“Sai che sarebbe divertente chiedere a un po’ di amici se vogliono aggiungere le loro voci alla tua?”, mi ha suggerito il mio producer. Così ho fatto un giro di telefonate e ho radunato un cast da Live Aid. Il Live Aid del rap”. Frankie Hi-Nrg MC racconta così “Voce e batteria”, il primo album in studio da 12 anni a questa parte: contiene brani rivisitati in chiave essenziale con il batterista Donato Stolfi: voce, ritmo, appunto, con la presenza di (super)ospiti: Jovanotti, Elisa, Emma, Tiziano Ferro.
Frankie è uno dei padri del rap italiano, quando il rap non era il fenomeno mainstream che è oggi, e questo album riconferma la sua visione e l’attualità delle sue barre. Merito suo e (de)merito della società: “Mi sembrava rappresentassero bene temi ancora attuali: lo strapotere di un sistema che cambia faccia ma resta uguale, e le storie di persone che lavorano, si sacrificano, e poi vengono schiacciate o dimenticate”, spiega.
Il progetto è nato da alcune date in questo formato, che ora diventeranno un tour più strutturato, in partenza da Bologna il 30 maggio, e che andrà avanti fino alla fine dell’estate. Si parte da qui, dall’origine del progetto, ma come sempre con Frankie si finisce a considerazioni più larghe e profonde sullo stato della musica e del mondo che ci circonda.L’idea alla base del progetto è quella di riportare le tue canzoni all’essenzialità di voce e ritmo, cioè da dove nasce la cultura hip hop.
Sì, esatto. All’inizio, quando l’hip hop non era ancora una cultura così conosciuta, il rap veniva descritto come una sorta di parlato cantando su una base molto ritmata. I primi dischi dei Run-D.M.C., di artisti come Spoonie G, erano fondamentalmente una batteria elettronica e qualcuno che rappava sopra. Eventualmente c’era un DJ che scratchava. Ritornare a quell’atmosfera nuda, essenziale, cruda ma sufficiente dell’hip hop delle origini è stato molto stimolante.Un’idea non accolta bene da chi era legato a modi più tradizionali di fare musica. “Tutto il resto è tutta brutta musica fatta solamente con la batteria”, cantava il grande Enzo Jannacci ne “La fotografia” nel 1991.
Io ricordo di Jannacci che apprezzava la mia musica, e questa è la cosa più importante. Sentirsi dire “mi piace come scrivi” da lui è stata una grande fortuna.
Per il resto, ogni progresso che sembra semplificare il modo di fare musica viene visto da chi era abituato alla complessità precedente come un peggioramento. È successo con i sequencer: “adesso non serve più saper suonare il pianoforte”. In realtà non è più indispensabile, ma se lo sai suonare hai vantaggi enormi. È un discorso che vale fino ad arrivare all’intelligenza artificiale oggi: ogni progresso viene visto da chi è abituato a fare diversamente come un barare.La copertina è fatta con l'intelligenza artificiale: la batteria che ricostruisce la tua faccia.
Sì, l’ho fatta io. Mi cimento con le intelligenze artificiali generative da qualche anno. A differenza di quello che pensano molti, non è una cosa fatta in dieci minuti. È frutto di un’idea: l’ho pensata così e poi ho ottenuto un risultato su cui sono dovuto intervenire. Bisogna considerare questi strumenti come un semilavorato: abbreviano molti passaggi, ma non tutti.I discorsi sui rischi dell’intelligenza artificiale per la musica sono la riproposizione di quelli che si fanno all’arrivo di ogni tecnologia?
C’è un po’ di superficialità. Oggi è tutto molto più evoluto e con più implicazioni: puoi fare un provino scrivendo un testo, canticchiando un motivo e ottenere un arrangiamento in qualsiasi stile. Qualche posto di lavoro lo toglierà, come le drum machine hanno tolto lavoro ai batteristi. Però hanno anche permesso a molti musicisti di suonare senza batterista.
Ha modificato l’universo dei musicisti: ne ha marginalizzati alcuni, ma ne ha inclusi tanti altri.Tornando all’album, perché rivisitare canzoni storiche in questa forma?
Da quasi trent’anni amici e fan mi dicono: “Questa canzone è ancora attuale, sembra scritta oggi”. A un certo punto ho riletto i miei testi, perché quando li canti entri in una sorta di automatismo. Rileggendoli mi sono accorto che sì, sono attuali, ma non per merito mio: è perché la società a cui mi riferivo non ha fatto grandi progressi.
Ho capito quanto fosse importante mantenere la centralità del testo. Ho quindi costruito uno scheletro fatto di batteria e degli interventi di DJ Stile. È tutto suonato a mano: niente sequenze, niente loop. Solo batteria, dischi e voci.Come mai manca “Quelli che benpensano”, forse il tuo brano più famoso?
È una canzone che esiste già in modo molto forte nell’immaginario collettivo. Rielaborarla avrebbe rubato attenzione alle altre. In questo disco ci sono brani come “Faccio la mia cosa”, “Fight the fight”, “Pedala”, ma anche altri meno conosciuti come “Generazione di mostri” o “Elefante”, che per me hanno grande valore e origini diverse. Mi sembrava rappresentassero bene temi ancora attuali: lo strapotere di un sistema che cambia faccia ma resta uguale, e le storie di persone che lavorano, si sacrificano, e poi vengono schiacciate o dimenticate.Jovanotti e Fabri Fibra hanno aggiunto del loro ai brani.
