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“Born to Run”, quando il futuro del rock ’n’ roll divenne realtà

25.08.2025 Scritto da Gianni Sibilla

“Springsteen fa tutto. È un punk del rock’n’roll, un poeta di strada latino, un ballerino di danza classica, un attore, un giullare, un leader da bar band, un chitarrista ritmico formidabile, un cantante straordinario e un grande compositore rock’n’roll. Guida una band come se lo facesse da sempre. (…) Bruce Springsteen è uno spettacolo da guardare. Ogni gesto, ogni sillaba aggiunge qualcosa al suo obiettivo finale: liberare il nostro spirito mentre libera il suo, mettendo a nudo la sua anima attraverso la musica. Molti ci provano, pochi ci riescono, nessuno oggi più di lui.”
Questa descrizione scritta nel 1974 da Jon Landau su un giornale locale, è la parte meno citata della frase più celebre: “Ho visto il futuro del rock ’n’ roll e il suo nome è Bruce Springsteen”.Se la prima è diventata una delle frasi più note della storia del rock, la seconda è il ritratto più vivido e appassionato del giovane Springsteen. Meno di un anno dopo, quell’articolo si sarebbe trasformato in una profezia realizzata: il 25 agosto 1975 usciva “Born to Run”.
Springsteen ha scelto di celebrarlo pubblicando l'inedito "Lonely night in the park", un brano inedito dalle sessioni originali, completato recentemente. Non sono previste altre uscite celebrative - probabilmente ne arriverà una in autunno, ma dedicata "Nebraska", in occasione dell'uscita del film "Deliver me from nowher". 20 anni fa uscì un box celebrativo: il primo di una lunga serie di uscite di catalogo dedicate alla riscoperta dei classici: non conteneva inediti, ma un live del '75: al tempo Springsteen non era così prolifico in fase di scrittura e incisione come sarebbe diventato poco dopo e la lavorazione fu molto tormentata, uno spartiacque nella carriera del Boss e per certi versi anche nella storia del rock così come la conosciamo oggi.

La tormentata storia di un classico

Tra il ’74 e il ’75 Bruce Springsteen è all’ultima chiamata. I primi due album, “Greetings from Asbury Park, N.J.” e “The Wild, the Innocent & the E Street Shuffle”, avevano mostrato talento e personalità, ma venduto poco. La Columbia, che lo aveva messo sotto contratto come “nuovo Dylan”, pretendeva risultati. Come racconta Peter Ames Carlin – autore della biografia “Bruce” che ha recentemente pubblicato “Tonight in Jungleland”, volume dedicato alla genesi di “Born to Run” – la critica era entusiasta, il pubblico ristretto. L’etichetta, sotto una nuova direzione, arrivò a un ultimatum: incidere un singolo radiofonico e, solo se avesse funzionato, finanziare un nuovo album.
Springsteen aveva già un’idea: “Born to Run”, un titolo annotato guardando le macchine correre di notte ad Asbury Park. La canzone nacque da tre accordi fondamentali del rock, ma fu costruita come un’opera epica, con melodie e arrangiamenti che mescolavano Phil Spector e l’urgenza del rock’n’roll.
Nei primi mesi del 1974, con la E Street Band rinnovata — Roy Bittan al piano, Max Weinberg alla batteria — il suono prese forma, lentamente e non senza intoppi: con il fondamentale aiuto di Jon Landau, passato dal ruolo di critico a quello di co-produttore. Landau entra in cabina di regia insieme a Springsteen e al manager Mike Appel (con cui il rapporto si spezzerà bruscamente dopo il disco).

Costruire un suono epico, raccontare storie epiche

“Born to Run” è il classico “o la va o la spacca”. Springsteen ha in testa un suono preciso: il wall of sound filtrato attraverso il rock’n’roll, il blues, l’r’n’b. Ma fatica a trovare la chiave per realizzare quel suono orchestrale e cinematografico: fu Landau a dire al Boss di smettere di lavorare al disco, che era arrivato il momento di pubblicarlo. La scommessa viene vinta: il risultato sono queste otto canzoni che hanno ridefinito l’idea stessa di rock americano; epiche cavalcate basate sul piano (quello di Roy Bittan) e sui fiati (il sax di Clarence Clemons, ovvio, ma anche i Brecker Brothers, destinati a diventare affermati jazzisti). Springsteen da direttore d’orchestra, ha saputo mettere insieme uno dei più grande gruppi rock, la E Street Band, diventandone il Boss.
Ma la grandezza di “Born to Run” non sta solo nella musica epica. Sta nelle storie di questi brani nel pathos dell’interpretazione. Springsteen riesce a raccontare il sogno americano e le sue contraddizioni, la voglia di scappare per rifarsi una vita finché si è in tempo, il tentativo di trovare una via d’uscita. Temi che affronta con una forza poetica senza pari in “Thunder Road” e “Born to Run”: la title track è il brano più suonato della carriera del Boss, lo “stop and go” la falsa fine e la ripartenza furiosa, sono entrati nella storia grazie ai concerti, dove Springsteen ha trasformato ogni brano in un rito collettivo.  Memorabile anche la versione acustica del tour di “Tunnel of Love”: i protagpnisti non stavano scappando, “They were just looking for connections”, dirà nell’89, in quei concerti, rivedendo la natura e le motivazione di quella storia.

La copertina

Il fotografo Eric Meola scattò la foto che divenne un’icona: Springsteen con la sua Fender (una fusione di una Telecaster e una Esquire) al collo, appoggiato spalla a spalla a Clarence Clemons in una copertina apribile. Nel 1975, in un’America ancora attraversata dal razzismo e con un rock quasi esclusivamente bianco, quell’immagine era un manifesto, un messaggio di fratellanza che la sua band incarnava.
La sessione avvenne il 20 giugno 1975 nel suo studio sulla Fifth Avenue, e durò poche ore. Inizialmente Meola avrebbe voluto realizzare la copertina a Ellis Island come omaggio al “runaway American dream”, ma alla fine prevalse la scelta dello studio. Springsteen insistette per includere Clemons nella copertina e Meola usò una pedana per il Boss, per portarlo al livello del Big Man - soprannome frutto della sua stazza e altezza. Fu l'unica copertina di un album scattata da Meola - che divenne un fotografo affermato: rimase in contatto con Springsteen, ma le carriere presero strade diverse, anche se periodicamente hanno continuato a sentirsi. 
Springsteen e Clemons avrebbero ricreato sul palco diverse volte negli anni quella posa, tra cui la memorabile apertura dell'halftime show del Super Bowl del 2009, davanti a milioni di spettatori. 

L’eredità

Il 25 agosto 1975 “Born to Run” trasformò un talento di culto in una voce generazionale. Fu il disco che definì anche la liturgia dei concerti del Boss e lo trasformò dal futuro del rock ’n’ roll, da eterna promessa a realtà. Una realtà che dura ancora oggi.
“I really wanted to rock your souls”, racconta alla fine di "Springsteen on Broadway", prima di chiudere proprio con “Born to Run”, in versione minimale e acustica. Una sorta di preghiera laica: uinquant’anni dopo, quelle parole e quelle canzoni fanno ancora esattamente questo; scuotono le nostre anime.
Amen.

(Articolo originale su Rockol.it)

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