Che i Pink Floyd rendano ufficiale un bootleg è già di per sé una notizia da prima pagina. Tartassati dal mercato degli illegali fin dalla prima metà degli anni Settanta, quando si cercarono nei loro archivi registrazioni live di “Wish You Were Here” per celebrarne i 50 anni senza trovarne alcuna, la band ha deciso di guardare al mondo dei bootleg.
Uno dei titoli “illegali” più noti del 1975 era il “British Winter Tour” del 1974, con le prime versioni di “Shine On”, “Raving and Drooling” e “You’ve Got to Be Crazy”. Vendette migliaia di copie e fece discutere la stampa specializzata. Tra le registrazioni non ufficiali del 1975, spicca per qualità e pulizia del suono il nastro realizzato da Mike Millard a Los Angeles il 26 aprile, talmente perfetto da sembrare una registrazione ufficiale dal mixer. Di come Millard riuscì a catturare quel concerto alla Sports Arena abbiamo già parlato giorni fa (inserire link).
Oggi i Pink Floyd inseriscono quella registrazione tra le nuove uscite per i 50 anni di “Wish You Were Here”. (già attivo il pre-order sul sito della casa discografica, a questo link). Il concerto dura quasi due ore e mezza e include quasi tutto l’album, mancano solo “Welcome to the Machine” e “Wish You Were Here”, più versioni primordiali di brani che finiranno in “Animals”, l’intera esecuzione di “The Dark Side of the Moon” e un bis con la classica “Echoes”.
Se qualcuno mi avesse detto che si trattava di una registrazione amatoriale, non ci avrei mai creduto. Il suono catturato da Millard è straordinario e la stereofonia ricrea perfettamente la sensazione di essere lì, nonostante la fama di cattiva acustica della Sports Arena: un vero miracolo per gli appassionati.Per il restauro del nastro ci si è affidati a Steven Wilson, già apprezzato per il lavoro su “Live at Pompeii”. Wilson ha rispettato la registrazione originale, ottenendo un suono in perfetta stereofonia catturato da Millard con due microfoni esterni alla sedicesima fila, conservando l’aspetto “amatoriale” ma raggiungendo una qualità quasi professionale. L’ascolto fa rivivere l’atmosfera di quella calda serata a Los Angeles, trasportando il pubblico davanti al palco dei Pink Floyd di 50 anni fa.
Prima di raccontare quella magica serata, va ricordato che i concerti di Los Angeles non furono affatto eventi tranquilli e spensierati. A complicare l’atmosfera ci pensò il capo della polizia, Edward M. Davis, impegnato in una crociata personale contro il consumo di marijuana durante gli show ospitati dalla città. Da settimane aveva annunciato controlli serrati, e le avvisaglie non mancavano: un fan, arrestato a marzo durante un concerto di Robin Trower, aveva raccontato a Rolling Stone di aver sentito un agente minacciare: “Dovresti vedere cosa faremo alla Sports Arena”. La promessa fu mantenuta: nei cinque concerti dei Pink Floyd ci furono ben 511 arresti — 209 dentro e 302 fuori dalla Sports Arena — con multe fino a 100 dollari e due giorni di carcere. Un volantino distribuito all’ingresso del concerto dei Floyd non lasciava spazio a dubbi: la polizia di Los Angeles avrebbe arrestato chiunque fosse sorpreso a usare marijuana, droghe o alcol, in base alle leggi penali e sanitarie della California. Dal palco i musicisti osservavano impotenti la durezza dei poliziotti, che trascinavano via il pubblico con un’aggressività ingiustificata. Immagini simili furono riprodotte da Alan Parker nel film “Pink Floyd The Wall” del 1982, che nelle scene iniziali ricreava quell'atmosfera alla Sports Arena del 1975.Il concerto di Mike Millard (con la supervisione di Steven Wilson)
Waters si presenta al microfono e si rassicura che sono pronti per partire. Si sente chiaramente la sua voce che dice: “Ok. Siamo pronti?” e ripete per quattro volte “Penso che siamo pronti”. Subito dopo presenta il primo brano: “Questa è una canzone intitolata ‘Raving And Drooling I Fell On His Neck With A Scream’. È una nuova canzone, spero vi piaccia”.Raving And Drooling (12:33). Aveva esordito nel tour inglese del 1974 ed è ancora una versione legnosa rispetto alla “Sheep” del 1977, però Wright la fa da maestro e Mason fa gli straordinari percuotendo le sue pelli. Gli altri due si inseriscono con puntualità: Waters segue il tarantolato batterista e Gilmour spennella con la ritmica che è una bellezza. L'intermezzo psichedelico (min. 7:57), del tutto simile alle versioni del 1977 anche se manca il vocoder, che ancora non era stato immaginato, mentre Waters si lancia con il suo classico urlo stile “Careful”. Sul solo finale Gilmour inciampa, ma poi si riprende con classe. Il pubblico applaude con generosa benevolenza, mentre si chiude con Waters ha qualcosa da dire probabilmente a uno dei suoi tecnici.
