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"Your favorite toy": i Foo Fighters tornano al rock più duro

18.04.2026 Scritto da Elena Palmieri

“Do I? Do I? Do I? Do I?”. Allacciate le cinture, questa volta i Foo Fighters spingono davvero sull’acceleratore. “Your favorite toy”, dodicesimo album in studio di Dave Grohl e soci, in uscita il 24 aprile per Roswell Records/MCA, arriva tre anni dopo “But here we are” e nel pieno di una nuova fase per la band. Tra l'arrivo di Ilan Rubin alla batteria, un’attività live già rilanciata su scala internazionale e la sensazione netta di un reset creativo, il disco prova a rimettere in moto la macchina Foo Fighters partendo da un’urgenza diversa, più scarna, più nervosa, più fisica. Senza cancellare quello che c'è stato, mantenendo un tono familiare, “Your favorite toy” porta con sé delle novità e si lascia attraversare da domande che Dave Grohl continua a rivolgere a se stesso. Abbiamo ascoltato il disco in anteprima e queste sono le impressioni a una settimana dall'usicta.

Il contesto

“Sono stato in terapia sei giorni a settimana per 70 settimane”, ha raccontato Dave Grohl: “L’altro giorno ho fatto i conti. Oltre 430 sedute”. Lo scorso marzo il “Guardian” ha pubblicato una lunga intervista ai Foo Fighters, una delle confessioni più complete e profonde che la band abbia rilasciato dopo la morte di Taylor Hawkins, scomparso il 25 marzo 2022. In quella conversazione c’è tutto, dalle riflessioni alle chiacchiere, dalla musica al gossip: vengono ripercorsi i momenti chiave della storia di Dave Grohl, soprattutto i passaggi più dolorosi, con particolare curiosità per gli avvenimenti degli ultimi anni. Si scompre di nuovo che al “the nicest man in rock” non piace questa definizione che gli è stata appiccicata addosso per anni, e che dopo lo scandalo del tradimento nessuno assocerebbe più a lui con la stessa facilità. Ma, soprattutto, il music editor del “Guardian” Ben Beaumont-Thomas indaga le intenzioni di ogni membro del gruppo per far luce sul nuovo album “Your favorite toy”. Le dieci canzoni del disco, per oltre 36 minuti di musica, attraversano le dinamiche dei Foo Fighters e - prima di tutto - registrano la nuova prospettiva esistenziale raggiunta da Grohl durante centinaia di ore di terapia.

“Your pretty face in a mirror / One hand to spin the lens / But it ain't getting clearer”: i primi versi della title track evocano un dialogo interiore, quasi uno scontro tra due lati della stessa persona, e Grohl finisce per rivolgere a se stesso uno sguardo critico e autoironico, mettendo a fuoco ciò che andava esaminato da tempo. Se “Medicine at midnight” era l’album della festa e se la profondità di “But here we are” nasceva dal lutto per Taylor Hawkins e per Virginia, la madre del frontman, “Your favorite toy” è il disco in cui Dave Grohl fa i conti con se stesso. Non tanto con gli spettri del passato o con il dolore in senso stretto, ma con qualcosa di più interiore e personale. “Save your promises until we meet again / You can save all your promises until the bitter end / What is real? I'm asking for a friend”, ripete il ritornello di “Asking for a friend”, il singolo che ha anticipato per primo la direzione del disco, più cruda e più radicata in un’idea di suono che guarda al passato senza scimmiottarlo, mentre il frontman interroga la speranza, la fede e la possibilità di trovare un nuovo orizzonte.

Dopo aver rivelato sui social, nel settembre 2024, di essere diventato “padre di una nuova bambina, nata fuori dal mio matrimonio”, Grohl ha spento tutto e la band ha annullato gli impegni, scegliendo il silenzio. Il musicista, 57 anni compiuti lo scorso 14 gennio, ha reagito però a modo suo, soprattutto musicalmente, tornando a suonare in pubblico alla batteria nelle reunion dei Nirvana per il FireAid e per i 50 anni del “Saturday Night Live”, per poi riapparire anche al Coachella insieme alla Los Angeles Philharmonic diretta da Gustavo Dudamel, nella sua prima esibizione con brani dei Foo Fighters dall’agosto 2024. Recuperando le proprie origini, Grohl ha trascinato con sé anche il resto della band, e così i Foo Fighters si sono spinti più indietro nel tempo, verso l’immediatezza, il rumore e la rabbia delle avventure hardcore degli inizi. È da quello spirito che prende forma “Your favorite toy”.

