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Gemitaiz: “Bisogna spezzare l’incantesimo della musica omologata”

19.12.2025 Scritto da Claudio Cabona

“Elsewhere”, il nuovo album di Gemitaiz (qui la recensione) è intenso, ricco di suoni, di idee, di racconto sociale e personale. È un viaggio emotivo e sonoro che merita di essere approfondito, in particolare indagando gli intenti che lo hanno portato alla luce. Il rapper romano è stato mosso dal desiderio naturale di distinguersi, di prendere strade meno affollate, finendo per realizzare uno dei progetti più importanti del suo percorso. Un disco alieno e inaspettato. Una lucciola nelle tenebre.

“Elsewhere” suona come un invito a uscire dal conformismo, anche se il disco è ben piantato nell’oggi. Che significato ha per te il concetto di “altrove”?
Mi sono ritrovato a iniziare a scrivere questo disco con l’idea di fare semplicemente un nuovo album. Ho iniziato a buttare giù cose: un po’ di sample, delle reference che mi piacevano. Poi, quando sono passato alla scrittura vera e propria dei pezzi, mi sono accorto che non ero soddisfatto dell’approccio che stavo usando, perché era lo stesso che avevo adottato anche nei lavori precedenti. La dedizione, l’impegno, quelli sono sempre stati al massimo, ovviamente, però mi sono reso conto che almeno per me c’era bisogno di altro.

Sentivi di dover andare “altrove” sin da subito?
Negli ultimi anni mi sono ritrovato ad ascoltare sempre meno rap, fino quasi a non ascoltarne più. Quello italiano, in particolare, per me non esisteva più. Perché non riuscivo a trovare interesse in quello che veniva detto, nei messaggi. A un certo punto mi sono chiesto se avessi voglia di scrivere un disco che desse alle persone la stessa sensazione che provavo io ascoltando certi album, e la risposta è stata “no”. Da lì ho capito che dovevo fare un disco di rottura, sicuramente a livello musicale, ma anche a livello di testi. Sentivo il bisogno di tornare, tra virgolette, a come ero all’inizio: quando la denuncia sociale e tutto quello che vivevo interiormente erano più importanti della parte positiva della mia vita.

Che cosa ricordi di quegli inizi?
Quando ho cominciato, di positivo c’era poco, sia a livello artistico sia a livello lavorativo. La musica, in quel momento, non era nemmeno davvero un lavoro. Era però qualcosa di necessario, soprattutto dal punto di vista umano. Era una necessità non scritta: parlare, affrontare certi argomenti, mettere in mostra tutto il malessere che avevo in quel periodo. Credo che questo disco sia, in un certo senso, un ritorno a quell’attitudine. Come si dice, a volte si fa un giro completo e si ricomincia da capo. Ho anche la sensazione che, a livello musicale, sia nel panorama mondiale sia in Italia, si stia tornando proprio in quella direzione.

Per capirlo, dovevi allontanarti?
Ancora prima delle singole canzoni l’idea era chiara: questo doveva essere un disco che sì, si allontanasse completamente da tutto ciò che oggi, nel 2025, viene considerato un disco rap. Soprattutto in Italia.

È un disco denso a livello musicale. Lo avete lavorato alla “vecchia”, che non significa in “modo vecchio”, ma come si faceva in passato, ovvero tutti insieme, “da band”.
Devo ringraziare Mace per questo, perché negli ultimi anni ho sempre organizzato session con musicisti, producer, persone con cui poi chiudersi da qualche parte a lavorare ai dischi. È sempre stato così: ci si rinchiudeva in uno spazio e si costruiva il progetto. La differenza, però, è stata proprio Simone, Mace.

Mace che cosa ti ha fatto comprendere?
Negli ultimi anni io ho partecipato a tantissime session, anche per i suoi dischi e ho notato una cosa che mi ha fatto riflettere. Io, fino a quel momento, lavoravo in modo diverso: magari prendevo una villa, la dividevo in tre parti e mettevo tre coppie di producer/musicisti diverse a lavorare contemporaneamente su tre cose diverse. Non è un metodo sbagliato, e infatti a lungo mi sono trovato molto bene così. Ma quando ho visto come lavorava Simone con tutti i musicisti insieme nella stessa stanza, ho pensato: “Ok, è così che voglio fare anch’io”.

È tutto nel metodo di lavoro…
Sì, io non so suonare gli strumenti, ma sento di avere quel tipo di impronta, alla Rick Rubin: so esattamente cosa voglio ottenere. E ho anche la fortuna di riuscire a esprimermi in modo chiaro, di farmi capire dai musicisti. Questo approccio, per me, è stato davvero fondamentale. Anche i miei dischi prima erano suonati, ma era diverso come ho spiegato.

