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Zucchero: “Dio non è ancora risorto”

10.04.2026 Scritto da Redazione Rockol

Zucchero Fornaciari ritorna live, nel segno di un anniversario discografico. Sono passati 25 anni da quando è stata pubblicata “Baila (Sexy thing)”, una hit diventata un classico nel repertorio di Sugar nonché una parte della spina dorsale delle scalette dei suoi concerti. Un anniversario importante festeggiato con una nuova versione rimasterizzata da Pino “Pinaxa” Pischetola e disponibile in italiano, spagnolo e inglese, e con una serie di concerti che tra Italia ed Europa va ad aggiungere nuove tappe a una mappa live in continuo movimento e che solo negli ultimi cinque anni ha toccato, con 224 concerti, più di 150 città, 79 stati e quattro continenti.

Dopo l’antipasto della data zero - già sold out - che si terrà a Mantova il 15 maggio, seguiranno concerti a Udine il 4 luglio, a Bologna il 6 luglio, a Pescara l’8 luglio,a Perugia l’11 luglio, a Messina il 14 luglio e a Lucca il 16 luglio.

Sei contento di tornare live?

“Sono contento ma sai, io son fatto così, arrivo al tour che son già stanco, perché devo pensare a tante cose poi non faccio molto sport e questo non aiuta. Però dopo i viaggi, appena metto i piedi sul palco, succede questo rito, mi arriva questa forza enorme dal pubblico. Io devo solo aspettare che arrivi, una frazione di secondo. E poi dopo non smetterei più: siccome è una cosa che non succede quando sei a casa - anche se a casa ci sto bene, nella vita tra virgolette normale - è un piacere per cui val la pena soffrire, per averlo dopo. Siccome il palco mi fa ancora questo effetto, non metto l’automatico. Io devo sentire tutto: come interpreto, ogni sera è diversa. Anche se la canzone la faccio da vent’anni devo dare, sudare”.

Sei aiutato dal fatto di avere alle spalle una band rodata, che di sostiene con energia.

“Ma certo. Se vogliamo è anche un po’ una risposta alla musica preconfezionata di oggi, riuscire a dare a chi ti ascolta questo gran ritorno di energia. Infatti sul palco siamo dodici, più me. Per limitare proprio al minimo, minimissimo, l’apporto tecnico di musica pre-registrata ho addirittura due batterie, per fare gli incastri ritmici che ci sono nel disco e che ho potuto fare in studio. La sezione dei fiati, due tastiere, due coriste, due chitarre: è tutto doppio”.

Ricordo quando “Baila (sexy thing)” è uscito, nel 2001. L’immagine di questa donna che a fine del video stramazza al suolo in preda al voodoo mi è sempre rimasta impressa. Però quando penso a “Baila” penso anche tanto all’Emilia. A Enzo Ferrari, Tonino Guerra, Federico Fellini, e ovviamente penso a te. Tu porti questa emilianità in giro, nelle tue date, come parte viva, nonostante il pezzo sia assolutamente internazionale.

“Sì, sì, perché poi ci sono anche dei doppi sensi, tipici della Bassa Emiliana goduriosa. Hai citato degli artisti - perché anche Enzo Ferrari per me è un artista - in cui c’era questo sangue, questa passione, anche questa ‘sprudentatezza’, non so se si può dire in italiano! Io vengo da lì, le mie radici sono lì, anche se sono venuto via a undici anni sono sempre stato lì. E’ quello che mi dà la forza per andare in giro per il mondo. Quando sono in America, lontano da casa, non ascolto la musica americana, o non solo quella. Ascolto Francesco Guccini. Oppure mi leggo dei libri, delle raccolte di aforismi, delle poesie addirittura, in dialetto emiliano. Come sonorità, se volessi potrei scrivere delle canzoni in emiliano con lo stesso swing dell’inglese. Ci sono più tronche e con una parola riesci a dire quello che per farlo in italiano ci vorrebbe una frase intera”.

Il dialetto come lingua dell’emozione?

“Fino all’anno scorso iniziavo il concerto dicendo: ‘Io vengo da un altro posto, da un’altra solitudine, tu non sei di queste parti. Non parli agli argini, non parli ai matti - hai presente i matti di paese? immaginati Ligabue, non il cantante, ma il pittore, quello di Gualtieri - e i cani ti abbaiano’. E’ questo mondo piccolo, che raccontava Giovannino Guareschi e dove diavolo e acqua santa si incontrano molto volentieri, a volte”.

Secondo te nel mondo della musica è ancora un valore essere sinceri?

“Se non sei sincero nelle tua forma espressiva è difficile, forse può farlo un attore, magari. Io non riesco a raccontare qualcosa che non abbia sentito veramente, in modo profondo dentro di me. Quindi passo con facilità dalla gioia quasi da guascone, come ci può essere in ‘Vedo nero’, al dramma esistenziale di ‘Miserere’: sono veloce, in questo. Non sono mai flat, ho dei bassi-bassi e anche degli alti alti. Ci devo convivere. Essere sincero poi è la cosa più semplice del mondo. Perché devi rosolare quello che magari è crudo, ma è già buono così com’è? Perché devi impegnarti e faticare - che già la vita è fatica - a inventarti di non essere quello che sei?”

In questi giorni di conflitti internazionali mi è tornata in mente “Madre dolcissima”. In momenti come questi, alzando la testa, guardando più in alto, ti viene da pregare, da pensare a qualcuno lassù?

“Uno studioso, un filosofo, mi ha detto: ‘E’ inutile che continui a dire che sei ateo. Tu non sei ateo, perché con la musica che fai, i testi che fai, con la vita che vivi, tu credi, se no non potresti scrivere quello che scrivi. Tu sei agnostico, che è diverso’. Onestamente pensavo di essere ateo, però se lo dice uno studioso mi va bene anche agnostico. Pregare non mi viene spontaneo. Infatti quando sento il Papa che continua a dire: ‘Preghiamo, preghiamo’, penso ok, però vogliamo stringere? Vuoi anche tu andare in piazza, con la croce, e invitare il mondo “a una rivolta senza armi’, come nel testo di ‘Dio è morto’? Poi, per carità, da che pulpito io posso dire una cosa del genere? Io sto parlando come potrebbe parlare uno al bar, forse con un po’ di sensibilità in più perché faccio il mestiere che faccio. Purtroppo mi viene da dire che ci stiamo abituando a questi orrori, a queste schifezze, a questo ‘fin di vita morale’, ci stiamo abituando a questi... “evil”, che è ancora peggio di diavolo, a cui noi dobbiamo sottostare inermi. Questa è la cosa che mi fa più rabbia: l’impotenza. Una volta c’erano questi grandi eventi, concerti dove artisti molto più grandi di me si riunivano: Live Aid, Freddie Mercury Tribute, il concerto per Mandela, ai quali anch’io a volte ho partecipato. Non risolvevano i problemi, però sensibilizzavano. Adesso non ci sono più. e questo mi rattrista, e chi ci sta provando, come Roger Waters ad esempio, ha delle conseguenze: gli hanno boicottato le date allo Sphere di Las Vegas. Ecco, dove stiamo andando? Se non puoi neanche più fare queste cose che non hanno niente a che fare con le armi, siamo messi molto male. Dio è morto, e per ora non è ancora risorto”.

 

 

Filippo Sala è l’autore di “Come il soul all’improvviso”, recensito qui


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