Jonathan Stianty presenta il suo David Bowie – The Final Act a Torino, al SeeYouSound Festival (stasera alle 21 la proiezione è sold out, ce ne sarà un'altra domani alle 20,30). I commenti sul suo documentario usciti dopo l'anteprima londinese di due mesi fa vanno dall’approvazione incondizionata alla perplessità, una divergenza di opinioni che in fondo ricorda l’accoglienza riservata a certi album di Bowie particolarmente ambiziosi. Per quanto la visione sia nel complesso piacevole e interessante anche per chi ha già visto diversi documentari sul soggetto in questione, alcune delle sue scelte possono sembrare sorprendenti: ogni spettatore sarà libero di valutarne la legittimità ai fini dell’impressione complessiva. La recensione di Rockol sarà pubblicata domani.
La prima domanda riguarda il titolo: The Final Act sembra suggerire una particolare enfasi sull’ultimo album Blackstar. Al quale però si arriva solo dopo un’ora e un quarto di racconto.
Mi spiace che abbia suscitato questa impressione, perché non è corretta. Il titolo di un film è una faccenda complicata, è difficile trovare tre parole che esprimano esattamente il senso di un’opera. Però non credo che mi scuserò per questa scelta, perché oltre a piacermi, sottolinea che la parte che mi interessa non è la scalata al successo, ma la parte conclusiva del percorso. Incluso il congedo, ma non solo.
Tuttavia ci sono ampie porzioni riguardanti altre fasi del percorso. Per esempio, l’audio piuttosto raro di una tremebonda Changes eseguita a Glastonbury 1971, all’alba, per pochi spettatori addormentati. Ci sono molti dettagli sul concerto dell’Hammersmith Odeon di Londra nel 1973. Per contro, sembra che non siano mai esistite Heroes e Fame, Under Pressure e Station To Station, Scary Monsters e Low. E sembra non siano mai esistiti Carlos Alomar, Nile Rodgers, Iggy Pop, Brian Eno, Gail Ann Dorsey.
Non erano persone che erano accanto a lui nei momenti di difficoltà artistica, che sono i momenti che ho voluto privilegiare.
Ci sono Dana Gillespie e Rick Wakeman.
Loro erano con lui quando nessuno comprava i suoi dischi o lo seguiva, come per esempio in quella prima edizione di Glastonbury. So che alcuni hanno trovato spiazzanti le mie scelte. Ma il mio non è un film sulla carriera di Bowie, casomai un tentativo di esplorare sua creatività e il potere della creatività in generale, la mortalità, l’arte. Non è una tipica agiografia del genio.
Questo, è in effetti uno degli aspetti che ho apprezzato di più. Per esempio, non so quanta gente sia pronta ad accettare che Bowie pianga perché qualcuno scrive che è “finito”.
Ecco, io volevo far conoscere soprattutto le parti più complesse della sua carriera, in particolare la fase dopo gli anni in cui sembrava ottenere sempre i risultati che voleva. Quando a un certo punto inizia a confrontarsi con la fine del successo, e poi con la fine della vita. Mi considero uno storyteller e ho cercato di fare un film sulle emozioni, non sui fatti. Non volevo la playlist completa delle hit, ci sono già documentari con il menu per tutti i gusti. Secondo me però si impara più da un artista che ha conflitti interiori e si sforza di rinnovarsi, anche con fatica, che non dalla contemplazione dei suoi successi.
Quali sono i tuoi documentari preferiti?
…Perché me lo domandi?
Perché tu hai fatto un documentario musicale, io guardo documentari musicali e penso anche i lettori.
Così, su due piedi, posso dire che mi è molto piaciuto Some Kind Of Monster, sui Metallica, poi vediamo… Who Killed the KLF. Ah, e anche quello che c’è anche qui a Torino in questi giorni, A 2-Tone Story su Pauline Black e i Selecter. Ma il fatto che mi piacciano non significa che quello che ho fatto io gli somigli.
Era solo una curiosità. Temo di averne un’altra. Posso chiederti quanti anni hai e di dove sei?
Ho 42 anni, e sono di Londra. Anche in questo caso: perché la domanda?
Perché spiega un certo punto di vista Londra-centrico. Che è molto diffuso, e non mi scandalizza: nel mio piccolo, essendo un biografo non britannico di Bowie ho imparato ad accettarlo. Non c’è biografia o documentario inglese su Bowie che prenda in considerazione interviste su giornali stranieri o apparizioni tv all’estero. Peccato per voi, però.
