«Volevo fare una magia, permettere all'ascoltatore di perdersi nella musica: indossare le cuffie, iniziare l’ascolto e, poco alla volta, allontanarsi dalla realtà». Alessandro Mannarino racconta così il suo nuovo album ma tira anche le fila del percorso che lo ha portato fino a qui. Parla della necessità di allontanarsi dall'immagine "del cantore di Roma", di riscoprire il suo senso del fare musica, di superare momenti difficili come la depressione.
Il suo nuovo lavoro discografico si intitola "Primo amore", esce l'8 maggio (Bmg) e contiene nove tracce dove il folk romano si mischia al reggae e alla dub, fino all’elettronica contemporanea, alternando brani più luminosi ad altri più intimisti. Il risultato è una narrazione unica e compatta, dove il racconto personale si fa universale.
«Questo album ha trovato le sue fondamenta durante un viaggio. In quel periodo ho riascoltato molto Bob Marley cogliendone nuovi aspetti: la forza del messaggio, la voce, la pulizia dell’arrangiamento mi hanno ispirato profondamente». Il cantautore romano di "Me so' mbriacato", la sua hit più famosa, oggi affronta una nuova fase artistica: «Sono ripartito da zero. Ho cambiato équipe discografica e manageriale. Dopo il disco del 2021 e due anni di tour mi sono fermato, ho viaggiato da solo, sono andato alla ricerca di qualcosa che doveva nascere, ma che aveva bisogno di un attraversamento personale e artistico».Come ha preso forma “Primo Amore”?
«Ho cercato di trasformare in musica visioni e immagini di un mondo onirico sospeso tra cielo e terra, vita e morte, bene e male, luce e ombra, senza mai arrivare ad una risposta definitiva. Questo disco trova le sue fondamenta in quel viaggio: per la prima volta ho sentito la necessità di fermarmi, di capire dove fossi arrivato e perché, ho attraversato un momento di crisi. Mi sono chiesto: chi sono? cos'è questa cosa che vivo?. Sono stato in Colombia, Messico, Brasile, ho portato con me il mio chitarrino, ero da solo in una piccola capanna in mezzo alla foresta con la mia tavola da surf. Mi svegliavo presto ogni mattina e scrivevo un diario. L’idea del disco è nata lentamente, dal desiderio di cercare qualcosa che andasse oltre la realtà quotidiana, qualcosa che potesse dare forza anche a me. “Venere” e “Per un po’ d’amore” sono le due canzoni da cui è partito tutto. Sono un po’ i due lati della stessa medaglia, due brani che dialogano tra loro, proprio come succede nel resto del disco. Alla fine sono canzoni diverse ma è come se fosse un'unica traccia dove c'è la costante ricerca anche del rapporto tra l'uomo e il divino in ogni sua dimensione».Nel disco sembra emergere anche una riflessione sul presente, sul modo in cui viviamo oggi e sulla necessità di uscire da schemi e costruzioni. Quanto c’è di personale e quanto invece di universale o sociale in questo lavoro?
«Con questo album ho trovato la possibilità per uscire da certi schemi, da alcune comodità che spesso diamo per scontate anche nel processo di costruzione di un album. Quello che ho voluto fare è stato accompagnare l’ascoltatore in un viaggio lungo tutto il disco, un percorso capace di fargli dimenticare proprio la costruzione stessa, quella che Chico Buarque chiamerebbe Construção, la canzone dove lui racconta di questo palazzo che va sempre più verso il cielo ma ad un certo punto si cade. Volevo che l'ascoltatore avesse la possibilità di farsi accompagnare in questo viaggio dove i miei pensieri più intimi trovano forma universale».Come e quanto è stata importante la collaborazione con Francesco Fugazza, che ha lavorato con Mahmood, Meg, Ginevra e altri, nel dare forma a questo album?
