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Undici canzoni che hanno segnato le origini del grunge

15.03.2026 Scritto da Franco Zanetti

Alessandro Cancian e Giacomo Graziano sono gli autori di “Smell of grunge – La scena di Seattle” (Arcana, 392 pagine, 19 euro), un viaggio appassionato e documentato tra i dischi (da quelli imprescindibili a quelli dimenticati) della scena musicale della Città di Smeraldo. A loro ho chiesto una sorta di playlist di brani compilata usando il repertorio degli undici artisti inclusi del primo capitolo del libro, "il battesimo della scena di Seattle". Eccola di seguito.

 

Green River - Come on Down

Primo vagito di una scena musicale che non era ancora tale, “Come on Down” dei Green River è il più fulgido esempio dell’eretica fusione tra le istanze hardcore e le velleità glam-rock di cui si alimentavano le band del Northwest nella seconda metà degli anni Ottanta. Da una parte il furore e il sarcasmo punk di Mark Arm e Steve Turner, dall’altra l’ossequio all’estetica del rock epico e dei lunghi assoli di Stone Gossard e Jeff Ament. Differenti approcci per differenti obiettivi artistici: non poteva durare a lungo! Eppure, i Green River sopravvissero fino alla notte di Halloween del 1987, indicando la via ad altre band della scena locale. Per loro, Bruce Pavitt della Sub Pop spese la definizione “ultra-loose GRUNGE that destroyed the morals of a generation”, consegnando -senza volerlo- lo slogan definitivo per inquadrare una scena musicale unica nel suo genere.

 

Skin Yard – Hallowed Ground 

Probabilmente, senza Jack Endino non sarebbe mai esistito il Sound of Seattle. Il produttore, nonché chitarrista degli Skin Yard, ha messo la sua firma su ogni uscita Sub Pop, perlomeno fino all’esplosione mainstream del fenomeno grunge. Con gli Skin Yard ha sfogato le proprie pulsioni rock e psichedeliche assieme al bassista Daniel House (che gestì in maniera egregia l’altra piccola label di Seattle, la C/Z Records), intrecciando un sound cupo e cervellotico con la maleducazione garage del cantante Ben McMillan. L’instabilità della line-up (dopo Matt Cameron dietro le pelli non c’è stata mai pace!) e gli impegni collaterali dei rispettivi membri non hanno permesso agli Skin Yard di imporsi a livello mainstream, nonostante la loro influenza sia stata centrale per l’intera scena musicale.

 

Mudhoney – Touch me, I’m Sick 

Se la scena di Seattle ha mai avuto un inno, questo non può che essere “Touch Me, I’m Sick”. Quintessenza del dirompente suono del Northwest, i Mudhoney debuttarono su Sub Pop con questo singolo, che fu inizialmente stampato in 800 copie su vinile marrone (coronando un sogno escatologico di Bruce Pavitt) definendo le coordinate stilistiche dell’intera scena. Chitarre sature di fuzz, percussioni martellanti e l’ugola acida di Mark Arm, capace di condensare in pochi versi pieni di ironia l’umore dissacrante di una giovinezza fatta di garage-punk, birra Rainier e concerti nei piccoli club di Seattle, dove poteva succedere di tutto.
La tazza del cesso sulla copertina di “Touch Me, I’m Sick” è più di una dichiarazione d’intenti: è un grande dito medio verso l’establishment.

 

Blood Circus  - Two Way Street

Al pari dei Mudhoney, anche i Blood Circus ebbero il loro (brevissimo) momento di gloria quando fecero uscire il singolo “Two Way Street” / “Six Foot Under”, diventando una tra le attrazioni principali nei concerti al Central Tavern, uno dei club più movimentati di Seattle. Come per i Mudhoney, l’ispirazione del loro sound attingeva al garage d’assalto degli Stooges, con piccole variazioni verso il rock ‘n’ roll o il surf-rock ed una decisiva deriva alcolica. Per i Blood Circus la musica rappresentava semplicemente un divertimento, nonché una valvola di sfogo contro la depressione delle loro vite. Sfortunati e poco lungimiranti, si sciolsero alla vigilia della consacrazione del Seattle Sound presso la stampa alternativa dell’epoca.

 

TAD - Sex God Missy

La Sub Pop aveva definito con le produzioni Jack Endino e le fotografie di Charles Peterson rispettivamente il lato musicale e il lato estetico della “loro” Seattle. Mancava solo uno slogan per questo manipolo di giovani reietti, dediti all’alcol e al nichilismo: Loser ne era il perfetto archetipo. E chi meglio di Tad Doyle, ex macellaio dell’Idaho, dal carattere rude e dalla stazza possente, poteva riassumere l’estetica del perdente? La musica dei TAD era a immagine e somiglianza di Doyle: pachidermica, demenziale e apocrifa, il tutto mentre brandiva con soddisfazione una motosega nella desolazione di un bosco. Senza mai snaturarsi o venire a compromessi, i TAD, nella loro disgraziata carriera, hanno saputo regalare momenti musicali folli e dissacranti, come “Sex God Missy”.