Dici che ci siamo persi molto?
Parecchie dichiarazioni interessanti. O momenti topici. Tipo la volta in cui ha quasi perso il controllo in un programma tv, in una trasmissione italiana.
Davvero?
Ho visto apparizioni in programmi tv tedeschi, olandesi, francesi, danesi, e non l’ho mai visto così irritato.
Ah, veramente? Ma cos’era successo?
Gli stavano facendo domande sciocchine. E a proposito di domande sciocchine… Ti ho chiesto quanti anni hai perché mi interessa sapere qual è il tuo primo Bowie.
Sono cresciuto negli anni 80, e lui era semplicemente ovunque. Let’s Dance era enorme, in quegli anni. Ma la prima vera consapevolezza che ho di lui è come Goblin King, in Labyrinth! Ero bambino ed era così magnetico… Questo è il mio primo ricordo di lui, però il primo disco di David Bowie che ho comprato è stato Earthling, nel 1997. Un disco che ha avuto recensioni molto divergenti.
Non l’unico.
A me è piaciuto molto. Penso che tutti i suoi anni 90 siano stati considerati in modo superficiale. Per me è stato molto difficile per esempio lasciare fuori Outside dal racconto. Ma in un film da 90 minuti devi prendere decisioni sofferte.
Ci sono immagini che non sei riuscito a ottenere per questioni di diritti?
Ho usato tutte le immagini che mi interessavano e non ho avuto particolari problemi a ottenerle. Intendiamoci, fare un film è un processo complicato, ma sono uno storyteller, il mio approccio a un film non deve farsi condizionare da questi aspetti.
La parte che dedichi al megaconcerto di Glastonbury 2000 ha un rilievo particolare, anche dal punto di vista del minutaggio.
Per me era molto importante. Ero in mezzo al pubblico e ho interpretato quel momento per come penso che lo abbia vissuto lui: una catarsi. Credo che lì si sia lasciato alle spalle molti dei problemi in cui si era imbattuto dalla fine degli anni ’80 in poi.
Parlando di problemi, c’è qualcuno degli intervistati che è stato più difficile convincere?
No, sono stati tutti molto disponibili. Anche se qualcuno ha già parlato altrove del suo rapporto con Bowie, la mia sensazione è che tutti considerino un privilegio l’aver potuto lavorare con lui in una fase della loro e della sua vita, e per loro farlo è piacevole quanto importante.
A un certo punto in mezzo a tutti quegli intervistati un po’ inconsueti ho sperato che spuntasse il misterioso Erdal Kizilcay, il complice turco degli album svizzeri.
Ahaha, è difficilissimo da trovare. Sarebbe stato interessante ma non ho insistito, anche perché avevo già 18 intervistati, e un’ora e mezzo di tempo: a rischio di ripetermi, a qualcosa bisogna rinunciare. Mentre intervistare Reeves Gabrels è stato fondamentale perché è stato al fianco di Bowie per un periodo molto lungo, intenso e difficile, ma pochi conoscono la sua versione.
Di chi sei particolarmente soddisfatto?
Di tutti, perché hanno dato un contributo molto importante, parlando molto sinceramente. Ma come soddisfazione personale, sono stato molto felice di far raccontare Bowie da Hanif Kureishi, e da alcune delle persone che hanno lavorato a Blackstar.
Disclaimer:
Questo articolo è stato realizzato e pubblicato da Rockol.it ed i suoi contenuti sono integralmente forniti da Rockol, che ne assume ogni responsabilità editoriale. Il presente sito si limita a ospitare il contenuto in modalità non indicizzata e non è in alcun modo coinvolto nella produzione, redazione o approvazione dei materiali pubblicati.
Rock Online Italia (Rockol) è una testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Milano: Aut. n° 33 del 22 gennaio 1996.
Immagini e diritti
Rockol:
- utilizza esclusivamente immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali ("for press use") da case discografiche, management artistici e uffici stampa /P.R;
- impiega le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, e solo a corredo dei propri contenuti informativi;
- accetta unicamente fotografie non esclusive, destinate alla pubblicazione su testate giornalistiche, e comunque libere da vincoli di utilizzo;
- pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse da fotografi dei quali viene indicato il copyright
Segnalazioni
Eventuali segnalazioni relative a immagini non conformi a quanto sopra descritto possono essere inviate a webmaster@rockol.it
Provvederemo a effettuare una rapida valutazione e, ove necessario, alla tempestiva rimozione del materiale.Per consultare l'articolo nella sua versione originale, visita questo link