Mentre il documentario “Linkin Park: Unshatter”, arrivato nelle sale dal 30 settembre al 3 ottobre, si è concentrato sul percorso che ha portato la band a raccogliere i propri pezzi e provare a rimetterli insieme, l’album pubblicato come colonna sonora del film restituisce qualcosa di più immediato e concreto. “Unshatter - Film Soundtrack (Live in São Paulo)” serve soprattutto a sentire i Linkin Park per quello che sono diventati. Nelle venti tracce del disco, per oltre un’ora di musica dal vivo, si può ascoltare la nuova dinamica della band, costruita tra i membri storici e quelli entrati in formazione quando il gruppo ha deciso di riprendere vita. Si sente Mike Shinoda continuare a essere il punto di equilibrio attorno al quale ruotano rap, melodie, chitarre ed elettronica, ma soprattutto si capisce fino a che punto Emily Armstrong e Colin Brittain siano entrati nel linguaggio dei Linkin Park senza limitarsi a occupare due posti rimasti vuoti. Per centrare questo scopo, l'album raccoglie gran parte del concerto tenuto il 15 novembre 2024 all’Allianz Parque di San Paolo, escludendo alcuni dei brani eseguiti quella sera e condensando in venti tracce la struttura dello show che avrebbe poi costituito l’ossatura del “From Zero World Tour”. È la tournée che ha riportato i Linkin Park anche in Italia, prima a Milano il 24 giugno 2025 (qui il nostro racconto) e poi a Firenze il 26 giugno 2026, e che ha progressivamente trasformato quella che inizialmente sembrava una difficile operazione di ripartenza in una nuova stagione della band.
La scelta di immortalare proprio una delle date di San Paolo non è casuale, dal momento che il 15 novembre coincideva con l’uscita di “From Zero” (qui il traccia per traccia, e qui la recensione), il primo album di inediti dei Linkin Park dopo “One More Light” del 2017 e il primo realizzato con Armstrong e Brittain. La band sarebbe tornata all’Allianz Parque anche la sera successiva e le due date avrebbero raccolto complessivamente circa 97 mila spettatori. Joe Hahn, membro storico del gruppo e da sempre tra le figure che ne hanno costruito l’identità visiva, ha diretto in qualità di regista “Linkin Park: Unshatter” e, parlando con l’edizione statunitense di “Billboard”, ha spiegato la scelta di dedicare al live di San Paolo la colonna sonora del documentario, che invece include anche immagini del concerto del ritorno dell’11 settembre 2024 a Los Angeles. "Non c’era un posto migliore per farlo", ha spiegato Hahn: "I fan del Brasile ci hanno sempre pregato di andare a suonare lì; prima di allora non ci avevamo suonato molto. E sono stati semplicemente incredibili". Ed è proprio il pubblico una delle presenze fondamentali del disco, non funzionando soltanto da rumore di fondo ma entrando nelle canzoni per prendersi i ritornelli e riempiere ogni spazio. L'evidenza sottolinea quanto il repertorio dei Linkin Park sia ormai radicato in una memoria collettiva con cui la nuova formazione deve necessariamente confrontarsi.
Il suono presente dei Linkin Park
Dopo “Inception/Intro”, il primo vero impatto arriva con “Somewhere I Belong”, ma è con “The Emptiness Machine” che il disco comincia davvero a spiegare perché questa formazione funzioni. Il brano parte dalla compostezza di Shinoda, che ne governa la prima parte senza forzare, e si apre poi all’ingresso di Armstrong. La cantante tira fuori una delle caratteristiche che più hanno modificato l’impatto live dei Linkin Park, con una voce che non prova a replicare Chester Bennington, ma introduce un’aggressività più ruvida, con una componente hardcore che rende i pezzi nuovi particolarmente efficaci sul palco.
Emily, fino a pochi anni fa conosciuta soprattutto da un pubblico più ristretto per il lavoro con i Dead Sara, ha un modo di stare dentro le canzoni che raramente passa dalla misura. Quando serve Armstrong può controllarsi, ma il suo terreno naturale è quello della tensione, dello strappo e dell’accelerazione improvvisa. “Casualty” è probabilmente il punto migliore del disco per rendersene conto, ed è anche uno dei brani che non avevano trovato posto nelle scalette delle due date italiane, diventando qui uno dei momenti più utili per comprendere quanto la nuova formazione possa essere fisicamente pesante.
La tensione non cala quando arriva subito dopo “Two Faced”, che è, al contrario, uno dei momenti in cui Armstrong e Shinoda sembrano aver trovato con maggiore naturalezza un proprio equilibrio. Le due voci si alternano senza contendersi il centro della scena, le chitarre entrano e si ritirano lasciandosi spazio e il brano recupera alcune caratteristiche riconoscibili dei Linkin Park dei primi anni senza trasformarsi in un esercizio nostalgico. Anche Colin Brittain svolge un ruolo decisivo in questo equilibrio, seppur il suo ingresso è stato meno esposto rispetto a quello di Armstrong, semplicemente perché sostituire un batterista porta con sé un livello diverso di attenzione rispetto al prendere il posto di una delle voci più riconoscibili del rock degli ultimi venticinque anni. Eppure è proprio la batteria a dare compattezza a molti dei passaggi più duri del disco, con che Brittain accompagna senza appesantire le parti più elettroniche e melodiche, ma quando la scaletta vira verso “Casualty”, “Two Faced”, “Faint” o “Heavy Is the Crown” riesce a far emergere una maggiore fisicità.
