“Da giovane pensi che il tempo proceda in avanti. A 80 anni sai che non è così: il tempo resta fermo. Siamo noi a muoverci”, ha scritto nei giorni scorsi Bob Dylan, in un editoriale del New York Times, pubblicato - assieme a quello di altri personaggi pubblici - nei giorni in cui il presidente Trump passa la soglia.
Dylan di anni ne ha 85, e fa una certa impressione pensare che questo album ne fa 60. Fa ancora più impressione pensare che tra il ’65 e il ’66 Dylan, a 25 anni, ha avuto forse la “streak” che ha cambiato il corso della musica e non solo. Una striscia positiva, una trance agonistica - per usare il gergo sportivo - che l’ha portato in 18 mesi a incidere e pubblicare “Bringing It All Back Home”, “Highway 61 Revisited” e “Blonde on Blonde”, uscito il 20 giugno 1966. Un momento in cui il tempo della musica si è fermato, mentre Dylan continuava a muoversi, prima di essere fermato dall’incidente in motocicletta che deviò la sua carriera, nel luglio ’66, e con cui si conclude pure “A Complete Unknown”, il biopic.
La trilogia che cambiò la musica
Bob Dylan ha inciso una sfilza di capolavori anche nelle fasi più recenti della carriera: “Rough and Rowdy Ways” qualche anno fa, ma anche “Love and Theft” a inizio millennio, “Time Out of Mind” negli anni ’90, “Oh Mercy” negli anni ’80. Non parliamo degli anni ’70 (“Blood on the Tracks”) e non parliamo ovviamente di tutte le svolte, le deviazioni, gli album discutibili in mezzo. Ma questa trilogia ha segnato una rivoluzione musicale vera e propria, il passaggio dal folk al rock, dalle chitarre acustiche alle elettriche, la rottura di ogni schema precostruito. Dylan continuava a muoversi, era sempre un passo avanti, mentre veniva accusato di essere un Giuda che aveva tradito l’autenticità della canzone di protesta. “I don’t believe you, you’re a liar. Play it fucking loud”, come disse in quel famoso concerto di Manchester quando gli urlarono dalla platea.
Questa trilogia comprende alcuni dei classici più classici di sempre del repertorio dylaniano, da “Mr. Tambourine Man” a “Like a Rolling Stone” per arrivare a “Just Like a Woman”, tanto per pescare un brano per ognuno dei tre album. E non ce ne vogliate se abbiamo citato questi e non altri, perché sappiamo che si tratta di una scelta arbitraria.
Perché “Blonde on Blonde” è il classico dei classici
Ci sono alcune ragioni che depongono a favore di “Blonde on Blonde” come “classico dei classici” nella discografia di Dylan. La prima è, appunto, la sua posizione di climax di questo periodo assurdo per un musicista comune mortale. La seconda è dettata da motivi storici: è uno dei primi album doppi della storia del rock; una canzone, “Sad Eyed Lady of the Lowlands”, sul vinile occupa da sola una facciata intera.
La terza è legata alla prima, ma è strettamente musicale: questo album è un fiume inarrestabile di suoni, parole, suggestioni rielaborate in modo assolutamente rivoluzionario. Dylan, in queste 14 canzoni, ha riscritto la storia del rock, fondendo folk, blues, country e rock in un linguaggio nuovo e personale. Registrato tra New York e Nashville, con l’aiuto degli Hawks di Robbie Robertson, la sua band dal vico che in seguito sarebbero diventati semplice The Band, Il disco costruisce un suono ricco, mobile e sfuggente, destinato a rimanere immortale, come La Band per eccellenza, appunto.
La quarta ragione sono le canzoni, cantate nel modo più dylaniano possibile: una voce strascicata e un’interpretazione assolutamente unica e personale. Le canzoni, dicevamo: dalla citata “Just Like a Woman”, a “I Want You”, da “Visions of Johanna” a “Stuck Inside of Mobile with the Memphis Blues Again”, non c’è quasi nulla di sbagliato in questo disco.Manchester, l’incidente e la leggenda
Attorno alla pubblicazione di “Blonde on Blonde” avvennero alcuni dei momenti più noti e leggendari della biografia dylaniana: il tour in Gran Bretagna che diede origine alla famosa contestazione della “svolta elettrica”, con il concerto alla Free Trade Hall di Manchester, dove venne accusato di essere Giuda, il 17 maggio, un mese prima dell’uscita del disco - anche se per lungo tempo si è pensato che il tutto fosse avvenuto alla Royal Albert Hall, per via di un bootleg. Il grave incidente in moto del luglio del ’66, la decisione di ritirarsi per qualche tempo dalla vita pubblica, l’incisione delle “Basement Tapes” (che videro la luce pubblica solo negli anni ’70 e che Dylan sta riscoprendo nell’ultimo tour) e il ritorno con “John Wesley Harding” a fine 1967, disco più radicato nel country che nel rock.
Un album fuori dal tempo
Su questi eventi sono stati versati fiumi di inchiostro da dylanologi ben più autorevoli del sottoscritto. Al di là di ogni giudizio critico e storico, però, la bellezza di questo album rimane intatte a decenni di distanza: riascoltarlo nella sua forma originale, in un doppio vinile con quella foto sfocata in copertina, è una gioia musicale senza pari.
Forse aveva ragione Dylan: il tempo non va da nessuna parte. Sessant’anni dopo, queste canzoni sono ancora lì. Il tempo si è fermato, Dylan ha continuato a muoversi.
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