertura del tour europeo dei Muse, che passerà anche dall'Italia con due concerti il 20 e 21 novembre all'Unipol Dome di Milano. Per Underkofler, che da ragazzino consumava la registrazione video di "Live at Rome Olympic Stadium" e aveva scoperto la band di Matt Bellamy attraverso una copia di "The Resistance" comprata da sua madre, è difficile persino razionalizzare quello che sta succedendo.

La storia, però, non si fermerà ai Muse. Dopo quelle date, i Dead Poet Society continueranno il proprio percorso e il 14 febbraio 2027 torneranno a Milano, questa volta da headliner ai Magazzini Generali. È un passaggio che fotografa bene il momento di una band nata a Boston nel 2013, poi trasferitasi a Los Angeles, cresciuta anche grazie a una precoce risposta del pubblico messicano e arrivata oggi al terzo album con l'intenzione dichiarata di smettere di essere il gruppo che viene paragonato agli altri. Dopo tredici anni e alla vigilia di un tour europeo al fianco di una delle band che lo hanno accompagnato fin da quando ha iniziato a suonare, Jack non sembra intenzionato a fermarsi e afferma: "Siamo in ascesa. Stiamo crescendo e voglio continuare a crescere. Faremo tutto il possibile per assicurarci che continui così".

L'album "Monarch"

Se "-!-" aveva presentato i Dead Poet Society e "Fission" aveva messo alla prova la loro capacità di andare avanti dopo il debutto, con "Monarch" la band ha cercato qualcosa di più definitivo. Non tanto una formula da replicare, quanto una personalità che potesse essere riconoscibile anche mentre continua a cambiare. Underkofler individua proprio nella maggiore disponibilità a rischiare una delle trasformazioni più importanti avvenute nel gruppo, ma precisa che non si tratta di cercare la stranezza a tutti i costi:

È anche da questa inquietudine creativa che nasce il suono di "Monarch", nel quale le caratteristiche storiche dei Dead Poet Society, le accordature basse, i riff pesanti, i groove e il contrasto con la voce di Underkofler, convivono con un uso più marcato di sintetizzatori e texture elettroniche. Un contributo importante è arrivato dal produttore Paul Meany, che ha aiutato il gruppo a introdurre nuovi elementi senza trasformarli in semplici decorazioni. Il disco, però, non era partito da un progetto già definito. La canzone che ha aperto la strada è stata "Roach", un brano che il gruppo si portava dietro da anni senza riuscire a trovargli una forma soddisfacente. Nel ripercorrere il processo di realizzazione di "Monarch", Jack ha spiegato:

A tenere insieme "Monarch" non è soltanto il suono, e Underkofler indica nel risentimento una delle emozioni che più profondamente attraversano il disco. "Crescendo, la vita tende a metterti continuamente davanti delle difficoltà", spiega il frontman dei DPS nel corso dell'intervista, parlando di uno stato d'animo da riconoscere prima ancora di provare a superarlo. Aggiunge: "Comincia a tirarti addosso un sacco di merda e a dirti: 'Ecco una lezione, eccone un'altra, eccone un'altra ancora'. Quando non ci lavori sopra, tutto questo può far accumulare risentimento. Ma penso anche che quando non ti permetti di provare certe emozioni, quando reprimi quelle che sembrano negative, come il risentimento verso la vita, verso Dio o verso altre persone, finisci per non affrontarle mai davvero".

È il terzo album, soprattutto, ad aver imposto ai Dead Poet Society una domanda diversa rispetto al passato. Underkofler non crede alla teoria secondo cui esisterebbe un disco più facile degli altri. Sostendendo che cambia piuttosto la natura della difficoltà nella realizzazione di un progetto discografico, Jack sottolinea:

Se anni fa Underkofler aveva scherzato con definizioni come "heavy indie rock" e "djent pop", oggi preferisce non perdersi troppo nei sottogeneri. Alla domanda su come descriverebbe i Dead Poet Society senza utilizzarne nessuno, gli basta una parola: "Inquietanti".

I concerti con i Muse

Quando si arriva ai Muse, il tono cambia, e Underkofler continua a sorridere, ma qui la sorpresa sembra ancora difficile da nascondere. Prima della band di Matt Bellamy, per i Dead Poet Society ci sono stati tour con gruppi come Badflower e Biffy Clyro, esperienze che hanno permesso a Jack e soci di misurarsi con pubblici diversi dal proprio. Questa volta, però, la dimensione è un'altra e per il frontman della band statunitense esiste anche un legame personale con i Muse che rende tutto più difficile da considerare semplicemente come una nuova occasione professionale. Raccontando l'impatto della formazione di "Time is running out" su di lui, Jack Underkofler ricorda poi: "I Muse hanno questo video su YouTube del concerto 'Live at Rome Olympic Stadium', uscito nel periodo di 'The 2nd Law'. Tornavo a casa dalle lezioni ogni giorno e lo mettevo su. Mi sedevo lì e lo guardavo dall'inizio alla fine".

Il primo incontro con la musica dei Muse è però arrivato ancora prima, e nella mente di Jack è ancora vivido tanto da sottolineare:

Su quali saranno gli ostacoli di un tour di queste dimensioni, per il momento Jack non prova a inventarsi risposte. "Lo scopriremo", ammette sorridendo il frontman dei DPS. L'unica certezza è la necessità di presentarsi preparati, affiatati e con i nuovi pezzi sufficientemente rodati. Anche perché "Monarch" porta con sé canzoni difficili da suonare dal vivo e Jack confessa:

Il tour

Quella soluzione dovrà funzionare anche quando i Dead Poet Society torneranno a essere padroni del palco. Dopo l'esperienza con i Muse, il concerto del 14 febbraio ai Magazzini Generali di Milano - inizialmente annunciato al Legend Club e successivamente spostato in una venue maggiore, come comunicato dagli organizzatori, per far fronte all'alta richiesta - mostrerà infatti la band in una dimensione molto diversa, con più tempo a disposizione e la possibilità di costruire uno spettacolo completo attorno ai tre album.

Preparare una scaletta, spiega Underkofler, significa trovare un equilibrio tra ciò che si vorrebbe fare e ciò che fisicamente è possibile fare ogni sera. Ci sono gli strumenti da cambiare e accordare, l'energia da mantenere e una voce che non può essere spinta continuamente verso il limite. Nel corso dell'intervista, il frontman della band racconta:

L'idea di cercare un limite e capire quanto sia possibile spostarlo torna spesso nelle parole di Underkofler. La band prova a farlo senza forzare una canzone a diventare qualcosa che non è e senza lasciare che siano le aspettative del pubblico a decidere la direzione da prendere. Anche su questo punto Jack sembra avere le idee piuttosto chiare e non crede che seguire troppo da vicino ciò che chiedono gli ascoltatori sia necessariamente la strada giusta: "Se dai loro quello che vogliono, dicono 'È sempre la stessa solfa'. Se fai qualcosa di diverso, dicono 'Perché avete fatto qualcosa di diverso?'", afferma il frontman dei Dead Poet Society: "Devi semplicemente continuare a ricordare a te stesso che fai musica per te. Che fai arte per te".

Tredici anni dopo la nascita dei Dead Poet Society, il percorso è stato abbastanza lungo da togliere qualsiasi romanticismo all'idea di una scalata facile. Quando gli chiediamo cosa direbbe al Jack che stava per salire sul palco per il primo concerto della band nel 2013, Underkofler ride ancora e, con una risposta tutt'altro che celebrativa, afferma:


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