Le novità e le rotture

Dopo il singolo “Today’s song”, pubblicato nel luglio 2025 per celebrare i trent’anni di carriera, i Foo Fighters hanno dissipato molti dubbi sul proprio futuro. Dopo la morte di Hawkins e dopo l’improvviso allontanamento di Josh Freese, il gruppo sembrava sospeso. E invece l’ultimo anno ha restituito l’immagine di una band ancora compatta, tra il nuovo singolo, il recupero delle radici con la cover di “I don’t wanna hear it” dei Minor Threat e il ritorno in studio con un nuovo batterista.

Dietro i tamburi è arrivato Ilan Rubin, batterista dei Nine Inch Nails scelto dopo una serie di audizioni, con Freese che a sua volta ha preso il suo posto nella band di Trent Reznor. Il cambio ha coinciso con una nuova spinta creativa. I Foo Fighters si sono chiusi nel 606 Studio di Dave Grohl a Los Angeles per quelle che si sono poi rivelate essere le sessioni del successore di “But here we are”. Nel periodo compreso tra “Today’s song” e “Asking for a friend”, con Grohl deciso a “registrare qualcosa velocemente, senza iper-produrre tutto, trovando dei suoni e restando su quelli”, come ha raccontato Chris Shiflett a X Radio, il gruppo si è mosso verso un album completo.

Fin dalle prime immagini dei sei musicisti al lavoro, una novità di “Your favorite toy” è apparsa subito evidente: il coinvolgimento nella realizzazione del disco del nuovo batterista Ilan Rubin. A differenza del precedente album, che era stato anche un mezzo catartico e quasi solitario, questa volta Grohl non fa quasi tutto da solo.
"È stato fantastico arrivare e iniziare a registrare per il disco già il giorno dopo ‘Asking for a friend’”, ha raccontato Rubin nel corso dell’intervista con la band su X Radio: “Questo album è arrivato un po’ dal nulla e lo abbiamo finito tutto molto velocemente. Da nuovo arrivato, non sai mai cosa aspettarti, non vuoi farti troppe supposizioni. Quindi ho semplicemente seguito il flusso. Finora è stato tutto un viaggio fantastico”. A supportarlo, in prima linea, c’è Dave Grohl: "Ha una conoscenza davvero profonda del classic rock, ma suona come un batterista hardcore”, ha spiegato il frontman al “Guardian” confermando che la band è migliore grazie al nuovo batterista. Pat Smear, addirittura, ha aggiunto: "Appena abbiamo preso Ilan, guardavo Dave e pensavo: 'Wow, è la prima volta che lo vedo sinceramente felice da un anno'”.

Spinti dalla voglia di recuperare un’anima hardcore punk, come quella di Grohl ai tempi degli Scream, e mossi dall’urgenza di registrare senza sovrapproduzioni, i Foo Fighters hanno evitato gli studi patinati e si sono rintanati nello studio casalingo di Grohl a Encino, a Los Angeles, lo stesso già usato in passato, anche durante la pandemia. A differenza di precedenti dischi, per il nuovo album la band non aveva al suo fianco nuovamente un produttore del calibro di Greg Kurstin, decidendo di dedicarsi in autonomia alla produzione, con il supporto di Oliver Roman e il mix di Mark “Spike” Stent.

