Esattamente 57 anni fa, l'11 dicembre 1968, in un capannone degli studi Intertel di Stonebridge Park a Wembley, i Rolling Stones tentavano una delle operazioni più ambiziose della loro carriera: fondere rock britannico di fine anni ’60, estetica circense vittoriana e linguaggi televisivi d’avanguardia. Il risultato fu "The Rolling Stones Rock and Roll Circus", un ibrido di concerto-film-speciale TV che per decenni rimase sepolto negli archivi. Non un semplice show, ma un autoritratto collettivo della scena rock inglese nel suo anno più complesso, agitato e transitorio, con gli interpreti più illustri del momento.
Il contesto: 1968, l’anno dell’incertezza
Alla fine del 1968 i Rolling Stones arrivano da un biennio turbolento: il caso Redlands (il raid della polizia nel febbraio 1967 nella tenuta di Keith Richards a Redlands, in Inghilterra, dove furono trovate droghe come eroina, cocaina e cannabis durante una festa con Mick Jagger, Marianne Faithfull, George Harrison e altri; l'episodio portò all'arresto e al processo dei membri della band e divenne un simbolo della repressione della controcultura dell'epoca); l’uscita di Brian Jones dalla traiettoria creativa della band; le pressioni del management e la necessità di ridefinire la propria identità dopo l’ascesa dei Beatles in versione "Sgt. Pepper" e l’esplosione psichedelica.
Il circo – sia simbolicamente, sia esteticamente – era perfetto per confezionare un prodotto televisivo in grado di sintetizzare l’irriverenza del rock britannico, l’immaginario “freak” psichedelico e la svolta nella carriera degli Stones, che stavano tornando verso il blues con "Beggars Banquet". Insieme al regista Michael Lindsay-Hogg e alla troupe Intertel, concepisce un format ibrido con la scenografia circense, il pubblico disposto a 360°, riprese televisive multicamera e mood carnevalesco.
Il cast: un pantheon irripetibile
La line-up dello show è una sorta di dream team della musica britannica di quegli anni, assemblato in un momento in cui nulla sembrava impossibile. Tanto per capire il calibro degli artisti coinvolti, i convocati da coach Jagger insieme agli Stones sono gli Who, i Jethro Tull con Tony Iommi (!) provvisoriamente alla chitarra, Taj Mahal, Marianne Faithfull, Yoko Ono & John Lennon in The Dirty Mac, supergruppo con Eric Clapton, Keith Richards al basso e Mitch Mitchell (The Jimi Hendrix Experience) alla batteria.
Uno dei motivi spesso ricondotti al mancato rilascio del film fino al 1996, secondo band e addetti ai lavori, è proprio la performance devastante degli Who. Il gruppo, in uno stato di forma strepitoso, scolpisce una versione di “A Quick One (While He’s Away)” semplicemente pazzesca. Roger Daltrey è in controllo totale con il suo iconico mic swinging, Pete Townshend salta e si dimena, John Entwistle segue i compagni e poi lui, l'accentratore, la centrifuga, Keith Moon, così ispirato sui tamburi da arrivare a fine pezzo fradicio.
Gli Stones, energia a metà
Di fronte a una performance come quella degli Who, quella conclusiva degli Stones – lunga, stanca, registrata dopo ore interminabili di produzione – appare inevitabilmente più fragile. La scaletta prevede "Jumpin’ Jack Flash" (due take), "Parachute Woman", "No Expectations", "You Can’t Always Get What You Want", "Sympathy for the Devil" e "Salt of the Earth". Visivamente è uno dei set più iconici della loro carriera: Jagger truccato come un acrobata decadente e Richards in abiti vittoriani, ma Brian Jones sembra quasi in dissolvenza rispetto al resto della band.
È l’ultimo documento filmato degli Stones con Jones ancora nel gruppo, la testimonianza di un musicista che assiste a un mondo che non gli appartiene più. Il suo contributo è prezioso in "No Expectations", ma per il resto è quasi assente. Ed è uno dei motivi per cui il "Rock and Roll Circus" viene spesso interpretato come un requiem dell’era Jones.
The Dirty Mac: il supergruppo di una notte
Che idea meravigliosa e folle unire Yoko Ono, John Lennon, Eric Clapton, Keith Richards e Mitch Mitchell in un'unica band. I Dirty Mac eseguono “Yer Blues” e improvvisano una jam avant-garde (“Whole Lotta Yoko”), con la performance di Yoko Ono e del violinista d’avanguardia Ivry Gitlis.
Lennon è libero, energico, in vena di sperimentazione. È in un periodo di turbolenza creativa e relazionale all’interno dei Beatles e accetta l’invito degli Stones con l’intenzione di “fare qualcosa di completamente diverso”. Vuole suonare blues crudo, senza nessun vincolo di arrangiamento o di produzione. Clapton è appena uscito dai Cream, Richards accetta di suonare il basso, cosa che fa raramente, e Mitchell - abituato a suonare con Hendrix, in jam di questo tipo si sente a casa. La sinergia che si crea tra musicisti che non avevano mai suonato insieme prima è impressionante.
Un documento storico
Quando il film fu finalmente pubblicato nel 1996 (poi restaurato nel 2004 e 2019) venne accolto come una capsula del tempo preziosissima. Un documento generazionale, una perla musicale di incalcolabile valore, un prototipo di ciò che pochi anni dopo sarebbe diventato il grande evento rock filmato.
È stato un momento indimenticabile, un tentativo di fissare su pellicola un mondo che di lì a pochi mesi sarebbe evaporato: la Swinging London, l’utopia psichedelica, i supergruppi, la creatività senza limiti né costi, e l’idea che il rock potesse essere un teatro totale.
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