Uno spettro si aggira per la musica italiana: lo spettro di Tony Pitony. Da settimane non fa che parlare di sé e delle sue canzoni, da “Culo” a “Mi piacciono le nere”, caratterizzate da un linguaggio politicamente scorretto (anzi, scorrettissimo), ironia e teatralità. Su Spotify conta 600 mila ascoltatori mensili e 17 milioni di streams complessivi, mentre su YouTube le sue clip hanno superato quota 9 milioni di visualizzazioni totali. Di lui, però, si sa poco e nulla. Intanto, Tony Pitony è un nome d’arte, naturalmente: nessuno sa quale sia il suo vero nome.
Su Spotify i suoi brani sono accreditati ai suoi principali collaboratori, Sam Cammarata e Simone De Simone. Classe 1996, origini siciliane, si (auto)definisce come un «artista concettuale», la cui ricerca creativa «si muove lungo un filo conduttore che unisce influenze apparentemente distanti: la sensibilità visionaria degli Anni ’60, le sonorità della musica elettronica, l’espressività teatrale e l’irriverenza del trash, fino a convergere in un’estetica che esplora il fetish e l’antiproibizionismo».
Ha fatto arrabbiare le femministe quando ha pubblicato “Culo”, la sua “hit”, 4,2 milioni di ascolti su Spotify: storia di un ragazzo che viene invitato dalla ragazza a raggiungerlo a casa sua (sua di lei, si intende), ma senza poter fare sesso perché lei sta attraversando il suo momento del mese. «Non me ne importa se non me la dai / di distruggo il culo mentre dormirai», canta lui nei versi della canzone, contenuta nell’album “TonyPitony”, uscito lo scorso aprile, prodotto totalmente indipendente e presentato dal vivo quest’estate con una serie di concerti ospitati dai palchi dei principali festival all’aperto italiani. Al di là dei testi provocatori, la sua musica è di un buon livello artistico: arrangiamenti curati, sonorità piacevoli e performance ben suonate. In questo ricorda, in parte, gli Elio e le Storie Tese, anche se con (molti) meno virtuosismi. Ascoltare, per credere, la stessa “Culo”: se non fosse per quel testo, non sfigurerebbe nella discografia di Giorgia. Oppure l’irresistibile “Mi piacciono le nere”, tra blues e funky, che sembra uscire fuori da un disco di Zucchero o dal primo Pino Daniele: «Mi piacciono le nere, non sono razzista / il nero non è più un colore che mi rattrista / mi piacciono le nere, non sono banale, no / finalmente sarò io quello che si farà schiavizzare». Piccola curiosità: la produzione di “Mi piacciono le nere” è firmata da Lenny Ligabue, il figlio batterista del rocker di Correggio.
Il progetto ricorda quello di Liberato: «Non esiste solo un TonyPitony, ma un gruppo di persone attorno a questo progetto», ha detto a Fanpage. Nel 2020 si è presentato ai provini di X Factor: cantò una cover di “Hallelujah” di Leonard Cohen con gorgheggi bizzarri, riuscendo a convincere Mika ma non Emma Marrone e Manuel Agnelli, che lo rimandarono a casa. Pitony ha raccontato che quell’esperienza era pensata come performance teatrale, più che come semplice audizione musicale. Brani come “Giovanni”, “Rio de Janeiro” o “Jiàn zòu” affrontano temi delicati e minoranze con sarcasmo e ironia. Per qualcuno, cadendo spesso nella facile provocazione. Per qualcun altro, prendendosi gioco della cultura woke di questi anni. Forse la verità sta semplicemente nel mezzo.
Intanto lo spettro di Tony Pitony continua ad aggirarsi per la musica italiana, infastidendo e divertendo, consacrandosi (già) come piccolo mito contemporaneo della nostra scena musicale.
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