Nel panorama del progressive rock contemporaneo, pochi nomi godono di una stima trasversale come i Big Big Train. Spesso etichettati come “prog classico”, in realtà la band britannica rappresenta oggi qualcosa di molto più raro: un gruppo capace di conciliare tradizione e novità, memoria storica e una nuova urgenza espressiva. Vederli dal vivo in Italia, in questa fase della loro carriera, significa godersi la piena maturità artistica di un progetto che continua a evolversi.
La rinascita
La storia recente dei Big Big Train è segnata da eventi profondi e drammatici: la scomparsa del cantante David Longdon nel 2021 è uno spartiacque che avrebbe potuto chiudere definitivamente il percorso della band. Invece il gruppo ha scelto di andare avanti, forte della sua visione collettiva.
L’ingresso di Alberto Bravin alla voce e di Nick D’Virgilio come frontman ritmico ha poi segnato una nuova fase, culminata nell'album The Likes of Us (2024), che non è un disco di transizione ma una dichiarazione di continuità artistica. E dal vivo, come si traduce tutto questo? Si traduce in una band compatta, energica ed estremamente comunicativa con il pubblico, smentendo chi per anni ha considerato i Big Big Train come un gruppo forte "solo" in studio; al contrario, la loro dimensione live sa rendere giustizia anche ai brani più complessi, grazie anche a un organico allargato con musicisti di altissimo livello. Anzi, molte canzoni dal vivo funzionano anche di più perché, come spesso capita, l'interazione tra i musicisti della band dà quel tocco di tensione emotiva a cui le versioni in studio non riusciranno mai ad arrivare.
Il repertorio
Il gruppo britannico dialoga apertamente con i connazionali degli anni ’70 - Genesis, Yes, Van der Graaf Generator - ma lo fa attraverso una scrittura che guarda alla dimensione umana più che al virtuosismo fine a sé stesso, con arrangiamenti ricchi ma mai ridondanti che curano il percorso narrativo senza inseguire la spettacolarità a ogni costo.
Lo dimostra anche la costruzione della scaletta: un racconto che attraversa le diverse fasi della band, dagli album più celebrati come "The Underfall Yard" ed "English Electric" fino al materiale più recente. I testi sono spesso ispirati alla storia industriale e rurale britannica, alla memoria collettiva, e trovano nel contesto live una dimensione quasi teatrale. È un prog che parla di persone e luoghi, non di mitologie astratte, e questo lo rende accessibile anche a un pubblico meno avvezzo alle stranezze progressive.
Se sono così amati e stimati dai fan del prog è proprio perché raccontano storie nuove, invece di cadere in quella trappola che tante volte imprigiona i musicisti contemporanei che si affacciano a questo genere: la nostalgia. Invece di provare a replicare l’epoca d’oro del prog, i Big Big Train parlano al presente, trattando la musica del passato come una grammatica su cui costruire una nuova lingua, e non come un feticcio.
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