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“A Hum Of Maybe”: Apparat contro la musica formulaica

06.03.2026 Scritto da Gianni Sibilla

Dopo sette anni senza dischi a suo nome e la recente era del 4° album dei Moderat, Sasha Ring è tornato “solista” con “A Hum Of Maybe” e il progetto Apparat, una via di mezzo tra una one-man band e una band vera e propria, tra l’elettronica e la musica suonata classica. Il punto di partenza è una frase che il musicista usa parlando del primo brano del disco, “Glimmerine”: “A loop I couldn’t get out of, so I turned it into one”. Non riuscivo a uscire da un loop, così l’ho trasformato in un loop.
Sembra quasi un manifesto della musica elettronica, ma racconta qualcosa di più ampio: il tentativo di uscire dalle regole della forma canzone classica, e anche da quelle dell’elettronica stessa - in maniera più riflessiva rispetto all’energia dei Moderat.

Il disco nasce da appunti musicali senza una forma classica. Il titolo fa riferimento all’incertezza, sia creativa sia emotiva, il vivere uno spazio non necessariamente definito. In campo musicale significa soprattutto uscire dalle regole classiche della forma-canzone, sempre più ripetitiva e “formulaica” - e no, non sto parlando di Sanremo, che abbiamo ancora nelle orecchie in Italia; l’aggettivo è dei Massive Attack, che lo usarono per spiegare come oggi le canzoni siano facilmente replicabili da un’intelligenza artificiale ben allenata.

Quello di Apparat è invece un lavoro di intelligenza musicle emotiva, in cui tutto parte da loop e pattern, anche riconoscibili - come quello di “A Slow Collision”, molto “alla Moderat” - ma poi prende direzioni diverse, crea uno spazio in cui riflettere, ritrovarsi. In questi undici brani per poco più di cinquanta minuti, Ring sembra fare il gesto opposto: rallentare, lasciare spazio al dubbio e alle sfumature più che alle certezze musicali.

La forza di Apparat e di questo disco sta proprio nella sfumatura dei confini tra un’elettronica che non rinuncia alla dimensione della band e alla presenza degli strumenti. Archi, chitarre, sintetizzatori e voce convivono senza gerarchie troppo rigide, in un equilibrio fragile e spesso contemplativo: “Uno strumento è solo un’interfaccia”, mi ha raccontato Ring quando l’ho intervistato. “Un sintetizzatore, una chitarra, una voce – sono tutti strumenti per modellare il tempo e l’emozione. La distinzione mi sembra superata. Ciò che conta è se qualcosa è vivo, non come è stato generato” - e in canzoni come la già citata “Glimmerine” - con l’ipnotica coda di loop - o come “Tilth” - con la sua voce che si fonde con quella di Káryyn su un tappeto di synth - la musica di Apparat è viva eccome.

È un approccio diverso da quello dei Moderat, il progetto condiviso con Modeselektor che negli ultimi anni ha portato Ring sui palchi dei festival di mezzo mondo: lì domina l’energia collettiva, qui invece l’attenzione è tutta rivolta verso l’introspezione. I Moderat lavorano spesso su strutture potenti, crescendi epici, mentre “A Hum Of Maybe” è più raccolto e riflessivo, costruito su micro-variazioni e dinamiche sottili. Il loop, appunto, diventa uno spazio da esplorare più che una gabbia ritmica - come nella title track, in cui la base elettronica si apre in una coda suonata, con batteria e piano che si inseriscono, ricordando i momenti migliori dei GoGo Penguin - altro gruppo fenomenale nel dissolvere i confini dei generi musicali.

Il risultato è un album che non cerca l’immediatezza ma la profondità, la stratificazione. In queste settimane è l’album a cui sono tornato di più, quando volevo uscire dai loop della musica “formulaica” a cui siamo costantemente esposti. In fondo, proprio come suggerisce quella frase iniziale: se non riesci a uscire da un loop, puoi sempre provare a farne musica. Una musica diversa, per fortuna.


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