“Flowman” è un pezzo duro, ma anche divertente, contro il mercato e l’industria. Rappi: “Queste major fanno a gara a chi fa peggio”. Si salva qualche cosa oggi?
Penso a Young Thug. Ha spezzato quello che, a un certo punto, era diventato il panorama della trap americana: una roba che andava forte, sì, ma che sembrava fatta tutta nello stesso modo. E parliamo comunque di uno che è best friend con Future, che arriva da quel mondo lì, da Atlanta, insieme a gente come Gucci Mane, cioè i capostipiti di quella scena. Però lui, secondo me, ha sempre avuto una marcia in più: nel flow, nelle melodie, nell’approccio. È sempre stato uno di rottura, uno che fa quello che gli pare. A un certo punto, ha detto: “Sai che c’è? Voglio seguire un modo di fare musica completamente diverso”, e ha iniziato a sperimentare, a usare la chitarra, a uscire dai canoni. Anche XXX Tentacion, per dire, lo aveva fatto prima. Quindi, per rispondere alla domanda: il punto, per me, è nello spezzare l’incantesimo di una musica diventata pallosa.

Perché il rap si sta omologando?
È palloso, per esempio, che ci siano sempre gli stessi featuring, anche se parliamo magari di rapper fortissimi. E mi ci metto dentro anch’io in questo ragionamento nonostante negli anni abbia sempre chiamato i featuring in base a quanto stessero bene sul beat, non in base agli stream. Io faccio tutto da solo. Non parlo di strategie di mercato con nessuno, non parlo dei titoli dei dischi, non parlo di come “inventare” un disco: non c’è nessun aspetto artistico che qualcun altro possa decidere al posto mio.

Lo sottolinei perché ci sono artisti eterodiretti?
Tanti artisti, magari più giovani o di un’altra generazione, entrano subito in un meccanismo da major appena escono con una canzone. Non è per forza sbagliato, ma è un sistema che rischia di schiacciarli. Arriva qualcuno che ti dice: “Guarda che per andare in classifica dobbiamo fare così”, oppure “questo feat te ce vuole”. E magari l’artista ci crede, quella tecnica funziona davvero, fai numeri, fai risultati, che non sono sbagliati. Ma il problema è che così ti abitui a non fare più tutto da solo, a delegare le scelte creative, a quantificare tutto in base al risultato. E quando vedi che certi meccanismi portano effettivamente a qualcosa di concreto, rischi di avvelenarti l’indipendenza creativa, musicale, artistica.

Ma la colpa non è di questi giovani rapper…
Sono d’accordo. È un problema di mentalità, culturale. Una grossa parte della colpa di questa musica noiosa è legata al fatto che tutti vogliono arrivare primi. Tutti vogliono andare al massimo, fare più stream di tutti. Ma la musica non è quello. I numeri non raccontano davvero la realtà. Perché poi vedi artisti con milioni di ascoltatori su Spotify che aprono un tour e non vendono i biglietti.

Ne fai una questione anche di “tempi” che cambiano?
No, non voglio passare per quello che dice “ah no, la roba di adesso fa schifo”. Non è così. Io ascolto di tutto, ascolto tantissimi artisti che magari sono lontanissimi da quello che sto dicendo adesso, ma che spaccano. I gusti cambiano. Se oggi avessi vent’anni, se fossi un pischello fan del rap, probabilmente avrei avuto un’evoluzione diversa. Io difendo la mia scelta personale. Non voglio fare la morale a nessuno. Anzi, sono il primo a dire che c’è della magia anche nel pischello che si chiude in studio con il suo producer di fiducia per fare un disco solo loro due, isolati dal mondo. C’è magia anche lì, senza dubbio. Ma deve essere una necessità, non una strategia. È lì la questione.

Nel disco c’è il tema del “rappresentare”. Rappi “lo faccio per te che ti senti diverso e curi quei tagli profondi” oppure dici di stare dalla parte di chi “non ha mai avuto una scelta”.