You've Got To Be Crazy (13:49). Secondo pezzo inedito della serata per il pubblico californiano. Gilmour ha l'occasione di cantare mentre arpeggia sulla sei corde. È la versione primordiale di “Dogs”, che finirà, come la precedente, nell'album “Animals”. Rispetto alla versione 1977 ne ricalca la struttura anche se i testi sono diversi. Si nota il differente sound della chitarra, che su “Animals” risulterà decisamente più graffiante. A parte questo, la sua Fender è ben presente e dal suono molto frontale nella registrazione di Millard. Ben strutturato il finale vocale, che al cantato di Waters aggiunge il controcanto di Gilmour e Wright.
Shine On You Crazy Diamond (Pts. 1-5) (12:36). Il pubblico applaude generoso anche per la seconda canzone inedita in scaletta. Waters specifica del brano precedente: “Era una canzone cruda, ma giusta. Il prossimo brano che suoneremo è un altro pezzo nuovo. Si intitola ‘Shine On You Crazy Diamond’ e ha qualcosa a che fare con Syd Barrett, che alcuni di voi forse conosceranno e altri probabilmente no”.
Ci sono delle novità rispetto alla versione già offerta al pubblico nel 1974. Nella “Part 1”, del tutto simile a quella in studio, a Wright si unisce Waters alle tastiere, creando la base per il diteggio di Rick. L'atteso “Syd's Theme”, che introduce la “Part 2”, spezza l'atmosfera, preludio di basso e batteria che infiammano potentemente la Sports Arena. Si distende così uno dei brani più celebri dei Pink Floyd e fa riflettere che i presenti, nei primi quaranta minuti di concerto, stiano ascoltando gran parte dei due successivi album dei Pink Floyd! E tutto per un biglietto d'ingresso di soli 8.50 dollari!!!
La band sta regalando ai presenti una performance intensa e attenta, probabilmente con l'intento di superare con la musica le polemiche sollevate dall'operato della polizia locale. Il synth di Wright nella “Part 2” è profondo e vibrante, ma sarà la “Part 3” a smuovere gli animi con un solo di Gilmour intenso e lacerante come solo lui sa offrire. Waters apre la “Part 4” con la sua ode a Syd, cantata con la solita emozione. Bello l'intreccio tra la chitarra e il synth che si rivela tra le strofe del brano. Nonostante sia stato arruolato per il tour Dick Parry, sulla “Part 5” manca la sua celebre cavalcata a suon di sax baritono, che la band non ha ancora considerato nella versione in studio e che farà parte dei loro concerti a partire dal giugno 1975.
Con queste tracce di “Shine On”, “Raving” e “Gotta”, salgono a due le versioni ufficiali dal vivo pubblicate dai Pink Floyd, che avevano già rilasciato quelle registrate a Londra il 16 novembre 1974.Have a Cigar (4:36). Se il sax latita su “Shine On”, a partire dalla prima serata del tour USA del 1975 (a Vancouver l'8 aprile), i Pink Floyd hanno introdotto “Have a Cigar”, che esordisce nei loro live. Il brano che stava tormentando la band in studio, che non trovava la quadra per la giusta performance vocale, qui viene cantato insieme da Gilmour e Waters (sul disco, come si sa, si affideranno infine a Roy Harper). A mio parere, questa versione a due voci è perfetta così. Misteri floydiani... Molto bello e ispirato il solo di chitarra, al quale Waters replica con il suo basso galoppante.
