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Lumiero, una luce nel buio dell'omologazione musicale

10.12.2025 Scritto da Lucia Mora

Quando esce un nuovo disco in Italia, nel 2025, si sa già più o meno a che cosa si andrà incontro. Le classifiche parlano chiaro, i generi che vanno per la maggiore sono sotto gli occhi – e le orecchie – di tutti. I testi difficilmente stupiscono, gli strumenti sono quasi sempre sacrificati in favore di basi artificiali e la musica è vittima di quell’appiattimento generale che la colpisce ormai da alcuni anni. Poi arriva il nuovo disco di Lumiero. Anzi, “Il primo grande disco di Lumiero”, prodotto da Marquis: la macchina del tempo di un artista che trova la felicità negli anni Sessanta, nella musica suonata, con musicisti veri, che spaziano dalla chanson di una volta al pop d’autore fino a certe atmosfere jazz. E ti chiedi: da quale loop spaziotemporale è saltato fuori?

Lumiero, da dove salti fuori? Perché questa scelta rétro nel 2025?

Sarò sincero: non è un'idea particolarmente costruita. È più che altro un'esigenza. È un lavoro nato da una passione mia per questo tipo di sonorità, di questo modo di cantare, finché a un certo punto mi sono ritrovato dentro al vortice di ricerca di questo tipo di canzoni. Mi sono accorto che è il genere che, tra i vari tipi di musica, più rispecchia la mia idea di felicità, che è un po' nascosta, non ha dei confini, anzi, è come se fosse un'idea, un quadro impressionista, senza delle linee ben definite. Il senso di leggerezza di quegli anni mi ha sempre guidato nel fare le cose, è un tipo di musica che mi fa stare molto bene. Quindi perché non recuperare una tradizione che mi smuove così tanto dentro ogni volta che la ascolto?

Credi che possa essere anche una forma di rifiuto della musica del presente?

Forse conta anche una sorta di risposta inconscia alla piattezza che in effetti ritrovo un po' in giro ultimamente; per fortuna non totalmente, nel senso che c'è un gran sottobosco di musica emergente che sta davvero rimescolando le carte, però sicuramente la mia è anche una risposta inconscia a questa sensazione di piattezza che mi sentivo intorno a livello musicale.

Il tuo disco ha un impianto quasi orchestrale. Nei prossimi live ti immagini con una band nutrita alle spalle?

Bella domanda. Finora ho portato in giro questi brani, ancora sotto forma di inediti, perlopiù con una formazione ridotta, ovvero chitarra e voce, a volte con due chitarre e voce. Solo una volta mi è capitato di portarla in full band, e devo dire che è stato estremamente divertente e molto bello, perché si riesce a restituire la complessità di suoni che c'è dietro. Quindi mi piacerebbe e sicuramente succederà, se ce ne sarà l'occasione. Per ora l'accompagnamento è stato funzionale a dar luce alla voce, che ha un posto comunque abbastanza principale nella canzone, come si usava una volta; ma l’idea è di andare in quella direzione lì, aggiungendo anche linee di percussioni. In tutto questo non posso che ringraziare i musicisti che per ora mi hanno accompagnato in queste prime esperienze live – e tutti i musicisti che hanno suonato nel disco. È tutta musica suonata, strumentale, che quindi ha dentro non solo la visione mia e di Marquis, ma anche tutti gli input a livello sia tecnico sia artistico delle persone che ci hanno suonato.

Lumiero. Da dove nasce questo nome d'arte?

Tempo fa, quando iniziavo a muovere i primi passi nello scrivere canzoni e nel produrre musica, cercavo un nome che parlasse di me, e trovai questa immagine in un nome francese, Lumière, che significa luce. Ci ho trovato una sorta di unione tra due mondi: da un lato quello della conoscenza, come forma di maturazione sia individuale sia collettiva; dall'altro, una figura che portasse e riportasse un po' di romanticismo e di passione al centro. Poi ho scoperto che, se non sbaglio, in salentino c'è una parola simile: lumieru, cioè il vino. Da allora ha acquistato anche questa terza accezione che, devo dire, mi va molto bene, perché il vino mi piace molto.

Ti rifai alla musica di una volta perché ti fa stare bene. C'è qualcuno in particolare che è – o è stato – importante per la tua musica?

Non c'è una vera e propria reference, per così dire. È stata una ricerca che ha spaziato in tutto quel mondo senza mai concentrarsi o fissarsi troppo su un certo autore o un certo cantante, per cui forse non c’è un nome che spicca più di altri. Sicuramente ci sono autori e artisti preferiti: tra tutti, all'interno della scuola genovese, Gino Paoli, che su di me ha un'influenza molto forte, soprattutto a livello autorale. Invece a livello di modelli di cantato, di tipologia di interpretazione, penso che i due che più mi hanno ispirato siano stati Tony Renis e, nel mondo femminile, Mina. Ma c’è tutto un planetario di nomi ugualmente importanti, da Caterina Caselli a Umberto Bindi a Luigi Tenco. Sono modelli giganti, ovviamente, ma forse proprio per questo danno un po' spazio anche al sogno.