L’empatia nei confronti del prossimo oggi è quasi inesistente. Io invece mi commuovo ancora facilmente di fronte a cose belle e mi arrabbio profondamente per altre. So che i miei fan percepiscono questa sensibilità. Ho bisogno che la mia posizione sia chiara, che sia compresa senza fraintendimenti. Ci sono diversi modi per farlo, e negli anni magari ho sbagliato…

Hai sbagliato nei modi di comunicare?
Tante volte mi sono lasciato andare a commenti con un fondo di giustizia, ma messi giù con troppa rabbia. Sì, forse ho sbagliato nel metodo, ma non nel posizionamento. Quello era chiaro, e di questo non mi rammarico. Forse mi dispiace un po’ il modo in cui l’ho comunicato, ma non la sostanza. Ho notato però che, così facendo, rischio di essere frainteso, di apparire dalla parte del torto, di non essere compreso come vorrei. Per questo oggi credo che la musica sia il modo migliore per far capire alle persone quello che penso davvero e cosa vorrei che cambiasse. Spero di continuare su questa strada e di lasciare perdere le “sfuriate”.

Meg, dà voce alla notte. Come è nato il vostro rapporto?
Maria ha iniziato a lavorare con Frenetik, con Asian Fake, quindi di conseguenza ci siamo avvicinati. Mi ricordo che le dissi: “perché non fai un disco?”. Lo ha fatto (“Vesuvia”, ndr). Nel tempo l’ho incontrata diverse volte, abbiamo condiviso tanti momenti musicali e non, e quindi è stato naturale pensare di organizzare un pezzo insieme. Maria ha una teatralità tutta sua, quindi le ho mandato un provino e le ho detto: “Vorrei che personificassi la notte, questo è uno storytelling su una nostra festa: voglio che tu abbracci tutto”. Quello che mi ha mandato era già perfetto. C’era anche una piccola parte recitata, che però alla fine ho deciso di non inserire perché rendeva il pezzo un po’ troppo lungo. Volevo che fosse qualcosa che, ascoltata in due minuti, ti lasciasse a bocca aperta e che ti invogliasse a riascoltarla più volte.

Nel finale, con “Apatia”, si percepisce il tema della lotta interna contro l’indifferenza. C’è della positività. Questo non è un album oscuro. Che cosa ne pensi?
Ho letto che hai definito questo album “notturno”. Me lo accollo. È un disco notturno perché percepisco la musica in questo modo. Quando immagino qualcuno che lo ascolta per la prima volta, mi piace pensare che lo faccia di notte: è un momento intimo, personale, anche se sei in compagnia. La notte è più magica del giorno: di giorno ci sono rumori, distrazioni, pensieri ovunque. La musica, secondo me, va ascoltata con tranquillità, se possibile. Non è un disco buio o pesante. Ci sono momenti di luce che danno respiro e leggerezza. Ho riflettuto a lungo sulla tracklist: ho voluto iniziare in modo più intenso, per poi dare un passaggio più “solare” e poi ritornare a pezzi più seri sul finale. Mi piace anche l’idea di sorprendere, di dare una strattonata emotiva. È un po’ come una montagna russa: momenti intensi, momenti di respiro, e alla fine rimane quella sensazione di viaggio dentro la musica.

Quel “prima o poi, splendo” che ripeti in “Apatia”?
È uno statement. È un messaggio, un segnale che arriva a chi può coglierlo. “Apatia” è pieno di dettagli, ci sono mille cose da ascoltare. È rilassante, è uno di quei pezzi che potresti sentire anche in spiaggia. Ma alla base c’è sempre lo stesso messaggio: non darsi per vinto. Provare a vedere il bicchiere mezzo pieno, anche quando non è semplice. Cercare di uscire vincitori da battaglie che sono personali, intime, e che ognuno si porta dietro a modo suo.

In “Tra le nuvole” dici “ho visto mio padre, la sua malattia”. Il tema della mancanza, del vuoto famigliare lo hai già affrontato in passato. Qui torna in modo molto esplicito e anche toccante. C’è qualche cosa che hai scoperto o metabolizzato?
Negli anni, attraverso l’analisi e varie esperienze, ho affrontato quello che dovevo affrontare. Lo shock di perdere un genitore a 13-14 anni rimane, è inevitabile che in tutti i miei dischi, qualunque sia il momento della mia vita in cui li faccio, ci sia qualcosa riguardo a mio padre. Ci penso tutti i giorni. Non è qualcosa che faccio di proposito: è semplicemente così. Determinati accordi o armonie mi riportano a lui piuttosto che ad altro. È un discorso che probabilmente porterò avanti per sempre. Non a caso quello che citi è un pezzo con Florian (Tre Beats, nome d'arte di Florian Sehr Gola, ndr), uno dei pochissimi miei amici che mio padre ha conosciuto.

Il tour?
Con me ci saranno i musicisti che hanno lavorato al disco. Lo risuoneremo nel vero senso della parola. Saremo in tanti.


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