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Black Crowes: "Andare avanti è la nostra sola strada"

08.03.2026 Scritto da Simöne Gall

Rich Robinson, chitarrista dei Black Crowes, ci ha presentato "A Pound of Feathers", il nuovo album della band in uscita il 13 marzo per Silver Arrow Records, l'etichetta di "famiglia": la ritrovata sintonia col fratello Chris, il passato e il presente del gruppo nella piena consapevolezza del proprio lascito.

Avere una vostra label ha cambiato il processo creativo dei Black Crowes e la vostra prospettiva sull'industria discografica e il modo in cui lavorate agli album?
Direi che come band abbiamo sempre fatto le cose a modo nostro, continuando a fare i dischi esattamente come volevamo, senza mai indugiare o preoccuparci di eventuali pressioni da parte dell'industria. Avere una propria label è una cosa fantastica perché ti concede libertà assoluta sul processo creativo, così come la possibilità di pubblicare altri artisti. In questo modo evitiamo di sottostare alle regole altrui o di discutere sul sound giusto da adottare e cose simili.

Come collochi “A Pound of Feathers" nella vostra discografia in termini di importanza?
Non saprei con precisione perché non ho l'abitudine di guardare alle cose che facciamo da un punto di vista cronologico. La cosa certa è che siamo tutti lieti di aver realizzato esattamente il disco che volevamo fare, e questo è tutto ciò che ci fa sentire appagati. Lo stesso è stato per "Happiness Bastards", il nostro lavoro precedente. Quel che ci muove veramente è la consapevolezza di trovarci in una posizione di assoluta felicità nel suonare e di poterci sentire orgogliosi di ciò. Abbiamo usato lo studio come un canale da cui far defluire le nostre idee e ci abbiamo messo veramente poco a comporre tutte le canzoni dell'album. 

Si tratta di un lavoro piuttosto vario in termini di suoni…. 
Non mi sarei mai aspettato di scrivere con la band cose come "Eros Blues" o "Doomsday Doggerel". Comunque la vera sfida, ciò che ci permette di mantenerci attivi, è l'idea di migliorare costantemente come autori, inglobando nuovi stimoli senza attenerci a una più specifica formula. Vale per me, così come per mio fratello Chris.

“A Pound of Feathers” è stato registrato in una settimana o poco più. In un’epoca di post-produzione infinita, in che modo il vostro senso di urgenza ha potuto plasmare il disco?
Abbiamo effettivamente operato in modo rapido preparando il materiale in anticipo — io, Chris e il nostro batterista — prima di lavorarci con il resto della band. Infatti, non appena siamo entrati in studio abbiamo subito cominciato a registrare, completando due canzoni al giorno. Ciò ci ha permesso di concentrarci meglio sulla rifinitura del materiale in un secondo tempo, inserendo tracce aggiuntive di chitarra o di tastiere e piano. Verificando di volta in volta il risultato, rimanevamo sempre sorpresi e allietati nel realizzare di aver creato qualcosa di magico. L'entusiasmo era talmente alto che dopo soli cinque giorni in studio avevamo già nove pezzi fatti e finiti. Abbiamo sfruttato l'importanza del momento e il fatto che fosse tutto naturalmente organico. Questo ci ha consentito maggiore flessibilità nel comprendere come muoverci e fin dove arrivare, consapevoli che sarebbe stato controproducente indugiare ancora su ogni singola traccia. L'eccitazione del momento è fondamentale e non si può pensare di ricrearla magari provando a registrare in modo più accurato quello stesso materiale per ottenere un risultato "migliore". Credo che ciò che questo disco emana sia vitalità, una vitalità pura.