«È stato molto bravo. La scelta di lavorare con lui è nata prima di tutto da una conversazione sulla vita, più che sulla musica. Ho pensato: devo passare due anni con una persona, quindi deve essere qualcuno con cui sto bene anche in studio. Fin dall’inizio mi ha detto: “Io non devo fare il mio disco, devo aiutarti a realizzare quello che piace a te”. Abbiamo quindi lavorato insieme a questo album. Dal punto di vista della produzione e della programmazione mi ha portato elementi di grande gusto. Siamo stati fratelli nella lavorazione di questo disco. Anche Mauro Refosco alle percussioni ha dato molto, ha lavorato uscendo dai cliché e le abbiamo usate quasi come una materia, un suono “terreno”. Nel disco convivono così l’elettronica e le percussioni, che rappresentano la terra. Poi ci sono le chitarre, che raccontano il mio percorso, la voce e i cori elettronici, che creano una sorta di tensione tra dimensione terrena e spirituale».Anche l’immaginario visivo del disco sembra raccontare questo viaggio tra dimensione psichedelica, simboli animali e spiritualità. Come sono nate le copertine di “Primo Amore” e dei singoli?
«La copertina originale è gialla ed un’opera di Arif Linde, un pittore psichedelico che ha vissuto a Matera. Mi ha colpito subito: per qualche anno è rimasta appesa sopra il letto in cui dormo. Dal vivo, il cuore al centro sembra quasi tridimensionale, come se ti venisse incontro. Per i singoli, invece, mi sono ispirato a visioni animali, in chiave psichedelica. Tra queste, mi piace molto la copertina di “Maradona”, rappresentata da una gazza ladra, simbolo di un sogno popolare. Per “Un po’ d’amore” compaiono due mantidi: per me il primo amore è qualcosa che segna profondamente, nel bene e nel male. È un’esperienza totalizzante, che può essere anche dolorosa».Nel disco convivono continuamente esperienza personale e dimensione collettiva. Qual è stato il tuo approccio ai testi?
«La cosa più importante, a livello personale, è stata mettere da parte l’ego nella scrittura di questo album. Ho cercato di utilizzare frasi quasi come fossero mantra, con un suono arcaico e atavici. In tutte le canzoni è così, la mia esperienza personale diventa poi il racconto di qualcosa di universale. Pensa a "Primo amore", dico "Ho dato fuoco a Roma per sentire un po’ di calore /Ho pregato il cielo perché venisse a piove /Io c’ho un giardino coltivato a spine /Così non ci entra chi mi può far male/Ma il mondo canta quando esce il sole/ E io non canto, io resto a guardare /Come si muore, come si muore /Per un po’ d’amore". Parla di me, di quando mi sono visto e ho dovuto "dare fuoco" a quello che ero diventato per rinascere. Parlo della depressione che ho dovuto affrontare, ma che mi è servita per mettermi a nudo, per scoprire nuove parti di me. Dovevo uscire dal "mio giardino dell'Eden" per trovare qualcosa di nuovo. In tutto il disco ho cercato di fare questo: osservare la mia vita nel dettaglio, raccontare esperienze molto personali, ma mettendole al servizio di un significato più universale. Mettendolo anche a servizio di me stesso».Che tipo di dimensione vorresti creare con questo nuovo tour?
«Quello che mi piacerebbe costruire è un live in cui le persone arrivano e, dopo poco, entrano in una sorta di rituale continuo, senza interruzioni, fino a sentirsi immerse in un’altra dimensione. In Europa esiste da sempre un’idea di cantautore come figura intellettuale, quasi distaccata dal corpo. Io invece vorrei lavorare nella direzione opposta: far muovere i corpi per liberare le coscienze. La musica mi ha accompagnato per due anni, mi ha sostenuto, e oggi sento di essere tornato nel mondo. Vorrei far vibrare i corpi per liberare le coscienze che è quello che voglio io durante un concerto. L’idea è semplice: lo faccio io per primo, e poi, forse, può accadere anche a chi ascolta».
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