«Io mi ero pure dimenticato di questo disco», dice Matteo Alieno all’inizio dell’intervista. E in fondo in questa frase, che non è una batutta, c’è tutta la personalità sbarazzina e fumettistica del ventottenne cantautore romano. Qualcuno lo ricorderà tra i concorrenti di un’edizione di X Factor di qualche anno fa (era il 2023). Conquistò pubblico e giudici cantando ai provini “Io non piango” di Franco Califano, l’inedito “Più o meno” («I salotti tv pieni di vecchi più cuori rifatti che guardano tutti quanti») e “Sfiorivano le viole” di Rino Gaetano, prima di prendersi il palco del talent con le cover di “Dio mio no” di Lucio Battisti, “Non è per sempre” degli Afterhours e “Costruire” di Niccolò Fabi. Chissà cosa sarebbe successo se il regolamento di quell’anno del talent show di Sky non prevedeva che in una puntata i cantanti in gara cantassero una cover degli 883, per il lancio sulla pay-tv della serie dedicata a Max Pezzali e Mauro Repetto, quanto di più distante dall’immaginario molto sixties del cantautore romano: fu eliminato a un paio di puntate dalla finale. Poco male: a X Factor conobbe Angelica Bove, la cantante romana vista quest’anno in gara al Festival di Sanremo tra le “Nuove proposte”, di cui Matteo Alieno - che già l’anno scorso a Sanremo partecipò come autore de “Il ritmo delle cose” di Rkomi - ha co-firmato i brani del bellissimo album d’esordio “Tana”, insieme a Federico Nardelli. Ora, però, per il cantautore romano è arrivato il momento di riprendersi i suoi spazi. Lo fa con un album, questo “Stare al mondo”, che esce oggi: è il terzo della sua discografia, dopo “Astronave” del 2020 e “Alieni” del 2022, ma il primo dopo l’esperienza del talent.
In che senso ti eri dimenticato di questo disco, prima di tutto?
«L’ho finito tanto tempo fa. Ho perso anche il conto. Dimenticavo suonasse così. Però mi ci ritrovo, naturalmente».“Sono andato a registrare nuova musica a Londra. Avevo voglia di evadere, respirare aria nuova e avere meno paletti mentali”, raccontasti a Rockol più o meno un anno fa. Hai trovato quello che cercavi, lì?
«Sì. Quella libertà che desideravo di avere l’ho toccata con mano quando ho iniziato effettivamente a lavorare al disco insieme a Luca Caruso, musicista che ha collaborato con giganti come Rick Rubin, Lewis Capaldi e che attualmente suona con beabadoobee, brillante promessa dell’indie britannico, che vive lì. In studio abbiamo registrato senza alcun tipo di condizionamento. Abbiamo fatto letteralmente quello che volevamo. E poi dentro questo disco ci sono passati grandissimi musicisti della scena britannica. Un sogno. “Chi vince che vince” e “Piselli” le ha masterizzate Tom Archer, che ha lavorato con David Byrne, gli Strokes e mille altri: ha una cura massima per i piccoli dettagli. In “Tonno” suona la chitarra Jason Vance Harris, della band di beabadoobee. Nella stessa “Piselli” al basso c’è Seth Tackaberry, che ha suonato con Arlo Parks, Laufey e altri».Sembra il disco di un artista maturo, navigato: un pop d’autore che affonda le sue radici nell’immaginario italiano e internazionale degli Anni ’70 per poi avvicinarsi al mondo indie rock britannico. Come mettere insieme Ivan Graziani e i Radiohead. Invece è il disco di un esordiente, o quasi. Che collocazione può avere nel mercato italiano?
«Non lo so, ma non mi interessa. Credo che il mercato italiano abbia bisogno di dischi strani. Come il mio. Io sono un ascoltatore, prima che un cantautore. E da ascoltastore soffro il fatto che ci siano delle tendenze che diventano onde piatte. Non puoi seguire le onde, perché quando le onde arrivano a riva si smorzano, si spengono. Non mi sembra una strategia intelligente. Quando uno segue una tendenza è un po’ come quando uno da adolescente si tinge i capelli, chessò, di verde, perché va di moda fare così: poi ti riguardi a distanza di anni e dici “che cretino”. Le cose, quando le fai per moda, invecchiano male. Io voglio riascoltare questo disco tra dieci o ventanni e sentirlo ancora mio, invece».E quindi in che campionato gioca Matteo Alieno nel pop italiano?
«Non so quali siano i posti disponibili. Ormai non si distingue più niente. Io spero di occupare il posto delle persone sincere. Io divido gli artisti così: tra chi è sincero e chi è bugiardo».C’è più sincerità o più menzogna in giro?
«Più menzogna, purtroppo. Mi sembra che si seguano le tendenze e basta: chi segue quella strada lì non può essere sincero. Non nascondo che anche io in passato avevo provato a fare cose più pop. In un modo o nell’altro sono stato bugiardo anche io».Hai espiato le tue colpe con questo disco?
«Penso di sì. È tutto completamente suonato, umano, analogico. Un album nato dalla passione e da un’urgenza, non da un’interesse: non dal desiderio di fare qualcosa che funziona, ma solo dalla voglia di sperimentare. Siamo partiti guardando un po’ agli LCD Soundsystem, un po’ agli Strokes. Alla fine i punti di riferimento si sono persi».
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