Promesse, sogni, tradimenti. Quella della Steve Rogers Band è una delle storie più affascinanti del rock italiano, ma al tempo stesso anche una delle più oscure e controverse. Nata come gruppo di Vasco Rossi, prima di essere in qualche modo disconosciuta dallo stesso rocker di Zocca, oggi la Steve Rogers Band è circondata da uno status di culto, come testimoniano sia l’entusiasmo dei fan più inossidabili davanti alla recente reunion al Roxy Bar di Red Ronnie — con Maurizio Solieri alla chitarra e suo figlio Eric alla batteria, Andrea Innesto alla voce e ai fiati, Claudio Golinelli al basso e Mimmo Camporeale alle tastiere — sia quello legato alle ristampe dei dischi storici pubblicate da Sony Music, tramite la divisione catalogo Legacy Recordings.
La nascita del gruppo
È il 1980 quando, subito dopo le registrazioni di “Colpa d’Alfredo”, Vasco Rossi decide di fondare una band tutta sua, con una forte identità sonora. L’idea è quella di costruire una formazione che rappresenti per il rocker di Zocca ciò che, al di là dell’Atlantico, è la E Street Band per Bruce Springsteen. Steve Rogers è lo pseudonimo scelto da Guido Elmi, che ha iniziato a collaborare con Rossi proprio in Colpa d’Alfredo come chitarrista e che diventerà presto il suo principale braccio destro, produttore di dischi fondamentali come “Siamo solo noi”, “Bollicine”, “Cosa succede in città” e “C’è chi dice no”. Non è mai stato chiarito se il nome Steve Rogers derivi dall’alter ego di Capitan America, ma l’ambiguità contribuirà nel tempo a costruirne il mito. La prima formazione comprende Massimo Riva alla voce e alle chitarre, Maurizio Solieri alle chitarre, Mimmo Camporeale alle tastiere, Andrea Righi al basso e Roberto Casini alla batteria. Tutti musicisti legati alla scena bolognese, in un momento in cui Bologna, all’inizio degli Anni ’80, è uno dei crocevia culturali più importanti del Paese: città universitaria, laboratorio politico, fucina musicale. Un contesto che lo stesso Vasco ha ricordato di recente in un’intervista a La Repubblica: «Eravamo degli anarchici convinti, ma non quelli delle bombe… Per noi l’anarchia voleva dire autodeterminazione, autocontrollo, affrontare la vita senza autorità esterne». È in questo clima che la Steve Rogers Band assorbe e rielabora le tensioni sociali e culturali del periodo.
Bologna, il post-punk e la new wave
Nel contesto bolognese la band costruisce una attitudine radicale, distante sia dal punk più nichilista sia dal rock addomesticato dal mercato. Partendo dal punk rock che domina i sottoscala della città, la Steve Rogers Band lo contamina con new wave e post-punk. Il vero marchio di fabbrica, però, sono i testi, scritti in italiano con una cura rara per la scena punk dell’epoca. I brani, a partire da “Neve nera” — che nel 1981 segna l’esordio discografico ufficiale del gruppo (con “Prendi e scappa” sul lato B) — portano per lo più la firma dello stesso Vasco Rossi. Raccontano precarietà, alienazione urbana e disillusione post-ideologica, con un linguaggio che unisce poesia e denuncia sociale: «Se domani nevica / sarà una neve dura». Nel frattempo Vasco inizia la sua scalata definitiva, grazie ai due iconici passaggi al Festival di Sanremo del 1982 con “Vado al massimo” e del 1983 con “Vita spericolata”, che in pochi anni lo consacrano come il rocker italiano per eccellenza. Con la sua crescita aumenta anche quella della band, ma iniziano a emergere le prime tensioni.
I primi cambi di formazione
Nel 1984, così, arrivano i primi cambi di formazione: Andrea Righi e Roberto Casini vengono sostituiti rispettivamente da Claudio “Il Gallo” Golinelli al basso e da Daniele Tedeschi alla batteria. Si aggiunge anche il sassofonista Andrea Innesto. Nel 1986 Vasco firma diversi testi del primo album della band, “I duri non ballano”, prodotto da Guido Elmi. Le registrazioni avvengono agli Umbi Studio di Modena, dove pochi mesi prima il gruppo aveva lavorato con Rossi su “Cosa succede in città”. Il disco si apre con “Ok sì”, dalle sfumature rock-reggae, per poi muoversi verso il rock’n’roll ballabile di "Senza un alibi" e "Rock’n’Roll": c'è anche una cover italiana di “Desperado” degli Eagles, “Me ne vado”. L’album ottiene un discreto successo e consente alla band di farsi conoscere anche al di là del legame con Vasco. Dopo il tour di “C’è chi dice no” del 1987, la Steve Rogers Band decide di staccarsi definitivamente dal rocker e tentare la strada dell’autonomia, sempre sotto la guida di Elmi.
