“A Rainy Night in Soho” dei Pogues, cantata dal vivo da Springsteen a Kilkenny e Dublino nel maggio del 2024 e adesso pubblicata ufficialmente dall’artista del New Jersey, ha una storia lunga e ricca di fascino e umanità, una storia che non si è fermata alla sua registrazione e prima pubblicazione.
L’originale del 1986 dei Pogues fu frutto di una session in cui c’erano amore e disaccordo, unione e fuga. Elvis Costello, che produceva la band irlandese, si era affezionato a una versione dove a spiccare c’era un oboe. Shane MacGowan, l’autore e leader della band irlandese, voleva, e provò, un cornet, uno strumento derivante dalla chiarina, tipico delle bande e dal suono simile a quello di una tromba. Prevalse MacGowan, che si prese il nastro e completò a modo suo il mix che ha circolato di più, quello che si trova nell’e.p. “Poguertry in Motion”. Non si sa come, la versione di Costello finì poi sulla stampa canadese del mini album.
Prima di fare il suo esordio in una scaletta live di Bruce Springsteen, la canzone era stata, un anno prima, nel maggio del 2023, la colonna sonora ideale di una settimana irlandese costruita intorno ai tre sold out della E Street Band all’RDS Stadium di Dublino (5, 7, 9 maggio). Springsteen si fece condurre a Rathangan, nella contea di Kildare, a 65 chilometri dalla capitale. Rathangan è la forma anglicizzata di Ráth Lomgháin, la località in cui ogni anno a maggio si tiene il BlueBells & Buskers Festival, un raduno centenario di musicisti di strada, e dove affondano alcune dele radici europee dell’artista (che, ricordiamolo, ha anche sangue italiano e olandese).
Durante la breve visita, nei giorni off dalle date del tour, Springsteen – che proprio allo Slane Castle di Dublino aveva avviato nel 1985 il tour europeo di “Born in the U.S.A.” - visitò chiese e cimiteri, scuole e municipi, pub e case private, rintracciando documenti e registri che potessero certificare la presenza dei suoi avi in quelle zone. Dopo qualche pinta di birra, intonò “My hometown” per i pochi presenti nel Burrow Pub di Rathanghan, stimolando un coro e ricordando certamente che la sua bisnonna Anne Garrity viveva nell’area di Prospect, in quella stessa contea. Si trattenne anche dalle parti del Wilson Bridge sul Canal Grande dove aveva lavorato il suo bisnonno. A Dublino si fece poi accompagnare in una casa di mattoni rossi, nel sobborgo di Sandymount. Aprì la porta Victoria Mary Clark, la moglie di Shane MacGowan. Il cantante, amatissimo non solo in Irlanda, stava trascorrendo i suoi ultimi mesi di vita, affetto da una grave infezione e da molte complicanze. Springsteen lo sapeva, volle spingersi da lui per rendergli omaggio e per testimoniargli tutta la sua stima e il suo affetto con un grazie e un bacio per la musica prodotta. Aggiungendo “non so se qualcuno ascolterà Bruce Springsteen tra cento anni, ma sicuramente ascolteranno le tue canzoni, Shane”.
La nuova “A Rainy Night in Soho”, sobriamente prodotta da Ron Aniello, giunge a ricordarci questi legami e prelude a “20th Century Paddy – the Songs of Shane MacGowan”, un album tributo a MacGowan che includerà anche questa nuova registrazione oltre alle reinterpretazioni del repertorio dei Pogues da parte di altri artisti.
Il tutto mentre la band, pur se orfana del suo leader, annuncia la sua reunion e Springsteen sottolinea che “la voce di Shane era così profondamente autentica, profana e onesta, la sua scrittura così fulgida, viva e storicamente ricca che la sua genesi appariva un mistero per tutti, compreso, credo, il suo creatore”.“A Rainy night in Soho” nella nuova versione di Springsteen è un chiaro omaggio a quell’arte genuina, così calda e folk da influenzare molti e da ricordarci quanto un pianoforte, una voce personale e terrena, una tromba suonata con la sordina possano ancora trovare spazio e toccare i sentimenti in questo tempo cosi afflitto da musiche furbe e frettolose e da scontri aspi in tutto il mondo. Una canzone, quella composta da MacGowan quarant’anni fa, che parla di unione e abbracci, e dove nelle sue ultime battute il protagonista ricorda alla sua ginger lady, alla sua donna dai capelli color zenzero (anche Springsteen, curiosamente, ne ha sposata una), “tu sei la misura dei miei sogni”.
L'esecuzione possiede un sapore che accosta Springsteen un po' al Belfast Cowboy Van Morrison ma molto al Tom Waits del periodo Asylum, quando le canzoni passavano da Waits agli Eagles, da John David Souther e Warren Zevon a Linda Ronstadt e il Troubadour di Los Angeles vedeva nascere una generazione irripetibile di talenti. Vi si possono rintracciare anche alcune modalità già sperimentate da Springsteen nel tour con la Seeger Session Band, in cui affioravano nostalgiche ballad e arrangiamenti figli della cultura celtica.
Quando Springsteen canta “I'm not singing for the future / I'm not dreaming of the past
I'm not talking of the first times / I never think about the last” siamo in un terreno senza tempo, dove la canzone d’autore continua in questi tempi incerti a trovare qualche varco luminoso.
È la terza non-album track che Bruce offre al web. Che sia l’inizio di una fase in cui accumula singoli come si faceva negli anni Sessanta per poi raccoglierli in un disco? Una specie di Odds and Sods.Se “A lonely night in the park” ci riportava dopo cinquant’anni la voice giovane dello Springsteen di “Born to Run”, e “Streets of Minneapolis” quella graffiante dell’indomito paladino delle cause buone, “A rainy night in Soho”, quasi sussurrata, veicola il sentimento del settantaseienne che non abdica e che si concede con tutte le sue fragilità e un po' di nostalgia.
New York, il Minnesota di Dylan, Dublino con le sue notti piovose. Che viaggio. Tre canzoni diverse per sonorità, ma tre titoli belli da leggere insieme. Tre “passeggiate”, tre sguardi sul mondo.
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