Più che un’esperienza di ascolto world music, una lezione magistrale di etnomusicologia applicata. Una forma di resistenza sonora. Parliamo del concerto dei Tinariwen - la band maliana pioniera dell’Assouf (la nostalgia del deserto) - che trasportano sul palco dell'Alcatraz di Milano un ecosistema acustico dove la chitarra elettrica occidentale viene completamente decolonizzata e messa al servizio di metriche millenarie.
Il fingerpicking del Sahara
Il cuore pulsante della performance risiede nell'intreccio delle chitarre. A differenza del blues del Delta o del rock psichedelico, a cui vengono spesso pigramente paragonati, i Tinariwen utilizzano un approccio modale e ipnotico. Le chitarre non si muovono mai sulla gerarchia solista/ritmica classica a cui siamo abituati; al contrario, costruiscono un tappeto di riff circolari che si incastrano perfettamente, creando un effetto di trance indotta.
L’uso di scale pentatoniche minori viene arricchito da inflessioni microtonali tipiche della tradizione Tuareg, rendendo il fraseggio alieno e familiare allo stesso tempo. Il suono non è distorto, si punta piuttosto sul riverbero, per simulare l’ampiezza degli spazi aperti del Tassili n'Ajjer (in berbero significa "Altopiano dei tuareg Kel Ajjer", è un massiccio montuoso del deserto del Sahara).
Il pubblico è parte della band
Uno degli aspetti tecnici più complessi da interiorizzare per un ascoltatore occidentale è la gestione del tempo. Immaginiamo il movimento di un cammello, che sembra claudicante ma è in realtà costante e inarrestabile: ecco, il ritmo ai concerti dei Tinariwen è più o meno così.
Il basso e le percussioni (ridotte all'essenziale: una darabouka, un calabash e il battito delle mani) creano una tensione ritmica costante che spinge il pubblico alla danza, senza mai esplodere nei climax liberatori tipici del rock. Battere le mani non è un ornamento, ma una percussione aggiunta orchestrata, che definisce i tempi forti e guida la risposta corale. Il leader - che cambia, non c'è un solo frontman al centro del palco per tutto il concerto, anche se il fondatore Ibrahim Ag Alhabib è chiaramente la guida del gruppo - lancia il verso e il coro risponde con armonie vocali che ricordano i canti dei nomadi intorno al fuoco.
Questa dimensione collettiva è fondamentale. Il concerto vuole essere (anche) un dialogo rituale in cui il pubblico smette di essere un osservatore passivo per diventare una componente integrante dell'architettura sonora della band. Questa partecipazione non si esprime attraverso il consueto sing along del pop rock occidentale - anche perché ostacolato dalla barriera linguistica del Tamashek - ma attraverso una sincronizzazione ritmica e spirituale.
La partecipazione della platea è un catalizzatore per la dimensione trascendentale della loro musica. Più il pubblico si abbandona al flusso delle chitarre, più la band tende a dilatare le sezioni strumentali, trasformando la scaletta in un flusso continuo dove il tempo lineare si dissolve.
Un grido politico
L'ultimo disco dei Tinariwen, Hoggar, è necessariamente politico, come ogni loro esibizione. Ibrahim Ag Alhabib aveva solo quattro anni quando assistette all’esecuzione del padre per mano dell’esercito maliano durante la ribellione del 1963. Cresciuto esule, ha costruito la sua prima chitarra con oggetti raccattati per strada: un barattolo di latta – o, a seconda dei ricordi, un bidone di plastica – un manico di legno e un filo del freno di una bicicletta. Quando questo è il tuo passato, il tuo presente e il tuo futuro non possono che dedicarsi alle rivendicazioni.
Erghad Afewo, terza traccia dell'album, maledice esplicitamente il gruppo Wagner per l’instabilità politica del quadrante, di cui la popolazione Tuareg è una delle vittime silenziose, dimenticate dai media e dal resto del mondo. Nell’ottobre del 2024, i Tinariwen sono stati costretti ad allontanarsi dal Mali e a trovare momentaneamente riparo in Algeria. Ora Ibrahim ha quasi 70 anni, ma sul palco ci sta ancora benissimo, e non intende smettere di far conoscere la sua, la loro terra, ancora martoriata dalla violenza.
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