L’annuncio del mini tour italiano dei BEAT ha generato un entusiasmo notevole, che potrebbe sembrare esagerato per una band che ha appena uno o due anni di vita, ma non per chi frequenta il mondo progressive. Quella del prog è una nicchia da non sottovalutare, perché chi lo ama spesso ne riflette la tendenza cervellotica: è studiando e ammirando la complessità dei brani che si finisce per diventare matti dell’universo progressivo. Va da sé che se quattro fenomeni totali come Adrian Belew, Tony Levin, Steve Vai e Danny Carey si mettono a suonare insieme brani di quegli altri fenomeni totali dei King Crimson, il terremoto emotivo nella nicchia prog è assicurato.
I Crimson senza Fripp: ha senso?
La prima (e forse unica) critica mossa ai BEAT è: si possono suonare i King Crimson senza Robert Fripp? Osservazione legittima: Fripp è l’anima dei Crimson, ma la sua assenza sul palco è normale in un progetto che non vuole essere né reunion né semplice tributo. Oltretutto, il quartetto ha ricevuto la benedizione di Fripp, che ne ha sostenuto lo sviluppo e, secondo alcuni, avrebbe perfino suggerito il nome “BEAT”.
Non è e non può essere un semplice tributo, perché se quattro musicisti di quel livello – con dei timbri e marchi personali così forti e distintivi – rileggono delle canzoni, queste avranno necessariamente qualcosa di diverso. Che non significa stravolgere: Belew e Levin sono parte della storia dei Crimson, conoscono il materiale che hanno tra le mani come le loro tasche e non c’è pericolo che possa mancare la fedeltà ai brani originali. Ma per capire meglio quale apporto possono dare questi musicisti a una band storica che di per sé non avrebbe bisogno di rimaneggiamenti, basterebbe pensare ai loro curricula.
Un supergruppo con i controfiocchi
Adrian Belew è stato scoperto da Frank Zappa, che lo ha subito voluto con sé e con cui Belew è rimasto finché non è entrato nella band di David Bowie. E forse potremmo anche fermarci qui. Figura centrale dei King Crimson negli Ottanta, Belew è noto per il suo approccio sperimentale alla chitarra e al canto. Ha collaborato, tra gli altri, anche con i Talking Heads, i Porcupine Tree e i Nine Inch Nails.
Tony Levin è a mani basse una delle figure più influenti al mondo quando si tratta di basso elettrico e derivati, come il suo Chapman Stick. A chi si è rivolto David Gilmour per rimpiazzare Roger Waters nei Pink Floyd? A lui? Chi era nei King Crimson già negli anni Ottanta? Lui. Chi è membro storico della band di Peter Gabriel? Lui. Come sessionman ha partecipato a centinaia di album di artisti di ogni genere e, con una carriera che abbraccia oltre cinque decenni, Levin ha diffuso tecniche e idee che hanno ampliato il vocabolario ritmico e armonico del basso moderno.
Virtuoso di fama internazionale, Steve Vai è considerato uno dei chitarristi più innovativi e tecnicamente dotati della sua generazione. Dopo gli esordi come trascrittore e poi membro della band di Frank Zappa nei primi anni ’80, ha sviluppato una carriera solista di enorme successo. Premiato e nominato più volte ai Grammy, Vai ha suonato con Alcatrazz, David Lee Roth e Whitesnake.
Danny Carey non è un batterista: è il batterista. È noto soprattutto per il suo lavoro con i Tool, con cui ha ridefinito i confini del metal e del prog grazie ai suoi ritmi complessi, poliritmie e strutture matematiche. La sua tecnica combina precisione, groove potente e un approccio quasi orchestrale alle percussioni. Motivo per cui, nella lista dei migliori batteristi prog di sempre secondo Rockol, occupa il secondo posto.
Perché gli anni Ottanta?
Al centro del progetto BEAT c’è la fase “seconda” dei King Crimson, cioè il materiale degli anni ’80, in particolare i tre album “Discipline”, “Beat” e “Three of a Perfect Pair” – salvo aggiunte occasionali tratte da altre epoche quando il set lo richiede. Per esempio, alcuni dei pezzi eseguiti nelle ultime date sono “Neurotica”, “Neal And Jack And Me”, “Heartbeat”, “Waiting Man”, “The Sheltering Sky”, “Larks’ Tongues (Part III)”.
Perché questa scelta? Anzitutto, perché è l’epoca vissuta direttamente da Belew e Levin, quindi vanno a riprendere una musica che hanno contribuito a creare in prima persona. In secondo luogo, c’è una ragione di natura tematica: i tre album degli anni ’80 formano un corpus coerente, quasi un’unica opera in tre movimenti: stesso nucleo di musicisti, stesso linguaggio ritmico e armonico. Ed è un linguaggio che, rispetto agli anni precedenti dei Crimson, è un po’ meno legato alla personalità compositiva e timbrica di Fripp; questo permette ai BEAT di riproporre quei brani senza dover simulare la presenza di Fripp, ma sostituendo il suo ruolo con un dialogo nuovo (Belew–Vai).
Robert Fripp ha sempre concepito i King Crimson come un’idea più che una band fissa. Riprendere la trilogia anni ’80 in una nuova forma, con musicisti diversi, è perfettamente coerente con questa filosofia: la musica non come reliquia, ma come organismo vivo.
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