Nel panorama del punk americano, i Bad Brains occupano una posizione speciale perché anomali e impossibili da recintare. Il celebre artista Obey ha dedicato loro un murale a New York, proprio a sottolineare quanto ancora oggi siano considerati seminali per il loro approccio libero alla musica. Nati a Washington D.C. alla fine degli anni ’70, inizialmente come gruppo di jazz fusion chiamato Mind Power, hanno abbracciato poi il punk con una furia che li ha resi immediatamente riconoscibili. Il nome deriva da “Bad Brain”, brano dei Ramones.
Ciò che li ha distinti nel tempo è stata la loro identità multipla: tutti i membri originali erano afroamericani e seguaci della filosofia Rastafari, un tratto raro nella scena punk dell’epoca. La loro musica è diventata così un ponte tra l’energia dell’hardcore punk e i colori ritmici e caldi del reggae, creando una fusione che pochi avevano osato sperimentare. La particolarità dei Bad Brains è stata proprio nella capacità di alternare brani punk esplosivi a momenti di reggae e dub, senza soluzione di continuità. Non si trattava di diventare una band reggae, ma di contaminare il punk con elementi ritmici e melodici tipici di quell’universo. Un crossover che si manifestava anche a livello visivo: immaginate una band che pesta duro, che cavalca il suono grezzo e sporco del punk, composta da musicisti neri e rasta.Il primo album omonimo del 1982 è considerato il cuore del loro universo hardcore punk, fatto tutto di velocità ed energia, con le prime piccole contaminazioni con ritmi in levare. Per chi vuole tuffarsi dentro la loro storia, il consiglio è di recuperare in particolare il terzo album, “I Against I” del 1986, considerato il loro lavoro più completo e maturo. Qui l’approccio sonoro si amplia con influenze funk, soul e metal, pur mantenendo l’anima punk/reggae, il tutto mostrando una maggiore complessità musicale. Si tratta di una tappa importante per comprendere la band nella sua interezza. I Bad Brains furono tra i primi a portare un gruppo formato da musicisti neri all’interno di una scena a predominanza bianca, e la loro presenza ha avuto un impatto duraturo, non privo di polemiche. I testi spesso erano violenti e corrosivi, sono stati più volte accusati di omofobia. Si difendevano dicendo che i loro non erano attacchi diretti alla comunità gay, ma frasi sferzanti volte a “un risveglio della stessa comunità”. Su quella fragile ambiguità, soprattutto all’inizio, hanno giocato per poi, in età più adulta, chiedere scusa e fare marcia indietro per alcuni atteggiamenti provocatori.
Trasferitisi a New York nei primi anni ’80, suonarono spesso sul palco del leggendario CBGB, epicentro della scena punk e new wave. Beastie Boys, Metallica, Red Hot Chili Peppers, Nirvana, hanno citato più volte questa formazione, il cui ultimo album è uscito nel 2012, come fonte di ispirazione. Kurt Cobain ha indicato “Rock for Light”, il loro secondo lavoro, tra i suoi dischi preferiti. A testimonianza della loro eredità culturale, Shepard Fairey, alias Obey, ha realizzato un murale dedicato ai Bad Brains nel Lower East Side di New York, proprio vicino al CBGB. Fairey ha dichiarato di essersi ispirato a fotografie storiche della band al CBGB, definendoli uno dei gruppi punk/hardcore che più ama. La loro importanza non risiede solo nella musica, ma anche nel messaggio e nella filosofia che hanno portato all’interno del punk.
La loro fusione tra hardcore e reggae, l’energia straripante dei live, la spiritualità Rastafari, hanno creato un ibrido interessante per diverse generazioni di musicisti. Non hanno fatto “rivoluzioni” e non hanno cambiato in modo strutturale i generi che hanno attraversato, ma rimangono un simbolo magico di abbattimento di barriere e di contaminazioni. Uno schiaffo in faccia alle convenzioni e alle rigidità, anche a quelle di certe scene “alternative” in realtà poco avvezze a ospitare artisti alieni come i Bad Brains.
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Crediti fotografici per l'immagine usata nell'articolo: Obey - Claudio Cabona
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