Shine On You Crazy Diamond (Pts. 6-9) (13:32). Il finale di “Have a Cigar” risulta diverso rispetto alla versione in studio ed è studiato per legarsi alla “Part 6” della suite “Shine On”, un’apoteosi di sintetizzatori che offre il 'la' a Gilmour, in decollo con il suo pazzesco solo di slide. Si scatenano persino Mason e Wright, che infondono potenza alla versione.
Quando Gilmour riprende possesso della sua chitarra, c'è l'atteso passaggio alla “Part 7”, offrendo a Waters l'onore di concludere il suo canto poetico all'amico Barrett. Roger ci sta appena con la voce, tirata al massimo per mantenere le note alte, ma poco importa: la profondità di quelle parole vale la perdita di qualche corda vocale.
Si passa alla “Part 8” che, insieme alla “Part 9”, è da sempre la mia parte preferita della suite. Come accadrà più avanti per “Any Colour You Like”, quando i Pink Floyd improvvisano e hanno campo largo per suonare, sono assolutamente impareggiabili. Il loro funky è una sciccheria per palati fini.
Non è ancora stato inserito l'incrocio strumentale tra Gilmour e Wright, così la “Part 9” arriva diretta e senza preamboli, con il suo carico di emozioni sonore. Noi non lo vediamo, ma il pubblico presente esulta ma il motivo non è musicale quanto visuale: davanti allo schermo circolare – una novità per i fan americani, ma già portato sul palco nei concerti del 1974 – è comparsa una palla a specchi sulla quale vengono proiettati fasci di luce. Miliardi di riflessi inondano l'arena, esplodendo e lasciando a bocca aperta i presenti in sala. Si arriva al momento in cui Waters sostiene la melodia tessuta da Wright, offrendo il colpo di basso che introduceva il loro celebre brano “Arnold Layne”. Adesso il tastierista accenna anche a “See Emily Play”, tributando anche con queste melodie il loro “diamante pazzo”. L'emozione mi pervade la schiena e “vorrei tanto essere lì” per unirmi agli applausi del pubblico.
Un finale pomposo, dalla forte valenza emozionale, che chiude la suite ma anche il primo set dello spettacolo. Waters saluta il pubblico: “Torneremo presto per fare un altro set. E quando lo faremo, vi sarei grato se voi con le magliette gialle la smetteste di vagare davanti al palco, cazzo. Vi sbatto fuori, va bene? Quindi sedetevi da qualche parte e godetevi lo spettacolo, se potete, e lasciate stare tutti, e andrà tutto bene”!
Nervosetto eh?The Dark Side Of The Moon
Il secondo set offre al pubblico di Los Angeles la ragione dei cinque sold-out in poche ore: signore e signori, “The Dark Side of the Moon”. La performance comincia con lo schermo circolare che proietta filmati, ammirati per la prima volta dai fan americani. Sul palco salgono anche le coriste Venetta Fields e Carlena Williams. “Speak to Me” (3:17) apre lo show, seguita da “Breathe (In the Air)” (2:59), accolta da un urlo di approvazione: Gilmour modula la voce con maestria, spargendo note in tutta la sala.
Segue “On the Run” (4:32), apoteosi di sintetizzatori ed effetti, con il boato dell’aereo che si schianta sul palco – ovviamente è solo finzione. Poi “Time” (6:30), che blocca il pubblico sulle poltroncine: Waters parte col tic-tac del basso, Gilmour e Wright lo seguono, e Mason entra con tom-tom precisi. Il classico solo di chitarra esplode nell’impianto, mentre le coriste preparano il loro momento.
“Breathe Reprise” apre con Waters e le coriste, che conducono a “The Great Gig in the Sky” (6:08). Il duetto vocale è intenso e libero, molto più emozionante delle versioni 1987-1994. Il finale jazzato e il tocco di pianoforte di Wright completano la magia.
Si va avanti con la lunga “Money” (8:07): il pubblico esplode, Waters parte col celebre giro di basso, Gilmour graffia con la voce e la chitarra. Dick Parry sale sul palco, aggiungendo variazioni sul tema del disco, mentre le coriste esaltano il solo di Gilmour.
