“Nessuno mi può giudicare" - Secondo posto
Caterina Caselli / Gene Pitney - Sanremo 1966Autori: Daniele Pace, Mario Panzeri, Luciano Beretta, Miki Del Prete
Capita che una canzone sia destinata a un interprete e che il destino decida di metterci lo zampino. Il mondo della musica leggera pullula di questi racconti, di incroci e sliding doors che finiscono per favorire carriere e arrestarne altre. La storia di “Nessuno mi può giudicare”, invece, è unica nel suo genere, perché non ammette vinti, ma solo vincitori. Siamo a metà degli anni Sessanta, la musica era diventata un vero e proprio fenomeno di costume, oltre che di massa. A testimoniarlo la diffusione di locali di tendenza come il Piper, considerato da molti il tempio di una nuova corrente destinata a gettare le basi della disco music, un culto che avrebbe caratterizzato soprattutto il decennio successivo. Il leggendario club romano non era una semplice sala da ballo, bensì la rappresentazione di un sogno che traeva fascino, ispirazione e trasgressione dalle rivoluzioni culturali della Swinging London, del Greenwich Village di Manhattan e del Summer of Love di San Francisco. Molti ragazzi italiani seguivano con attenzione ciò che all’estero veniva creato e sovvertito, appassionandosi a tematiche di vario stampo, dalla libertà sessuale all’evoluzione del costume e all’avvento della minigonna. Mentre il mondo si divideva tra Beatles e Rolling Stones, era in atto una vera e propria ribellione sociale. Le canzoni, così, diventarono un veicolo per esprimere opinioni. La chiamavano beat generation. In questo contesto, andò in scena la sedicesima edizione del Festival, che vide trionfare Domenico Modugno e Gigliola Cinquetti, quarto titolo per lui e secondo per lei, sulle note di “Dio come ti amo”, una proposta che in quel preciso momento storico suonava piuttosto tradizionale. Sul secondo gradino del podio si posizionò Caterina Caselli, ribattezzata “casco d’oro” dalla stampa. La giovane salì alla ribalta con “Nessuno mi può giudicare”, destinata inizialmente ad Adriano Celentano, il quale preferì presentarsi in gara, sempre nel 1966, con “Il ragazzo della via Gluck”.
«Ascoltai per la prima volta “Nessuno mi può giudicare” ed esclamai: “Manco morta interpreto un tango!”. Venendo dall’Emilia Romagna, quel genere era associato prettamente alla musica per adulti, come il valzer e la mazurca. Intervenne Ivo Callegari, il mio produttore, e mi promise che l’avremmo cambiata, secondo le tendenze musicali che ci piacevano in quel periodo. Eravamo tutti pazzi per la musica anglosassone, i Beatles e i Rolling Stones. Col nuovo arrangiamento, ci presentammo in un famoso locale di Bologna, lo Junior Club, frequentato da giovani studenti universitari. A porte chiuse provammo il pezzo e fu un successone, i ragazzi impazzirono e mi dissero “va’ a Sanremo e uccidi!’”. Poi, una volta convinta, venni a sapere che quella canzone era stata realizzata per Adriano Celentano e che lui, per mia fortuna, la rifiutò, perché aveva scritto uno dei sui pezzi più belli, “Il ragazzo della via Gluck”. Arrivai a Sanremo tutto sommato tranquilla, sicura della forza persuasiva del brano. Si aggiudicò il primo posto “Dio come ti amo” di Domenico Modugno e Gigliola Cinquetti, ma la mia “Nessuno mi può giudicare” vinse moralmente quell’edizione. Tornai a casa, a quella che all’inizio mi sembrava la vita di prima. Qualche giorno dopo capitai in un negozio di dischi, e provai a vedere se c’era il mio 45 giri, ma non lo trovai. Allora andai in un altro e poi in un altro ancora, ma niente. Telefonai alla CGD, chiedendo come mai a Modena i miei dischi non fossero arrivati. Mi risposero: “Signorina, sono andati esauriti in tutta Italia. Stiamo stampando i suoi dischi anche di notte”. Lì mi resi conto che qualcosa era cambiato. Ma, al di là delle vendite più che soddisfacenti, ciò che mi regalò e continua a regalarmi “Nessuno mi può giudicare” è l’orgoglio di aver cantato, in un momento di grande trasformazione del nostro Paese, una frase come “ognuno ha il diritto di vivere come può”. “Nessuno mi può giudicare” è diventato un vero e proprio inno di libertà e di riscatto, un manifesto universale e sempre attuale. Ieri come oggi e, si spera, anche in futuro».
Caterina Caselli
È la storia di un brano diventato una sorta di inno per una generazione alla ricerca di nuovi miti e nuovi riti da condividere: tra minigonne, capelli sempre più lunghi e un’irrefrenabile voglia di vivere senza vincoli. A darle voce e corpo fu Caterina Caselli, che sul palco del Casinò si dimenava con le mani e le braccia a tempo di shake, lanciando messaggi rivoluzionari. “Ognuno ha diritto di vivere come può”, è un verso dall’impatto potentissimo, specie se pronunciato da un pulpito in cui, fino a quel momento, la parola amore aveva sempre e solo fatto rima con cuore. Gli autori, Daniele Pace, Mario Panzeri, Luciano Beretta e Miki Del Prete, avevano confezionato questo pezzo per Celentano, con l’intento di collocarlo nel filone tanguero, un terreno già battuto da Adriano con “Grazie, prego, scusi” o “Si è spento il sole”. Nel cambio di interprete, però, non si assistette soltanto al passaggio da retrò a moderno, ma anche e soprattutto a una radicale modifica di prospettiva. Il testo passò dal maschile al femminile, e la protagonista divenne una donna emancipata, capace di tradire, di prendere in mano le redini della relazione e di poter scegliere tra un partner e l’altro. Una rivendicazione che anticipava di parecchio le tematiche femministe, in un’Italia profondamente patriarcale. La carica protestataria della canzone non si esaurì con gli anni Sessanta. L’orgogliosa affermazione dell’individualità e l’indifferenza al giudizio continuano a incarnare il senso più autentico di libertà, che, pur non facendo rima con cuore e amore, resta una parola da onorare e da proteggere.
Questo testo è tratto, per gentile concessione degli autori e dell’editore, da “Sanremo e la classifica del tempo”, di Nico Donvito e Marco Rettani (Azzurra Music, 324 pagine – libro + CD - , € 29,90)
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