Le canzoni di “Your favorite toy”

L’apertura con “Caught in the echo” mette subito in chiaro il discorso. "Your favorite toy” è un album che cerca un'urgenza, non la brillantezza perfetta di “Medicine at midnight” o la monumentalità emotiva di “But here we are”. Fin dalle battute iniziali del disco, si viene subito travolti dalla prima domanda esistenziale: “Do I? Do I? Do I? Do I?”. Schitarrata in primo piano, voce distorta: è un attacco che rimette i Foo Fighters nel territorio più ruvido e immediato della loro storia recente, con un’energia che richiama più di una volta “Wasting light”. “This is just a test / Of a broken broadcast system / Consider this an evaluation / Of my hallucinations”, urla Grohl, ma pochi istanti dopo corregge il tiro e trasforma il pezzo in una vera dichiarazione d’intenti. “But this is not a test / This is a conversation”. La canzone è costruita su chitarre staccate e serrate, versi spezzati e ritornelli lanciati a tutta velocità. Non è solo un’apertura rumorosa, è il modo più diretto per mostrare Grohl appeso a un filo, in un punto di indecisione, dentro un dialogo con se stesso che tornerà per tutto il disco.
Quella stessa tensione si rovescia poi nella fisicità di “Of all people”, dove i Foo Fighters provano davvero a perdere il senso della misura e a recuperare la velocità del punk. Naturalmente non sono più una band da van sgangherati e pavimenti di case occupate, e la loro storia li ha portati altrove, verso una dimensione molto più ampia e radiofonica. Eppure qui riaffiorano segnali concreti di quel passato. “Of all people, you survived / No matter how fuckin' hard you tried / You know you should be dead / But you're alive instead”, sentenzia Grohl in un brano che, per sua stessa ammissione, nasce dall’incontro con uno spacciatore degli anni Novanta legato all’eroina.

Dopo due colpi così frontali, “Window” rallenta e approfondisce, aprendo a momenti più cupi e profondi. Grohl ha spiegato che il suono della terza traccia trae spunto dal rapporto con la sua secondogenita, Harper. Le linee di basso sono marcate, reggendo un’atmosfera che guarda dichiaratamente alle eroine di Harper, Kim Gordon e Kim Deal. Su questo incedere di ritmo e graffi distorti, la storia racconta di un lavavetri al trentesimo piano di un grattacielo che spia la vita degli altri: "Then I saw your face / There in the window / You were a window cleaner / Letting in the sun”, racconta il frontman con voce pulita. Intorno il pezzo si muove con una tensione sotterranea che ricorda, a tratti, certi momenti più scuri del rock alternativo anni Novanta.

Quando arriva la title track, il disco torna a spingere sull’adrenalina e sui distorsori. “Your favorite toy” prova a conservare quell’energia nervosa e quella libertà che hanno reso “The colour and the shape” deòl 1997 uno degli album simbolo dei Foo Fighters, ma lo fa da una posizione diversa, più scoperta e più consapevole. “Get back, hear that, boy? / Someone threw away your favorite toy for good”, ringhia Grohl in un ritornello che sembra una corsa contro se stesso. Qui il contributo di Ilan Rubin è decisivo: il suo modo di battere, serrato, metallico, insistente, tiene tutto in avanti e impedisce alla canzone di sedersi anche per un secondo. Mentre la figlia maggiore di Grohl, Violet, è alle prese con la pubblicazione del suo primo album, il ruolo dei cori, solitamente affidato a un membro della famiglia, passa ad Harper.

If you only knew” è un viaggio indietro alla fine degli Anni Novanta, da fare in macchina con i finestrini abbassati. I colpi di piatti metallici iniziali si lasciano presto travolgere da riff di chitarra facili e scanzonati, mentre il testo porta subito altrove. "Now, wait a minute / Long lost friend / Everything comes around / Here we go again”: la voce di Grohl resta filtrata e inquieta, e dietro la superficie più leggera riporta ancora a una riflessione sulla perdita. Il brano sembra infatti muoversi su quel confine tra presenza e assenza che Dave Grohl ha descritto nelle interviste recenti parlando dei suoi sogni su Taylor Hawkins, la madre Virginia, Kurt Cobain e il padre. “You’re gone without a trace / A face without a name”: il pezzo si stringe attorno a un vuoto che nel ritornello diventa intimo, difficile da nominare e da spiegare: "If you only knew / Maybe you’d feel the way I do". Si arriva così a uno dei punti in cui l’album dice con più chiarezza che la vera materia di “Your favorite toy” non è il ritorno al rock duro in sé, ma il tentativo di Grohl di capire cosa conti davvero.