La rottura con Vasco
Il risultato è “Alzati la gonna”, che nel 1988 segna l’apice commerciale della Steve Rogers Band. L’omonimo singolo diventa il tormentone dell’estate italiana di quell’anno, grazie a un ritornello paraculissimo («Alzati la gonna / fammi vedere / cosa c’è da fare»). Il secondo estratto, “Bambolina”, permette alla band di vincere il Telegatto come “Gruppo dell’anno”, consegnato da Red Ronnie durante “Vota la voce”. Segue un lungo tour estivo, al termine del quale viene sancito il definitivo distacco da Vasco. Innesto e Tedeschi sono gli unici a restare al fianco del rocker. Alla batteria subentra Beppe Leoncini e la Steve Rogers Band prosegue, senza sax, con Massimo Riva, Giovanni Cappa e Maurizio Solieri alle chitarre. Ma la discesa, dopo l’exploit, è dietro l’angolo. Le vendite del terzo album “Steve Rogers Band”, nel 1989, non decollano. A poco serve la partecipazione del gruppo al Festival di Sanremo: Riva e compagni si iscrivono nella sezione “Emergenti” con “Uno di noi”, ma vengono eliminati dopo la prima esibizione. Un evento che segna di fatto l’inizio della fine del progetto.
Che fine hanno fatto i suoi componenti?
L’esperienza della Steve Rogers Band termina ufficialmente nel 1991. Massimo Riva, orientato verso la carriera solista, pubblica “Matti come tutti” nel 1995, senza successo. Nello stesso anno rientra nella band di Vasco Rossi, partecipando anche allo storico concerto di Imola del 20 giugno 1998, davanti a 130.000 persone, durante la prima edizione dell’Heineken Jammin’ Festival. Nonostante il momento professionale favorevole, alla fine degli Anni ’90 Riva cade in una grave dipendenza dall’eroina e il 31 maggio 1999 viene trovato morto per overdose nel suo appartamento di Bologna. Maurizio Solieri e Claudio Golinelli continueranno a lavorare con vari artisti, tornando stabilmente nella band di Vasco alla fine degli Anni ’90. Mimmo Camporeale, invece, collaborerà con Luciano Genovesi e sarà attivo soprattutto con la Vascombriccola, tribute band dedicata a Rossi.
La storia raccontata da Vasco Rossi
Solo molti anni dopo lo scioglimento del gruppo, Vasco Rossi racconterà la sua versione dei fatti tramite un post ufficiale diffuso dal suo entourage: «Dall’’84 Vasco si è disintossicato e ha abbandonato gli eccessi dei primi anni ottanta. È diventato un professionista. La band, al contrario, insiste con un atteggiamento dilettantistico. In particolare Massimino e il Gallo continuano con “le abitudini” e i comportamenti inaffidabili che Vasco non può più permettere. Nascono spesso litigi e allontanamenti provvisori. Nel 1988 Vasco entra in studio da solo per registrare l’album “Liberi Liberi”, licenziando Guido Elmi per divergenze artistiche inconciliabili. Elmi reagisce ed escogita un piano vendicativo che fa leva sugli “ego” dei due vecchi amici. Promette a Maurizio Solieri e Massimo Riva di produrli e lanciarli a patto che non suonino più dal vivo con Vasco Rossi. Loro accettano. L’astuto piano riesce. I due, a capo della Steve Rogers Band, galvanizzati dal successo estivo del singolo “alzati la gonna” partecipano al Festival di Sanremo del 1989. Purtroppo vengono eliminati alla prima serata. Dopo il conseguente tour deludente, Massimo Riva esce dal gruppo. Intraprende una carriera solista con quattro album personali che non ottengono risultati apprezzabili. Nel ‘95 rientra nel band di Vasco Rossi. Maurizio Solieri lo aveva già fatto nel ’91». Sulle attività successive, lo staff conclude in modo netto: «La Steve Rogers Band è stata portata avanti per alcuni anni da componenti secondari. Questa è la fine della storia». Una versione che non chiude le ferite, ma che contribuisce a rendere la Steve Rogers Band una delle vicende più complesse, contraddittorie e mitizzate del rock italiano.
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