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"Il cuore degli Iron Maiden è sul palco, siamo old school"

06.05.2026 Scritto da Elisa Giudici

Quando la webcam entra in funzione, di Bruce Dickinson vedo appena il taglio degli occhi. Lo schermo è stato inclinato in modo che solo la parte superiore del viso appaia in videochiamata e il frontman degli Iron Maiden ha un berretto nero calato fin quasi sugli occhi. Ogni aspetto della leggendaria band metal è a sua volta entrato nel mito, a partire dalla ritrosia con cui i membri si prestano allo sguardo dei media. Non è una sorpresa, insomma, che Dickinson sia presente ma non pienamente visibile, anche un po’ guardingo nelle risposte.
Ci vuole un po’ anche a trovare il ritmo, a uscire da un loop di risposte secche, quasi brusche, a domande riguardanti il documentario “Iron Maiden: Burning Ambition”, in sala dal 14 maggio, che tenta di gettare uno sguardo intimo, personale, sulla band. Lo farò però a partire dai fan della band, dalla loro fedeltà viscerale verso un gruppo davvero generoso in termini di estensione geografica e cronologica dei propri tour.

Decido di ripartire proprio da lì, dal rapporto con i fan, per ripercorrere quei primi anni di carriera alla luce della consapevolezza di oggi. Dickinson diventa subito più loquace parlando della seconda parte del tour mondiale il Run For Your Lives World Tour 2026, dimostrando quell’ambizione bruciante citata nel titolo del doc.
Poco prima, quando gli ho chiesto perché scegliere proprio il titolo di quell’album del 1980, mi aspettavo mi dicesse che era il primo in cui aveva dato un contributo diretto. Vedendo il documentario però si ha come l’impressione che sia il comune denominatore che accomuna ogni membro della band: quelli che ancora suonano, quelli che non ci sono più.
Dickinson taglia corto: non ricorda se siano stati i membri della band o il regista Malcolm Venville a proporlo. Nel corso della nostra intervista però non si sottrae al ricordo del passato, alla valutazione di chi siano gli Iron Maiden oggi, a livello musicale e umano.

È impressionante il modo in cui riesca a guardare al passato senza nostalgia e al futuro - a quel concerto a San Siro del prossimo 17 giugno che renderà gli Iron Maiden la prima band metal a conquistare lo storico palco italiano - senza che il peso di tanto tempo trascorso sul palco diventi altro se non energia per continuare a esibirsi.

Parliamo dei fan, dato che il documentario parte dalle loro voci, mescolando persone famose come Jack Black ad appassionati sconosciuti. La vostra è una fanbase estremamente fedele, dove il fan medio segue la band per più date nel singolo tour. Come si vive questa fedeltà stando sul palco in un’epoca in cui i social e internet permettono un contatto diverso e continuo tra pubblico e artisti? 
Hai ragione, oggi ci sono molti più modi per interagire con i fan e anche per essere creativi, grazie ai diversi media disponibili. Il cuore degli Iron Maiden però è sempre stato old school: sul palco, faccia a faccia. E questo non cambierà mai. Se è uno show degli Iron Maiden, quel che conta è la musica suonata dal vivo. Il fatto di essere su un palco enorme con un megaschermo alle spalle non cambia nulla per noi: lo trattiamo come se fosse un grande club. Sono sicuro che Steve ti direbbe lo stesso. Anche quando suoniamo davanti a ottantamila persone, abbiamo la stessa attitudine che se fossimo in un piccolo locale come il Cart and Horses a Stratford, la “culla” della nostra band.

Quelle prime esibizioni nei piccoli locali della East London vengono mostrate anche nel doc. Che effetto ti ha fatto, rivedervi suonare in quel contesto? 
Ho pensato che eravamo piuttosto divertenti da giovani. Mi piace molto quella enorme sicurezza in noi stessi che viene fuori dai filmati, da come suoniamo. Anche quello che diciamo: anche quando diciamo qualche sciocchezza, è evidente che ci crediamo davvero. È quello che fai quando sei giovane, ed è bello così.

Una cosa che mi ha colpito del film è l’onestà brutale nel raccontare gli alti e bassi della band. È stato difficile o confortante rivedere quei momenti? 
No. Quando abbiamo saputo che ci sarebbe stato un documentario, la prima cosa è stata non voler essere coinvolti a livello editoriale. Bisogna avere un approccio distaccato: vuoi che qualcuno guardi la storia dall’esterno e la racconti. Non siamo un branco di barboncini. È un racconto con tutti i difetti, ma va bene così: non cambierei nulla.

Quindi avete dato totale libertà al regista, Malcolm Venville? 
Sì. La prima volta che ho visto il film era praticamente finito, ma non andava bene. Sarò sincero: il problema non era il contenuto, ma il montaggio, soprattutto nel primo terzo. E non era colpa di Malcolm, ma della casa discografica. Ho fatto alcune osservazioni, che guarda caso coincidevano con quelle di Steve e del direttore artistico Ben Smallwood. Questo ha permesso di intervenire e migliorare la narrazione, senza tagliare contenuti ma rendendola più coerente. Ad esempio, nella prima versione il nostro batterista Clive Burr praticamente non c’era e ho detto che bisognava inserirlo di più. Per chi non è un fan profondo forse non è evidente, ma il legame con i membri di un tempo come Paul e Clive è ancora molto forte, anche se non sono più nella band e purtroppo sono scomparsi.

All’inizio della tua carriera nei Maiden hai parlato di un percorso sulle montagne russe. È ancora così oggi? 
No, non direi. Certo, quando parte un tour è un po’ come salire su una giostra, perché siamo ancora molto fisici sul palco e ci prepariamo a mesi di fatica e dolore. Ma speri sempre che la ricompensa sia l’energia del pubblico e l’atmosfera che si crea. E sì, credo che il pubblico lo ami davvero.

Nel documentario vi vediamo partire da piccoli pub e arrivare agli stadi. Quest’estate suonerete a San Siro, la prima band heavy metal a farlo: cosa significa per voi raggiungere un traguardo del genere? 
San Siro è interessante. Non sono un grande appassionato di calcio, ma capisco cosa rappresenti per i fan italiani, è quasi una Mecca sia sportiva, sia musicale. E anche per mia moglie, che è per metà italiana (ride). Quando ha saputo che avremmo suonato lì era entusiasta. Musicalmente è ovviamente un traguardo enorme, come lo è stato suonare negli stadi di Madrid o Barcellona. Sono luoghi progettati per reazioni del pubblico incredibili, quindi sarà molto emozionante. Gli italiani, poi, sanno cantare e si faranno sentire, ne sono certo.

Ripensando all’inizio, ricordi il momento in cui hai capito che la band sarebbe diventata enorme? 
La prima volta che l’ho capito è stato quando ero nei Samson e ho visto gli Iron Maiden dal vivo. Noi eravamo headliner e loro gli special guest della serata. Li ho guardati e ho pensato: diventeranno dei fenomeni giganteschi. E subito dopo ho pensato: devo cantare per loro. Quando poi sono entrato nella band, è arrivato ”The Number of the Beast”. Il mio primo concerto con loro tra l’altro è stato a Bologna, in Italia. Avevamo scelto l’Italia perché pensavamo che nessuno avrebbe recensito lo show: se fosse andata male, mi avrebbero mandato via senza problemi. (ride)


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