Come descriveresti il tuo disco a chi non l'ha ancora ascoltato?

Non so se riuscirei a descriverlo in maniera complessiva, perché non nasce come concept e non è costruito come tale. Lo diventa in questa provocazione promessa che è un po' il titolo in sé: vuole essere un disco un po' divisivo, no? Sia nel contenuto, sia nel contenitore. Da una parte vuole piacere, perché è anche giusto così; dall'altra però vuole anche creare divisione, vuole essere criticato, stimolare riflessioni sulla musica – e sulla musica di oggi in particolare. Nella mia testa è un insieme di brani che nella loro singolarità per me hanno significato diverse cose. È un disco che parla di amore, però lo fa con disillusione. E, nonostante il genere musicale, per me è anche un disco abbastanza contemporaneo, soprattutto a livello autorale.
 

Davide Van De Sfroos dedica sempre l'ultima canzone di ogni suo disco al vento. Nel tuo, il vento compare in due titoli. Anche per te ha un significato particolare o è casuale?

Sia la mia “Semi nel vento” sia la cover di “Io sono il vento” di Marino Marini citano il vento e non è casuale. Nel disco – e in generale nella mia scrittura – affiorano spesso gli elementi naturali. Effettivamente ci sono tanti riferimenti all'interno delle mie canzoni a elementi che fanno parte del mondo della natura: il fiume, il vento, sono elementi che ritrovo nel mio immaginario, dove la natura ha una rilevanza abbastanza forte.

Oltre alla natura, che cosa ti ispira nella vita di tutti i giorni? Che cosa fa nascere le tue canzoni?

La poeticità delle cose. Anche quelle che possono sembrare più normali, più quotidiane, per me diventano forti quando in queste immagini si inserisce un po' di poesia. Certo, l'amore è un fuoco centrale, che però non si esaurisce di per sé nell'amore, ma si costruisce con un sacco di altre immagini laterali che in questa narrazione acquistano valenza poetica. 

Abbiamo parlato dei grandi nomi che ti hanno ispirato. Ma pensando al presente, c'è qualche artista con cui sogni di collaborare?

Forse è scontato, ma mi stuzzicherebbe molto l'idea di poter collaborare con un artista come Andrea Laszlo De Simone, che si inserisce a pieno titolo in questo filone di ripresa di questa tipologia di musica. Poi, venendo io dal mondo urban, mi piacerebbe trovare il modo di incastrare collaborazioni anche con qualcuno che venga dal mondo del rap. Sarebbe una grande sfida che mi piacerebbe molto.

Ti piace Sanremo? Ti ci vedresti?

Per me, ma penso che lo sia un po' per tutti, è il tempio della musica italiana, considerando tutta la storicità che c'è in quel nome, in quel palco, in quel luogo. E per me ovviamente sarebbe un sogno, soprattutto perché ho come riferimento le grandi edizioni del passato, in cui calcarono quel palco le più grandi penne e voci della musica italiana. Per cui da quel punto di vista per me sarebbe un onore enorme, un sogno che spero prima o poi si possa avverare. 

Progetti per il futuro?

Tante canzoni, tanta musica nuova e sempre più sfidante, sia dal punto di vista canoro sia soprattutto autorale. È una grande sfida riuscire a raccontare sempre di più, a tirare fuori i temi che più mi stanno a cuore e riuscire anche a sbrogliarmi con la mia stessa musica, che ho scoperto essere – soprattutto nell'ultimo periodo – un grande strumento di conoscenza di sé stessi. L'obiettivo è continuare a fare musica, musica che mi fa stare bene e che mi permette di conoscermi sempre di più.

Che cosa vorresti che arrivasse di te a una persona che ti ascolta per la prima volta?

Probabilmente sceglierei l'emozione. Riuscire a far sì che una persona che per la prima volta mi ascolta riesca a sentire l'emozione che c'è dietro a ogni brano, quella vibrazione che mi ha accompagnato nel costruire e ideare queste canzoni. Tornando a quello che dicevamo all’inizio, vorrei che arrivasse anche la leggerezza, o quella protofelicità che era molto più forte e possibile all'epoca del boom economico. Sarebbe bellissimo riuscire a far provare con la mia musica le stesse sensazioni che provo io quando ascolto la musica di quegli anni, pur attualizzandola.


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