Il confronto con il repertorio storico
Quando Emily Armstrong deve misurarsi con il repertorio storico, è inevitabile che su quelle canzoni l’assenza di Bennington rimanga percepibile. Non avrebbe senso pretendere il contrario e sarebbe ancora meno interessante ascoltare qualcuno impegnato a riprodurne voce, inflessioni e intensità. “Unshatter” funziona proprio quando rende evidente che la nuova cantante ha scelto un’altra strada. In “What I've Done” la voce di Emily si appoggia sul proprio graffio senza cercare di addolcirlo, mentre nei passaggi più emotivi interviene il pubblico, che allarga il ritornello e restituisce con una forza quasi fisica la dimensione del concerto. “Numb”, invece, trova la cantante più controllata nelle strofe, quasi trattenuta, prima di aprirsi progressivamente e lasciare che la voce perda quella compostezza nei momenti in cui il brano chiede maggiore pressione.
In “In the End” prevale il controllo, appartenendo ancora di più a Shinoda e al suo rap, capace di guidare un pezzo che non ha bisogno di essere reinterpretato per funzionare. Il pubblico è nuovamente protagonista sui cori, e la band trova così una delle soluzioni più naturali per affrontare dal vivo una canzone sulla quale la voce di Bennington rimarrà inevitabilmente impressa. In questo senso il disco riprende nella musica l'intento e il significato del ritorno dei Linkin Park, che non possano fare a meno del proprio passato, ma neppure rimanere imprigionati nell'obbligo di celebrarlo continuamente.
Le canzoni di “From Zero” convivono con quelle di “Hybrid Theory”, “Meteora”, “Minutes to Midnight”, “A Thousand Suns” e delle altre fasi della carriera del gruppo. “The Catalyst” e “Waiting for the End” mostrano una Armstrong capace di lavorare anche sulle sfumature, mentre “Lost”, sorretta dal pianoforte, le permette di ridurre l'aggressività e mettere in primo piano una fragilità diversa. “Leave Out All the Rest” si muove nello stesso territorio emotivo prima che “Over Each Other”, affidata quasi completamente alla cantante, riporti il concerto nel presente.
Tra passato e presente
Il finale è probabilmente la sintesi migliore dell’operazione, con “Papercut”, “Heavy Is the Crown” e “Bleed It Out” che mettono in sequenza passato e presente senza bisogno di spiegare il collegamento. Si passa da uno dei brani simbolo di “Hybrid Theory” a una delle canzoni che più chiaramente rappresentano l’attuale formazione, per poi chiudere con un pezzo del 2007 che dal vivo continua a funzionare come detonatore.
Le esclusioni curiose riguardano - tra le altre - “One Step Closer”, "Castle of Glass" e “Crawling”, presenti nel concerto di San Paolo, ma che non sono entrate nelle venti tracce della colonna sonora, nonostante siano tra i brani più riconoscibili della band. Per rimanere concentrati sulla registrazione del concerto del 15 novembre 2024, i Linkin Park hanno inoltre deciso di non includere in “Unshatter - Film Soundtrack (Live in São Paulo)” la canzone che dà il titolo al documentario, non suonata dalla band a San Paolo ma presentata dal vivo in altre occasioni. L’assenza di una registrazione dal vivo del brano "Unshatter” finisce quasi per chiarire la differenza tra il film e il disco. Il documentario usa quel titolo come metafora di qualcosa che prova a ricomporsi dopo essersi spezzato, mentre il disco non ha più bisogno di raccontare quel processo perché i pezzi sono già stati rimessi insieme e ciò che resta da capire è semplicemente nella musica.
Disclaimer:
Questo articolo è stato realizzato e pubblicato da Rockol.it ed i suoi contenuti sono integralmente forniti da Rockol, che ne assume ogni responsabilità editoriale. Il presente sito si limita a ospitare il contenuto in modalità non indicizzata e non è in alcun modo coinvolto nella produzione, redazione o approvazione dei materiali pubblicati.
Rock Online Italia (Rockol) è una testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Milano: Aut. n° 33 del 22 gennaio 1996.
Immagini e diritti
Rockol:
- utilizza esclusivamente immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali ("for press use") da case discografiche, management artistici e uffici stampa /P.R;
- impiega le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, e solo a corredo dei propri contenuti informativi;
- accetta unicamente fotografie non esclusive, destinate alla pubblicazione su testate giornalistiche, e comunque libere da vincoli di utilizzo;
- pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse da fotografi dei quali viene indicato il copyright
Segnalazioni
Eventuali segnalazioni relative a immagini non conformi a quanto sopra descritto possono essere inviate a webmaster@rockol.it
Provvederemo a effettuare una rapida valutazione e, ove necessario, alla tempestiva rimozione del materiale.Per consultare l'articolo nella sua versione originale, visita questo link