Come lavorate tu e Chris alle canzoni?
Sento il bisogno di chiarire un aspetto fondamentale: Chris scrive i testi, io la musica. Le nostre canzoni prendono forma dalla convergenza di questi due mondi. È sempre stato così. Quando Chris ascolta una melodia che lo colpisce, usa quell'emozione per dare voce a ciò che ha dentro. La musica, in fondo, è un sistema di trasmissione; rappresenta le "corde del cuore" che ti connettono al brano. Il nuovo album è ricco di testi profondi, ma d'altronde Chris non è mai stato un paroliere superficiale. Resto però convinto di una cosa: quando scrivi una grande canzone, la gente finisce per farla propria, instaurandoci un rapporto intimo. Questo legame accende l’immaginazione e spinge a visualizzare come quel pezzo possa essere nato in studio: un mistero che amplifica la percezione di ciò che ascoltiamo. A me capita di entrare in questa modalità con "Let It Be", ad esempio.

Dopo la reunioni, tu e Chris avete ricominciato a essere prolifici. Come si è evoluta la vostra intesa creativa e il vostro modo di comunicare, dopo gli anni passati da separati?
Beh, per noi non è mai cambiato granché, in un certo senso; il nostro modo di interfacciarci e di lavorare insieme è pressoché lo stesso di sempre: abbiamo modi immediati di comunicare. Io gli mando un'idea, lui me la rimanda indietro con l'aggiunta di un ritornello o di un verso. Poi certo, rispetto al passato oggi regna molta più positività intorno a noi. Non si litiga più come una volta perché mantenere attivo il nostro rapporto è una priorità. E anche se possiamo avere opinioni divergenti su qualcosa, cerchiamo sempre di trarre dei benefici da ciò che creiamo o discutiamo.

Tra i Magpie Salute e gli altri tuoi progetti paralleli, in che modo quelle esperienze hanno ampliato il tuo vocabolario musicale e influenzato il suono dei Black Crowes di oggi?
Credo che ogni esperienza accumulata trovi il suo senso nel momento della creazione. Il vissuto influenza inevitabilmente ciò che produciamo, che sia una canzone, un quadro o un libro. Nel caso mio e di mio fratello, la distanza che ci ha separati per quei cinque o sei anni, durante i quali ognuno si è concentrato sui propri progetti, si è rivelata necessaria. Ci ha permesso di mettere a fuoco i problemi di comunicazione che ci trascinavamo dietro e di affrontarli per risolverli davvero. Ritrovarci, quindi, ci ha resi più solidi; ha fortificato il rispetto reciproco e ci ha dato gli strumenti per comprenderci più a fondo. Oggi siamo capaci di ascoltarci davvero, rispettando le difficoltà e i limiti dell'altro.

Citi spesso Jimmy Page come uno dei tuoi chitarristi preferiti. Deduco che i concerti e l'album collaborativo che uscì nel 1999, "Live at the Greek", abbiano rappresentato per te e i Black Crowes un passaggio di carriera determinante. Siete sempre in contatto con Page?
Sì, proprio lo scorso anno siamo volati a Londra per fare un’intervista con lui in occasione della ristampa expanded di "Live at the Greek". Jimmy è poi venuto a sentirci dal vivo, sempre a Londra, durante il tour di "Happiness Bastards", il che ci ha fatto enormemente piacere. Amiamo Page, per noi è una cara persona e un ottimo amico, oltre a essere un musicista stellare. Aver riascoltato con lui i nastri originali di quel live e aver sentito il suo parere è stata un'occasione speciale; collaborare con lui all'epoca ha rappresentato senza dubbio un momento decisivo per la nostra carriera. Sai, non capita a tutti di fare qualcosa del genere con Jimmy Page. Ci approcciammo a lui con tutta la riverenza e il rispetto dovuti, e fu un privilegio discutere insieme le canzoni da eseguire durante quei concerti. Sia noi che lui ci impegnammo al massimo e con umiltà, e ancora oggi sono orgoglioso di quel progetto.

