“La terra dei cachi" - Secondo posto
Elio e le Storie Tese - Sanremo 1996Autori: Davide Civaschi, Stefano Belisari, Sergio Conforti, Nicola Fasani
Tra le canzoni che raccontano un’epoca e che non si prendono troppo sul serio, primeggia incontrastata “La terra dei cachi” degli Elio e le Storie Tese. La band milanese decise di andarsene in villeggiatura in Riviera nel mese di febbraio di un ridente 1996, per poi scoprire di aver quasi vinto quella quarantaseiesima edizione del Festival di Sanremo. Ma andiamo con ordine. Elio, Rocco Tanica, Cesareo, Faso, Christian Meyer e Feiez si presentarono in gara alla kermesse come autentici outsider. Chi già li conosceva li adorava, chi non li aveva mai sentiti nominare non faticò a invaghirsene perdutamente. Musicisti virtuosi dall’animo irriverente, gli Elii si presentarono sul palco dell’Ariston come degli alieni. E non è un modo di dire, lo fecero per davvero, prendendo spunto dal look extraterrestre dei Rockets. L’Italia intera scoprì che c’era chi sapeva ancora fare musica e fare ironia, e che una cosa poteva non escludere l’altra. “La terra dei cachi” mescolava sapientemente vari generi, dal rock alla tarantella, con tanto di finale a tempo di charleston. Ma è ascoltando il testo che si gridò al capolavoro: chi voleva vederci qualcosa ce la vide, dagli scandali in stile Tangentopoli alla piaga della malasanità, dal pizzo alla pizza, con tanto di riferimenti italioti a condire il tutto, come la passione per il calcio e per il buon cibo. D’altronde, oltre che una canzone, poteva sembrare anche una buona parmigiana, ricca di ingredienti e con tanti strati da poter assaporare con calma. E da gustare in qualsiasi tipo di quantità, a seconda dell’appetito.
«“La terra dei cachi” è un’operazione riuscita a metà. La metà riuscita è l’orecchiabilità, ovvero il fatto che pochi giorni dopo Sanremo la sentimmo canticchiare (col testo un po’ sbagliato) da un contadino intento a zappare il campo all’Isola d’Elba. Pensammo: “ehi, funziona”. La metà non riuscita è lo scopo: secondo la maggior parte degli ascoltatori – vedi un editoriale di Maurizio Costanzo su un rotocalco d’epoca – la canzone “metteva alla berlina vizi, peccati e peccatucci dello Stivale”; qualcuno la paragonò a certi film di Alberto Sordi in cui il famigerato italiano medio veniva esposto nella sua ingombrante nudità fannullona e opportunista. Il fatto è che noi, Elio e le Storie Tese, avevamo in mente tutt’altro, cioè una parodia delle famigerate canzoni impegnate di stirpe cantautorale. Pensavamo che chiunque ci avesse incontrato per strada ci avrebbe detto: “Bravi! Forte quella canzone-parodia delle famigerate canzoni impegnate di stirpe cantautorale!”. Non accadde. Insomma, ci è andata quasi bene e quasi male, cinquanta e cinquanta, ma il quasi bene ci ha regalato parecchie soddisfazioni. Prima fra tutte il contadino che canta zappando».
Elio e le Storie Tese
E, mentre sul primo canale della Tv di Stato andava in onda il Festival, sulle reti della concorrenza, dietro il bancone di “Striscia la notizia”, Enzo Jacchetti ed Ezio Greggio si presentarono con un cartellone, sul quale erano scritti i nomi di tre volti noti: Rosa Fumetto, Lino Banfi e Vince Tempera. Agli appassionati di enigmistica bastò poco per individuare la profezia: leggendo in sequenza i nomi di battesimo dei tre personaggi si otteneva come risultato dell’enigma: Rosa-Lino-Vince. E Ron, che all’anagrafe è iscritto proprio come Rosalino, quel Festival se lo aggiudicò davvero insieme a Tosca, con “Vorrei incontrarti fra cent’anni”. Un colpo da maestro per Antonio Ricci e la sua squadra. E al secondo posto si classificarono proprio gli Elio e le Storie Tese, amareggiati perché in realtà avrebbero preferito arrivare ultimi. Una provocazione coerente con la loro narrativa, e un’impresa che riuscirono a realizzare solo molti anni dopo, nel 2018, all’ultimo Sanremo in gara con “Arrivedorci”. Loro malgrado, però, scoppiò un caso riguardo le votazioni: qualcosa sul conteggio dei voti non tornava, mancavano dei dati nella trasmissione dei verdetti da parte delle varie giurie dislocate sul territorio. L’intervento dei Carabinieri determinò l’avvio di un’indagine, ma non furono riscontrate irregolarità tali da cambiare il verdetto finale. A dispetto di quanto affermato da Cavallo Pazzo qualche anno prima, quel Festival non era dunque truccato e l’inchiesta si concluse con la conferma della vittoria di Ron e Tosca. Gli Elii ottennero il Premio della Critica, e vissero tutti felici e contenti. Che altro aggiungere de “La terra dei cachi” se non dire che si trattava di una raffinatissima parodia delle famigerate canzoni impegnate di stirpe cantautorale? Ah sì, c’è dell’altro. In quegli anni, i filmati con gli highlights non erano ancora diffusi, così, durante la quarta serata dedicata al torneo delle Nuove Proposte, i venti big erano tenuti a riproporre i propri brani in versione ridotta, con esecuzione live di un solo minuto a testa. In pratica si sceglieva un pezzo della canzone da estrapolare, e l’orchestra accompagnava suonando dal vivo. Elio e compagni non persero l’occasione per distinguersi: eseguirono gran parte del brano a una velocità accelerata, compri- mendolo in 55 secondi. Per i restanti 5, non è dato sapere se abbiano chiesto o meno un rimborso. In conclusione, gli Elio e le Storie Tese portarono a Sanremo un motivetto molto orecchiabile e la loro narrativa a tratti pungente, a tratti nonsense. Un atteggiamento che da quelle parti non si era visto spesso e che, nel tempio della sacralità e della messa cantata, ad alcuni apparve un atto sacrilego. Al grido di “Se vinciamo noi vuol dire che il Festival è truccato; se non vinciamo noi vuol dire che il Festival è truccato”, quei magnifici sei riscrissero le regole comportamentali di un Sanremo che si avviava al cambio di secolo, sulle note di “Papaveri e papi”, “La donna cannolo” e “Una lacrima sul visto”.
Questo testo è tratto, per gentile concessione degli autori e dell’editore, da “Sanremo e la classifica del tempo”, di Nico Donvito e Marco Rettani (Azzurra Music, 324 pagine – libro + CD - , € 29,90)
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