Mi hanno regalato due strofe bellissime. Per “Pedala” era quasi naturale pensare a Lorenzo e alla sua passione per la bici. È stata la prima telefonata. Per “Autodafé”, Fibra è perfetto: ha fatto della battaglia, anche interiore, una cifra stilistica. Quando ho sentito la sua strofa sono rimasto folgorato: è Fibra in purezza, e si incastra perfettamente.Tiziano Ferro, invece, compare in “Faccio la mia cosa”. Da quando vi conoscete?
Mi segue da prima ancora di quando faceva il corista con i Sottotono, aveva una foto assieme a me appesa in cameretta. Quando gli ho proposto di partecipare mi ha scritto: “Ma cosa ho fatto per meritarmi una cosa così bella?”. E io pensavo: ma sei una star internazionale…È ancora possibile fare davvero “la tua cosa”, nel panorma musicale odierno?
Per me sì. Riesco ad astrarmi e concentrarmi abbastanza facilmente. “Faccio la mia cosa” è una delle prime canzoni che ho scritto, la terza o la quarta. Nasceva come reazione a certe critiche: “Questo qui da dove arriva, cosa c’entra con il rap?”. Era un modo per dire: lasciatemi fare quello che voglio, senza interferenze.Però forse per chi inizia oggi, o è a una prima fase della carriera, è più difficile, con la pressione e la performatività richiesta ben oltre la musica, a partire dai social media.
Sì, è più difficile. Devi arrivare già con un seguito, e poi vieni spremuto velocemente. È come l’allevamento intensivo: produci di più in meno tempo, ma a scapito della qualità e della durata. E rischi di essere sostituito in fretta da una giovenca più giovane e produttiva. A loro viene richiesto molto di più, noi avevamo più tempo per crescere.Della nuova generazione c’è qualcuno che avresti voluto nell’album?
Sì, Kid Yugi. Non ha potuto partecipare perché aveva un disco in uscita. È stato molto onesto e professionale. Mi piace perché fa rap e inserisce temi sociali e politici, cosa non così comune oggi.Oggi tornare a rivisitare il repertorio, a reinciderlo, è prassi comune, sia per una dimensione nostalgica sia perché funziona meglio in termini di attenzione di industria e pubblico.
Sì, ma l’ho sempre fatto. Nel 2005 uscì “Rap©ital”, che era la versione su disco di uno spettacolo in cui avevo completamente rivisitato i miei brani, ma in modo opposto rispetto a questo progetto: molto ricco, pieno di citazioni e musicisti. Mi piace dare vestiti diversi alle mie canzoni. Le canzoni sono i miei figli: ho scelto di non averne di biologici, ma di averne parecchie autorali a cui sono legato, e ogni tanto per carnevale mi piace fare dei travestimenti.Questo è anche un tour più facile da portare in giro. Voce, batteria, tu e Donato Stolfi.
Sì, è leggero ed è scalabile: dalla piccola venue allo stadio, possiamo adattarci e riempire lo spazio.Parli di leggerezza: una volta dire che la musica era “leggera” significava svalutarla. Oggi forse manca un po’ di leggerezza? C’è troppa musica e un approccio “pesante”?
Sì, c’è troppa gente che si prende sul serio. E di solito quelli che si prendono più sul serio sono quelli che hanno meno serietà.Hai pubblicato poco negli ultimi anni. L’ultimo singolo, “Nuvole”, è di quasi sei anni fa. L’ultimo album di inediti addirittura del 2014. Ci sono nuovi progetti?
Guarda, ho imparato a non annunciare nulla. Quando ci inciampo, vuol dire che è il momento giusto.
Disclaimer:
Questo articolo è stato realizzato e pubblicato da Rockol.it ed i suoi contenuti sono integralmente forniti da Rockol, che ne assume ogni responsabilità editoriale. Il presente sito si limita a ospitare il contenuto in modalità non indicizzata e non è in alcun modo coinvolto nella produzione, redazione o approvazione dei materiali pubblicati.
Rock Online Italia (Rockol) è una testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Milano: Aut. n° 33 del 22 gennaio 1996.
Immagini e diritti
Rockol:
- utilizza esclusivamente immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali ("for press use") da case discografiche, management artistici e uffici stampa /P.R;
- impiega le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, e solo a corredo dei propri contenuti informativi;
- accetta unicamente fotografie non esclusive, destinate alla pubblicazione su testate giornalistiche, e comunque libere da vincoli di utilizzo;
- pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse da fotografi dei quali viene indicato il copyright
Crediti fotografici per l'immagine usata nell'articolo: Damiano Andreotti
Segnalazioni
Eventuali segnalazioni relative a immagini non conformi a quanto sopra descritto possono essere inviate a webmaster@rockol.it
Provvederemo a effettuare una rapida valutazione e, ove necessario, alla tempestiva rimozione del materiale.Per consultare l'articolo nella sua versione originale, visita questo link