Avete venduto oltre trenta milioni di copie e ricevuto, più di recente, una nomination alla Rock & Roll Hall of Fame 2025. Come rifletti sull’impatto commerciale e di critica che i Black Crowes hanno avuto sin qui?
È un riconoscimento che ci onora. Sembrerà banale, ma per me aver ricevuto quella nomination è già sufficiente per sentirmi a posto con me stesso. È un onore veder riconosciuto in tal modo il proprio valore e quella nomina ne è il simbolo. Anche se, per quanto sia importantissimo, in un certo senso ci fa pensare che forse siamo diventati un po' troppo vecchi per la Hall of Fame [ride]. Ma va bene così, è un'ottima cosa.

Se pensi al futuro dei Black Crowes, credi che finirete come i Rolling Stones, rimanendo cioè attivi fino a quando la salute ve lo consentirà?
Non ne ho idea, onestamente; solo il tempo lo dirà. È già difficile immaginare come sarà il mondo fra cinque anni, con tutto quello che sta accadendo. Meglio non fare pronostici.
Eppure siete sopravvissuti a un po' tutte le epoche, dalle vostre origini fino a oggi...
Questo sì, anche perché l'inattività non è conciliabile con il nostro modo di essere. La nostra sola strada è procedere; il resto verrà da sé.

Il vostro periodo di maggior successo, nei primissimi anni Novanta, coincise con l'arrivo del grunge. Pur essendo diversi da voi, molti di quei gruppi condividevano l'interesse per il classic rock anni Settanta. Cosa pensavi di loro?
Per me erano band di valore, ma rispetto a noi avevano un "packaging" differente [ride]. La nostra era una visione più romanticizzata della musica, legata ai Rolling Stones e quindi a un certo tipo di drammaticità e bellezza. Le band di Seattle guardavano sì agli anni Settanta, ma soprattutto a cose più heavy come i Black Sabbath, quindi con un'attrazione maggiore per i suoni oscuri. Con gli Alice In Chains, comunque, eravamo in buoni rapporti. E ricordo che i Soundgarden vennero a vederci a Seattle, mentre agli MTV VMAs del '92 parlai a lungo con Dave Grohl e Krist Novoselic dei Nirvana. C'era sintonia con tutti loro e ho un bel ricordo di quegli anni.

Farete un tour questa primavera prima di unirvi ai Guns N' Roses per delle date estive negli stadi. Con loro vi conoscete da parecchio e insieme. Vedi questa nuova avventura come la celebrazione di una fratellanza?
Assolutamente direi, visto e considerato che rispettiamo molto i Guns N' Roses. Siamo molto legati a Slash e a Duff, e anche a Izzy Stradlin. Izzy non è più con loro da tempo, ovviamente, ma è uno degli architetti di quella band e con lui ci si sente ancora. Che dire, siamo in trepida attesa: non vediamo l'ora di suonare di nuovo con loro perché siamo sicuri che verrà fuori qualcosa di esplosivo.

A proposito di Izzy Stradlin, invece: è vero che gli offriste un posto nella vostra band, dopo che lasciò i Guns?
Cercammo di coinvolgerlo, questo è vero, ma solo per portarlo in tour con noi all'epoca dei Ju Ju Hounds, il suo primo progetto solista. Già all'epoca eravamo molto amici, sia con lui che con i membri della sua band. Izzy però respinse la proposta, il che ci dispiacque non poco, ma fummo comprensivi e in tutti questi anni non abbiamo mai smesso di stimarlo.

Per contro, il vostro ex chitarrista, Marc Ford, rifiutò l'offerta da parte di Slash di sostituire Izzy. Avete mai parlato con Marc di come sarebbero andate le cose se avesse accettato quell'ingaggio?
Sicuramente le cose sarebbero cambiate molto per lui, ma non tanto per noi come band. Il nucleo dei Black Crowes siamo sempre stati io e Chris: abbiamo sempre seguito il nostro percorso scrivendo le nostre canzoni. Su un eventuale coinvolgimento di Marc nei GN'R non ne abbiamo mai discusso per davvero, ma immagino che se avesse accettato di suonare con loro non sarebbe sopravvissuto alla decadenza che regnava in quella band all'epoca.
 


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