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Slayyyter è la "peggior ragazza d’America" che dovremmo ascoltare

06.04.2026 Scritto da Elena Palmieri

Il basso vibra e cresce lentamente sopra una percussione marcata, mentre una confessione entra distorta, quasi impercettibile: "I'm unhappier now", "Ora sono più infelice". Il beat poi esplode e arriva il bisogno di liberarsi da un peso: "I kinda hate you, but / It doesn't matter, let me dance", "Un po’ ti odio, ma / Non importa, lasciami ballare". Premere play su “Wor$t Girl In America” vuol dire lasciarsi andare e perdersi nella musica. L'invito di Slayyyter con il suo terzo album in studio è chiaro fin dalle prime battute e l'hyperpop si fa ancora più sgargiante e disturbante.

Slayyyter, al terzo album in studio

Dietro il nome Slayyyter c’è Catherine Grace Garner, un percorso che parte da SoundCloud e Twitter, da una scrittura domestica, da un immaginario digitale fatto di fan ossessivi, estetica Y2K (ovvero ispirata agli Anni Duemila) e comunità online, e che nel giro di pochi anni si trasforma in un progetto con una precisa identità pop, una voce riconoscibile e una relazione sempre più stretta con il formato album.

Il primo passaggio è stato "Troubled Paradise" (2021), un disco di costruzione e definizione, tra produzione più levigata e un tentativo di uscire dalla dimensione intima per entrare in una forma pop più strutturata. Il secondo è stato "Starfucker" (2023), arrivato come un lavoro di estetica e immaginario, con una narrazione su Hollywood, celebrità e desiderio che si traduce in una scrittura più consapevole e in una ricerca sonora tra synth anni Ottanta e club culture. "Wor$t Girl In America" arriva ora come terzo atto e punto di sintesi, ma anche come scelta di direzione, dove viene meno il compromesso e la costruzione esterna, puntando a un'identità più dichiarata e a una autobiografia più marcata, in cui il corpo è dentro la musica.

La “peggior ragazza d’America”

Il nuovo disco di Slayyyter nasce da un ritorno a St. Louis, Missouri, e quindi all’adolescenza dell'artista e ai suoi ascolti sull'iPod, tra pop, punk e rap. C'è quindi anche il recupero di un lessico personale che prende forma tra memoria e immaginario. Il titolo stesso, "Wor$t Girl In America", non è solo provocazione ma linguaggio affettivo, per cui Catherine riprende il modo in cui i suoi amici skater di St. Louis si chiamavano tra loro, da un’idea di “worst” come appartenenza e affermazione, tra ironia, identità condivisa, oltre che da una dimensione di eccesso, festa, postumi, ansia e consapevolezza. Dentro questo quadro, la nostalgia anni Duemila non è semplice citazione ma struttura narrativa che attraversa il cinema americano e l'estetica indie sleaze di oltre dieci anni fa, caratterizzata da un look trasandato-chic, "anti-glamour" e ribelle. Protagonisti sono quindi le figure marginali, le relazioni disfunzionali, le immagini di periferia e i club diventano elementi di un racconto che non si limita al revival ma costruisce un’identità contemporanea.

È un disco che lavora su tensione tra immagine e verità, tra personaggio e persona, tra performance e confessione, dove la figura della “worst girl” diventa dispositivo narrativo per parlare di fallimento, desiderio, percezione pubblica e bisogno di controllo sulla propria storia.

Corpo, club e confessione

Dalla malinconia che fa ballare in "Dance", dove la voglia di scrollarsi di dosso tutto si traduce poi in immagini indecifrabili e gotiche sentendola nelle ossa e venendo scritta con il sangue ("Feel it in my bones, written in blood"), passando per l'esplosiva lista di eccessi edonistici che in modo provocatorio e sfacciato Slayyyter trasforma in un inno pulsante e distorto, si arriva a una delle più belle sorprese del disco con "Cannibalism!". Nel terzo brano del disco l'horror si sporca di pop, l'attitudine punk di chitarra, basso e batteria aprono a un ritornello sensuale e sussurrato, che oscilla tra screamo e vocalità accattivante per l'ascoltatore con il carisma tragico di un’eroina cinematografica. “'Cause, baby, this is do or die”, è la sfida che lancia Slayyyter.

Synth assordanti e adrenalina cambiano inquadratura, ma tra le trame rimane la struttura chitarrista che rende questo disco vibrante, e “Old technology” è adrenalina. “I don’t think you would’ve really liked me / You love dating and I love to party”, sono i versi che introducono un altro cambio di rotta nella narrazione in cui la cantante torna a un momento difficile legato al padre e all’abbandono in una stazione di servizio per parlare di una relazione problematica, in contrasto con le sonorità che si rifanno a Madonna del periodo “Ray of light”. La tossicità di alcuni legami torna oggetto di sfogo in “Unknown lover”, dove anche la vocalità cambia in echi di Lana Del Rey. 

Mentre “Old fling$” riporta il corpo su una pista da ballo, l’ego torna prepotente ma con ironia sui “I’m actually kinda famous” in un pop audace inframmezzato da rumori ambientali che sembrano portar l’ascoltatore direttamente dentro un club. Se poi “What is it like, to be liked” introduce una certa vulnerabilità nelle trame di Slayyyter, “Brittany Murphy” porta un omaggio a un icona dei Millennial insieme a un ulteriore scorcio autobiografico

Con una tracklist compatta di 14 tracce per 43 minuti, “Wor$t Girl in America” dimostra le proprie intenzioni, continuando sulla strada tracciata finora dalla cantante statunitense. Ma mette in mostra anche la determinazione di Slayyyter di conquistare una posizione più incisiva nel pop, di una voce che non cerca più un posizionamento ma una forma, e di un’identità che passa attraverso eccesso, suono e racconto per affermare un’idea precisa di sé.


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