“The grass is never greener / Time ain’t no redeemer”, urla Dave Grohl in “Spit shine”, cercando di rimettere insieme i pezzi e di fare i conti con una forma più sana di ambizione, di una persona che vuole capire qual è il suo orizzonte e cosa conta davvero. “Think fast / Nothing lasts / Only thing that matters is what you / Leave in the past”, incita poi la sesta traccia del disco, nei suoi oltre tre minuti. In questo percorso, si insinua un up tempo sincopato che apre il terreno a "Unconditional”, dove le distorsioni vengono un attimo messe da parte. Il pezzo non è completamente nuovo: il gruppo l'aveva suonato in concerto a Manchestre a giugno 2024, con ancora Josh Freese alla batteria. Nella versione di studio, la band è compatta e regala uno dei momenti migliori alla maniera che chi ascolta i Foo Fighters riconosce subito, con un equilibrio molto classico tra chitarre, melodia e spinta. Con echi di "Medicine at midnight", c'è qualcosa di "Times like these" nella postura del ritornello di "Unconditional", ma più rallentata, senza la sua euforia, con un tono più trattenuto e pensoso. “Can't say what's on my mind / I’m just not sure”. Ancora una volta Grohl torna a interrogarsi, e anche quando la musica si apre, il centro del disco resta quel punto di incertezza.

"Child actor” è probabilmente il brano in cui il confronto diretto di Grohl con se stesso si fa più esplicito. “I was a child actor / Born to applause / Wasting away / As I chase all the roles I’ve lost / Was I good enough? / Was I ever good enough?”. Qui il bisogno di conferme, che nelle interviste Grohl ha definito un mostro insaziabile, viene messo a nudo senza protezioni. È una canzone che parla della dipendenza dal riconoscimento, del successo come sollievo momentaneo e del ritorno immediato del vuoto. Proprio perché non cerca formule particolarmente elaborate, riesce a colpire di più. Musicalmente è uno dei brani più riusciti, tra quelli che val la pena salvarsi per tornarci sopra più e più volte.

Il disco si sposta poi su un altro fronte con “Amen, Caveman”, esplorando un territorio meno intimo e molto più politico, quasi satirico. L’ambiente si costruisce su un riff di chitarre ripetitivo e costante, mentre la batteria colpisce un ritmo familiare. “Amen, Caveman”, fin dal titolo, sembra una canzone costruita per immagini violente e slogan, più che per racconto lineare. “Generation euthanized / Go run for cover” è la sentenza iniziale. Qui non si parla di un individuo ma di una condizione collettiva. C’è poi un attacco all’ipocrisia, al potere, e alle maschere sociali o politiche: “Pig mask / Your favorite disguise / The people can see your eyes”. In questo cinismo e disincanto, Grohl sottopone immagini disturbanti che mettono insieme fragilità e distruttività. La chiusura di "Your favorite toy” può quindi essere servita.

L’arpeggio di chitarra metallico, la voce che entra lenta e poi l’esplosione dell’intera band: ascoltato all'interno del nuovo album, nella sua completezza, il singolo “Asking for a friend” confonde e per un attimo si ha l’impressione di star ascoltando “The pretender”. Non stupisce che sia stato scelto come anticipazione principale. Attorno al susseguirsi di accordi di chitarre intermittenti e incisivi, Ilan Rubin inserisce fill taglienti e distruttivi che sanno restare impressi. È un brano che potrebbe trovare bene un posto fisso all’interno della scaletta dei prossimi concerti dei Foo Fighters, come successo ai più recenti “No son of mine” e “Shame shame” da “Medicine at midnight”. Finora il singolo è stato suonato dal vivo solo una volta, e per scoprire se renderà lo spirito di Grohl e soci dal vivo, bisogna darsi appuntamento sotto al palco. Con “Your favorite toy” i Foo Fighters vogliono continuare a mettersi in gioco, senza smettere di spostare ciclicamente il centro della loro produzione, riuscendoci comunque, anche lasciando momenti non troppo convincenti. La cosa certa è che la band è ancora una potenza da palcoscenico e un nuovo album è soprattutto un’occasione per rivederli dal vivo.


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