L’avvistamento delle celebrità a bordo campo nelle partite NBA è un rito che ha raggiunto il picco nelle recenti finali al Madison Square Garden. Hanno vinto il premio di MVP le Haim e Taylor Swift, con una maglietta “Stevie Knicks”, crasi tra la squadra di New York e l’icona dei Fleetwood Mac.Qualche settimana prima, sugli stessi spalti, era comparso un gruppo molto meno noto al grande pubblico ma ormai impossibile da ignorare nel circuito rock americano: i Goose. Seduti a bordo campo con felpe gialle che componevano la parola “FACE”, hanno dato il via a una campagna promozionale fatta di graffiti, siti web criptici e indizi disseminati online. Una strategia insolita nel mondo delle jam band, culminata nella pubblicazione di “Big Modern!”. La parola misteriosa è stata subito riconosciuta dai fan: compare nella title track, che la band suona dal vivo da tempo.
I Goose da un lato appartengono a una tradizione profondamente americana, quella che passa dai Grateful Dead ai Phish e vive di concerti-fiume, comunità di fan e improvvisazione, di canzoni che vengono suonate anche per anni prima di essere incise. Dall’altro ragionano come una band cresciuta nell’era della comunicazione permanente: concerti in streaming, cover improbabili, social media e una decisa presenza digotale. Una parte della comunità jam-rock non ha digerito bene questa dimensione, che è più quella di una band indie che di fricchettoni.
“Big Modern!” peraltro ne fa il tema principale, anche a partire da quella campagna. Il disco ruota attorno ai temi del sovraccarico informativo e dell’iperconnessione. La stessa parola comparsa sulle felpe e sulla copertina diventa il simbolo di un album che prova a raccontare la sensazione di vivere immersi in un flusso continuo di notifiche, immagini e contenuti. Un tema contemporaneo affrontato senza abbandonare il linguaggio della jam band, ma nemmeno rimanendo intrappolati in stereotipi ormai un po’ datati.
La questione riguarda anche la forma musicale: come trasformare in un disco una band la cui reputazione si fonda soprattutto su ciò che accade dal vivo, con jam che rendono le canzoni sempre diverse? La risposta arriva attraverso una struttura particolare: otto canzoni vere e proprie intervallate da brevi frammenti strumentali indicati tra parentesi. Più che semplici intermezzi, sono raccordi che costruiscono un flusso continuo e cercano di trasferire su disco parte della logica delle improvvisazioni dal vivo.
La suite conclusiva costruita attorno a “Good Times // End Times” rappresenta il vertice dell’album: parte con un piglio quasi springsteeniano e si scioglie progressivamente in una lunga coda strumentale che trova il suo approdo nella quieta “((nocturne))”. La band riesce a conciliare scrittura e improvvisazione, immediatezza e ambizione; in alcuni passaggi sembra davvero di ascoltare più i Radiohead di “Paranoid Android” che i nipoti dei Grateful Dead.
Musicalmente “Big Modern!” occupa uno spazio che pochi gruppi contemporanei provano ad abitare. I Goose continuano a muoversi in un territorio intermedio tra i Phish e i Radiohead, appunto, ma in questo disco passano con naturalezza dai sintetizzatori anni Ottanta a richiami latini che evocano Santana ("Torero"/"(Faena)", fino a un certo gusto per il rock americano classico.
Il risultato è probabilmente il lavoro più compiuto dei Goose. Le jam restano centrali, ma vengono incastonate dentro canzoni con melodie memorabili e ritornelli, sintetizzando le due anime della band: quella degli improvvisatori e quella degli autori. Per una band spesso valutata soprattutto per quello che accade sul palco, “Big Modern!” è la dimostrazione più convincente che i Goose hanno trovato una forma efficace anche in studio. Non soltanto il loro album più accessibile, ma forse anche il migliore.
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