Tyler, the Creator e Kendrick Lamar sono due tra gli artisti contemporanei più rilevanti e, non è un caso, hanno vissuto, da angolazioni diverse, lo stesso processo: il profeta di Compton dopo il densissimo “Mr. Morale & the Big Steppers” del 2002, acclamato come un capolavoro ma che oggi sfido qualcuno ad ascoltare dall’inizio alla fine, ha pubblicato “Gnx” nel 2024, un disco che raggiunge il suo apice con il live, ricco di hit, di barre più da battaglia che da cattedra universitaria. Un disco che ha fatto benissimo alla carriera di Lamar, a tutti gli effetti “liberatorio”. Stesso identico processo, ma sviluppato in meno di un anno, quello di Tyler, compagno della West Coast: dopo “Chromakopia”, un progetto intimo e sperimentale, spesso dal punto di vista musicale e contenutistico, ha fatto uscire quasi a sorpresa “Don't Tap the Glass”, che è praticamente, nell’idea di base, il suo opposto. Un contraltare spensierato.
Nessun testo da interpretare o sound futuristico, ma dieci canzoni, per la durata di neanche mezz’ora, sboccate e divertenti, tanto da ricordare gli inizi di Tyler. Canzoni da ballare come se non ci fosse un domani e soprattutto come se non esistessero i telefoni. Attraverso un post Tyler ha raccontato di aver creato questo lavoro dopo che alcuni suoi amici gli avevano raccontato di non ballare più pubblicamente per paura di diventare dei meme sul web, di essere ripresi da dei telefoni. E così si è messo al lavoro per realizzare un album pensato per sudare, per muoversi, lontano da flash e videocamere. Un disco per fare pace con l’anima animalesca della musica e con il proprio corpo. Anche il periodo di uscita, quello estivo, per quanto Tyler rifiuti certe dinamiche discografiche, è azzeccatissimo per le vibes che rilasciano i pezzi. “Don't Tap the Glass”, infatti, è un mix caldo, senza feat ufficiali ma con diversi campionamenti, di hip hop vintage '80-'90, funk, pop, jungle, elettronica, un campo energetico che ricorda in modo fresco i migliori N.E.R.D. Pharrell Williams, in questo album e in generale nella carriera dell’artista, come risaputo, è sempre stato una stella polare.
Il nono disco di Tyler è confezionato benissimo, abbraccia una stagione e raggiungerà il suo apice nella dimensione live, offrendo delle vere scosse al pubblico. Ma è evidentemente un disco di passaggio nella sua carriera, più rilevante nei propositi e negli obiettivi, ovvero farci scatenare pensando solo a stare bene, che nella sua concezione e resa finale. “Big Poe”, “Sugar on My Tongue”, “Sucka Free”, “Stop Playing with Me”, “Ring Ring Ring” fanno letteralmente godere dal punto di vista musicale perché la qualità compositiva di Tyler, nonostante questo capitolo sia più accessibile, rimane. L'artista si è affrettato a comunicare che questo volume, che potrebbe anche inglobare nuove tracce ed essere il primo squillo di qualche cosa di più grande, “non è un concept”, al contrario dei precedenti. Ma non è vero. Non lo è a livello di storia o racconto generale, non è certamente “Igor”, ma lo è nella sua idea espressiva. E infatti anche a questo giro ha creato un suo alter-ego, figure che rappresentano le varie “epoche musicali” e con cui cementifica l’immaginario delle sue pubblicazioni: per “Don't Tap the Glass” è diventato una sorta di ballerino, vestito come LL Cool J in "I'm Bad", che trasmette vivacità e voglia di libertà. A Tyler è impossibile non riconoscere la volontà di aggiungere sempre un nuovo tassello al suo racconto.
“Don't Tap the Glass” è un disco di liberazione dalle aspettative, dall’idea di dover sempre e per forza fare album cervellotici, è un progetto per lasciare andare letteralmente i corpi e trascinarli in pista. È un recuperare lo spirito primordiale e ancestrale del legame tra l’uomo e il suono. Ma come tutte le scariche, difficilmente resisterà alla prova del tempo. È da vivere qui e ora. Sul titolo “Don't Tap the Glass” ci sono varie teorie: c’è chi dice sia un invito a non "battere" sullo schermo del telefono, chi crede che Tyler, rappresentandosi iconograficamente all’interno di una teca, voglia mantenere un confine tra lui e il pubblico più asfissiante, come a dire “lasciatemi fare l’artista, non ossessionatemi”. Secondo me è un invito a disattendere quell’ordine: come Tyler rompe le catene e trascina i fan dentro una danza collettiva, allo stesso tempo questi se ne freghino dei messaggi di compostezza e abbattano quel vetro, rompano le divisioni, diventando un unico tornado di gambe e braccia.
TRACKLIST
Big Poe – 3:02
Sugar on My Tongue – 2:33
Sucka Free – 2:41
Mommanem – 1:15
Stop Playing with Me – 2:13
Ring Ring Ring – 3:21
Don't Tap the Glass/Tweakin' – 3:42
Don't Worry You Baby – 2:58
I'll Take Care of You – 3:20
Tell Me What It Is – 3:22