 

Love Battery  - Between the Eyes

Seattle non è stata solo chitarre sporche, intrise di fuzz, e camicie di flanella. I Love Battery sono stati tra le band maggiormente influenzate dalla psichedelia degli anni Sessanta, in particolare dai Pink Floyd (la cover di “Ibiza Bar” comparirà nel loro disco di debutto). La voce roca di Ron Nine, la chitarra e i dreadlocks di Kevin Whitworth o il muro sonoro eretto dalla band furono tra le loro caratteristiche peculiari. “Between the Eyes”, uscito come singolo nel 1989 in vinile rosso, è probabilmente il miglior esempio di psichedelia applicata al Seattle Sound, oltre che a essere una delle vette artistiche dei Love Battery. Sebbene, abbiano avuto una carriera più che dignitosa (l’ottimo “Dayglo” o lo sfortunato “Far Gone”) non riuscirono a trovare quell’appiglio convincente per arrivare al grande pubblico. Una band sicuramente da riscoprire.

 

Soundgarden - Loud Love

Primi a pubblicare un singolo per la Sub Pop (“Hunted Down”/”Nothing to Say”, nel 1987 su vinile blu), primi a firmare per una major (A&M Records nel 1988), i Soundgarden erano predestinati al successo. Eppure, prima di trovare la loro dimensione stilistica, abiurarono le loro radici punk, flirtarono con l’heavy-metal, furono tacciati di machismo (nel brano “Gun”) e di satanismo (in “Jesus Christ Pose”) e partirono per un lungo tour con i Guns N’ Roses.
Sorretti dalla voce incredibile di Chris Cornell, dalla particolare chimica ritmica tra Matt Cameron e Hiro Yamamoto (dimissionario dopo l’album “Louder than Love”) e dalle accordature in drop D di Kim Thayil, i Soundgarden con il brano “Loud Love” tracciarono il solco decisivo tra il loro passato nei piccoli club di Seattle e le grandi arene di tutto il mondo.

 

Nirvana – School

I Nirvana faticarono non poco ad imporsi all’attenzione della Sub Pop, che inizialmente voleva limitarsi alla pubblicazione di un singolo (il famigerato “Love Buzz” / “Big Cheese”, oggi oggetto di culto tra i collezionisti). Solo un’incursione notturna di un Krist Novoselic particolarmente adirato a casa di Bruce Pavitt produsse il contratto che garantiva ai Nirvana la pubblicazione di “Bleach” (e salvando la Sub Pop dal fallimento due anni dopo). Il resto è storia.
Eppure, nella narrazione di una scena musicale unita e compatta, s’insinuava la penna arguta di Kurt Cobain che in School criticava sardonicamente la scena di Seattle per la sua ortodossia, i pregiudizi artistici dell’etichetta e qualche slancio di egocentrismo di troppo, esternando quanto si sentisse soffocato e oppresso, come se si trovasse ancora al liceo. Ammettiamolo, un po’ tutti abbiamo urlato assieme lui a squarciagola quel You're in high school again, che pareva liberarci da ogni male.

 

Screaming Trees - Subtle Poison

Fuggiti dalla piccola e desolante Ellensburg nella quale registrarono i primi lavori, gli Screaming Trees riuscirono a farsi un nome anche a Seattle. Sebbene le dinamiche interne fossero spesso complesse e turbolente, con frequenti dissidi sulla direzione artistica da intraprendere tra Mark Lanegan (carismatico frontman) e Gary Lee Conner (principale autore di musiche e liriche), i Trees nel 1989 piazzarono un disco epocale come “Buzz Factory”. L’album, prodotto da Jack Endino, univa le derive lisergiche di Conner con l’influenza del Seattle Sound, come ben documentato in “Subtle Poison”, il brano di gran lunga più “grunge” della band.

 

Mother Love Bone - Chloe Dancer / Crown of Thorns

Primo martire della scena di Seattle, Andrew Wood è stato il grande rimpianto di un’intera città. Scioltisi i Green River, Stone Gossard e Jeff Ament videro nell’istrionico cantante e bassista dei Malfunkshun la chiave per svoltare il loro sound verso lidi glam-rock.
La Polygram e il manager Kelly Curtis investirono molte risorse per questa nuova creatura, i Mother Love Bone, che prometteva un rock sfavillante di chitarre e riff epocali con la stravaganza di un cantante che predicava l’amore, che adorava il pianoforte e le canzoni di Elton John. L’eroina spezzò i sogni del giovane Wood a soli 24 anni, lasciando smarriti amici (Chris Cornell) e compagni di band (Gossard e Ament), che solo attraverso la musica troveranno la forza per rialzarsi. Il progetto Temple of the Dog del 1991 è proprio dedicato a lui.

 

Alice in Chains - Man in the Box

Fortemente influenzati dal metal, gli Alice in Chains ebbero un percorso artistico completamente differente rispetto a molte altre band di Seattle. Arrivarono al grande contratto discografico quasi subito, grazie alla Columbia Records e alla possibilità di registrare un disco d’esordio con un budget considerevole, bruciando apparentemente le tappe. Eppure, la gavetta gli Alice in Chains la fecero eccome. Lo spazio di un ex magazzino dismesso come il Music Bank non solo divenne la sala prove della band e un punto di ritrovo per i giovani musicisti, ma fu soprattutto la dimora per l’errabondo Layne Staley.
Con Jerry Cantrell formò un ispirato duo di autori, diversi per tipo di approccio, ma ugualmente emozionanti: “Man in the Box”, in particolare, offrì un’inedita invettiva contro i temi della censura e del controllo con un linguaggio visionario e distopico.


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