“Us and Them” (7:53) mantiene la classica atmosfera riflessiva, con il sax di Parry, organo, coriste e Mason intenti a scandire il ritmo. “Any Colour You Like” (8:31) esplora le varianti possibili della scarna partitura strumentale: Wright conduce con synth, Gilmour risponde con la chitarra, le coriste completano con i loro vocalizzi. Il duello tastiera-chitarra culmina nel giro conclusivo che conduce a “Brain Damage” (3:38) e “Eclipse” (2:40). Waters la interpreta quasi sussurrando, le coriste in modalità soul e Gilmour lo sostengono con vigore, mentre il celebre suono di campane chiude il set. Composto ma felice, il pubblico applaude, finalmente appagato.“Echoes” (22:26). La quarta serata a Los Angeles sta per concludersi e qui Steven Wilson taglia il lungo intervallo tra la fine di “Dark Side” e il ritorno dei Floyd sul palco, dove regalano un bis lungo e insperato. “Echoes” si apre con il piano di Wright e la slide di Gilmour, che potrebbero andare avanti per ore. Classica e coinvolgente, proprio come nelle sue prime esecuzioni dal vivo. Questa versione, diversa da quelle del 1971, vede la band lasciare sul palco coriste e sassofonista, che aggiungono colore e calore alla suite in un melting pot di prog, funky, soul, jazz e musica sperimentale, oltre al Pink Floyd Sound. Il sax di Parry entra dopo il cantato ed è ispirato e vibrante, anticipando la sezione funky che esplode al minuto 7:01. Qui i Pink Floyd confermano la loro maestria: Gilmour dispensa note illegali nell’aria e Wright gli risponde con il vibrante e intenso suono di Hammond. È un momento dall'incredibile tensione musicale, che sfuma intorno al minuto 10:45, quando la tempesta sonora si placa e lascia spazio alla sezione 'spaziale.' Gilmour evoca il celebre effetto “gabbiano”, mentre Waters replica con echi distorti del basso e altre diavolerie sonore che trascinano in un viaggio nelle viscere della Terra, tra magma e zolfo.
L’atmosfera sospesa prosegue fino al minuto 13:20, quando Wright riemerge lento con un organo dall’aria ecclesiastica. Inizia così la lunga cavalcata finale, tra sax, cori, chitarra, basso e Mason che aggiunge tocchi da night club, fino alla chiusura tra gli applausi e il semplice ed essenziale saluto di Gilmour: “Grazie a tutti. Buonanotte”.Bravo Wilson, eccezionale Millard
Un plauso particolare va a Steven Wilson, che ha ridotto al minimo il suo intervento sul nastro di Millard, esaltando al meglio l'atmosfera della performance dei Pink Floyd. La parte da leone, però, l’ha fatta 50 anni fa Mike Millard, autore di una registrazione ambientale straordinaria: ci si dimentica persino di ascoltare un bootleg, tanto è pulita la qualità del suono. Passare alla storia come primo “bootlegaro” scelto da quei mostri — o se preferite maestri — del suono chiamati Pink Floyd è l’onore più grande che la passione di Millard potesse desiderare. E il taper, scomparso tragicamente nel 1994, se lo è meritato sul campo.
Peccato che il tour di “Animals” del 1977 non sia passato da Los Angeles: oggi celebreremmo anche quella registrazione, grazie alla passione e alla competenza di Mike “The Mic”. Che Dio lo benedica per aver portato “illegalmente” il suo registratore quel sabato 26 aprile 1975 alla Memorial Sports Arena, una sala di cemento dall’acustica molto riverberante ma che, grazie ai fonici dei Pink Floyd, Millard riuscì a catturare con sorprendente pulizia ed equilibrio.
La Sports Arena è stata demolita nel 2016, e Waters aveva lasciato i Pink Floyd già nel 1986. Il miracolo di Millard è proprio questo: riportarci in quell’arena per rivivere uno spettacolo leggendario, con la formazione storica dei Pink Floyd, che alla storia poi ci sono passati davvero. Una serata di quasi due ore e mezza che sarebbe rimasta solo nei ricordi degli spettatori, se Mike non l’avesse salvata su nastro. Grati per sempre a te, mitico Mike “The Mic”!
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